וַיֵּלֶךְ ה׳ כַּאֲשֶׁר כִּלָּה לְדַבֵּר אֶל־אַבְרָהָם וְאַבְרָהָם שָׁב לִמְקֹמוֹ׃
«Il Signore se ne andò quando ebbe finito di parlare con Avraham, e Avraham tornò al suo posto» (Bereshit 18,33).
Con queste parole si conclude uno dei dialoghi più straordinari della Torà. Avraham ha appena discusso con il Signore della sorte di Sodoma. Ha chiesto che la città venga risparmiata per merito di cinquanta giusti, poi di quarantacinque, quaranta, trenta, venti, fino a dieci. Ogni volta ha ottenuto una risposta favorevole. Eppure, quando il dialogo si interrompe, Sodoma non è stata salvata.
La Torà non ci dice che Avraham sia soddisfatto. Non ci dice neppure che sia rassegnato. Ci dice soltanto che il Signore se ne andò e che Avraham tornò al proprio posto.
È una conclusione apparentemente ordinaria, quasi amministrativa, dopo un confronto nel quale un uomo ha osato interrogare il Giudice di tutta la terra sulla giustizia del Suo giudizio. Perché la Torà sente il bisogno di raccontarci che Avraham tornò al proprio posto? E soprattutto, che cosa significa quel ritorno?
Il Bereshit Rabbà (49,14) interpreta la scena attraverso l'immagine di un tribunale. Il Signore è il giudice, Avraham è il difensore e l'angelo incaricato della distruzione è l'accusatore.
הַדַּיָּן הַזֶּה כָּל זְמַן שֶׁהַסָּנֵיגוֹר מְלַמֵּד הוּא מַמְתִּין, נִשְׁתַּתֵּק הַסָּנֵיגוֹר עָמַד לוֹ הַדַּיָּן
«Finché il difensore espone le proprie argomentazioni, il giudice attende. Quando il difensore tace, il giudice si alza».
Il Midrash prosegue spiegando che, finché il giudice ascolta favorevolmente il difensore, l'accusatore deve aspettare. Soltanto quando il dialogo termina può andare a compiere la propria missione. Per questo, immediatamente dopo il nostro versetto, la Torà racconta l'arrivo dei due angeli a Sodoma.
L'immagine è sorprendente. Il giudizio divino rimane sospeso mentre un uomo cerca argomenti in difesa di altri uomini. Non soltanto di uomini giusti, ma degli abitanti di Sodoma, dei quali la Torà ha già denunciato la gravissima malvagità.
Avraham non difende Sodoma perché ignora le sue colpe. La difende proprio mentre ne conosce la colpevolezza. Non cerca di dimostrare che i malvagi siano innocenti, ma che la presenza dei giusti possa cambiare il destino della città.
E il Signore ascolta.
Il Midrash, tuttavia, lascia aperta una domanda. Chi ha posto fine al dialogo? È Avraham che non ha più nulla da chiedere, oppure è il Signore che decide che la discussione deve terminare?
Il Netziv, nel suo Haamek Davar, sceglie decisamente la seconda possibilità. Il Signore non voleva che Avraham continuasse a intercedere. Per questo, non appena ebbe terminato di parlargli, ritirò da lui lo spirito profetico. Avraham comprese che non era volontà divina che pregasse ulteriormente.
Anche lo Sforno sottolinea che Avraham rimase in attesa, ma non riuscì a raggiungere nuovamente la condizione necessaria alla profezia prima che la Presenza divina si ritirasse.
Il silenzio di Avraham, dunque, non è necessariamente una rinuncia. Può essere il riconoscimento di un limite.
Questa distinzione è importante. Avraham ha insistito fino al punto in cui gli è stato consentito insistere. Ha difeso gli abitanti di Sodoma senza risparmiare argomenti e senza lasciarsi intimidire dalla sproporzione fra sé e il suo interlocutore. Ma quando comprende che il dialogo è terminato, non pretende di sostituire la propria volontà al giudizio divino.
La sua grandezza consiste tanto nell'aver parlato quanto nell'aver saputo fermarsi.
Resta però la seconda parte del versetto: «E Avraham tornò al suo posto».
Il commento di Rav Adin Even-Israel Steinsaltz introduce qui una prospettiva particolarmente significativa. Avraham torna al proprio posto, osserva Steinsaltz, presumibilmente preoccupato e senza avere chiaro ciò che sta per accadere.
וְאַבְרָהָם שָׁב לִמְקֹמוֹ — מִן הַסְּתָם בְּדְאָגָה וּבְחֹסֶר בְּהִירוּת לַאֲשֶׁר עָתִיד לְהִתְרַחֵשׁ
Non è un dettaglio secondario. Avraham ha parlato direttamente con il Signore, ha ottenuto che la città venga risparmiata qualora vi si trovino dieci giusti, ma non sa se quei dieci giusti esistano. Non conosce ancora l'esito del giudizio.
Il dialogo è terminato, ma l'incertezza rimane.
Steinsaltz restituisce così ad Avraham una dimensione profondamente umana. L'esperienza profetica non gli ha consegnato tutte le risposte. La vicinanza a D-o non ha cancellato la sua preoccupazione per la sorte degli uomini che ha cercato di difendere.
Avraham torna al proprio posto portando con sé una domanda alla quale non può più ottenere risposta.
È proprio questa incertezza a rendere particolarmente significativa l'interpretazione di Rabbenu Bechayè, che si sofferma sulle ultime parole del versetto: «E Avraham tornò al suo posto».
Sul piano letterale, Avraham torna a Elonè Mamrè, il luogo dal quale si era allontanato. Ma il termine makom, «posto», può indicare qualcosa di diverso da una località geografica.
וְיִתָּכֵן לְפָרֵשׁ ״לִמְקוֹמוֹ״ – לְמִדָּתוֹ, שֶׁהִיא הַכְנָסַת הָאוֹרְחִים
«Si può interpretare “al suo posto” come “alla sua qualità”, che è l'ospitalità».
Avraham, spiega Rabbenu Bechayè, dopo aver accolto e accompagnato i suoi ospiti, torna a cercarne altri. La sua anima appartiene alla dimensione del chesed, della benevolenza, ed è questa dimensione il suo vero posto.
È una lettura straordinaria perché trasforma il ritorno di Avraham in qualcosa di diverso dalla semplice conclusione di un episodio.
Avraham non torna soltanto alla propria tenda. Torna a essere Avraham.
E, alla luce di Steinsaltz, comprendiamo che questo ritorno non avviene nella serenità di chi ha risolto ogni dubbio. Avviene nell'incertezza.
Avraham non sa se Sodoma sarà salvata. Non sa se la propria intercessione avrà prodotto un risultato. Non sa neppure se gli abitanti della città comprenderanno mai che qualcuno ha tentato di difenderli.
Ma sa qual è il suo posto.
Il suo tentativo di salvare Sodoma non ha raggiunto il risultato sperato. La sentenza non è stata revocata. Ma nulla di tutto questo modifica la natura di Avraham, né gli fa abbandonare la propria missione.
La benevolenza non è per lui una strategia da adottare quando produce risultati. È la sua identità.
L'Agra deKallà, commentario chassidico alla Torà di Rav Zvi Elimelech Shapira di Dinov (1783–1841), autore del celebre Bnei Yissaschar, sviluppa ulteriormente questa intuizione.
Nel commento a Vajerà (25), Rav Zvi Elimelech spiega che quando i giusti vedono ritirarsi la misericordia divina e prevalere il rigore del giudizio, ritornano alle opere di benevolenza, alla compassione e alla zedakà. Attraverso le azioni compiute sulla terra cercano di risvegliare la misericordia in Cielo.
In questa interpretazione, Avraham torna al proprio posto proprio perché il dialogo con il Signore è terminato. Non potendo più intervenire con la parola, torna a operare attraverso le proprie azioni.
Il passaggio è sottile, ma decisivo.
Finché il Signore gli permette di parlare, Avraham intercede. Quando la parola non è più possibile, Avraham continua a praticare il chesed.
Non è una forma di ribellione contro il giudizio divino. È la fedeltà alla missione che il Signore stesso gli ha affidato.
Pochi versetti prima, infatti, D-o aveva spiegato perché aveva scelto Avraham:
כִּי יְדַעְתִּיו לְמַעַן אֲשֶׁר יְצַוֶּה אֶת־בָּנָיו וְאֶת־בֵּיתוֹ אַחֲרָיו וְשָׁמְרוּ דֶּרֶךְ ה׳ לַעֲשׂוֹת צְדָקָה וּמִשְׁפָּט
«Poiché Io l'ho scelto affinché ordini ai suoi figli e alla sua famiglia dopo di lui di osservare la via del Signore, praticando giustizia e diritto» (Bereshit 18,19).
Zedakà e mishpat. Benevolenza e giustizia.
Avraham non può abolire il mishpat. Non può impedire che il giudizio venga eseguito quando non esistono più le condizioni per evitarlo. Ma può continuare a praticare la zedakà. Anzi, proprio quando il giudizio prevale, la sua fedeltà alla benevolenza diventa ancora più significativa.
C'è qui una lezione che supera la vicenda di Sodoma.
Spesso misuriamo il valore delle nostre azioni dai risultati che otteniamo. Una preghiera che non viene esaudita ci appare inutile. Un tentativo di riconciliazione che fallisce ci induce a rinunciare. Un gesto di generosità che non cambia una situazione sembra perdere il proprio significato.
Avraham ci insegna qualcosa di diverso.
Egli non salva Sodoma. Ma non per questo la sua intercessione è stata inutile. Ha mostrato che un uomo deve essere disposto a difendere anche coloro con i quali non condivide nulla, che la giustizia non può essere indifferente alla sorte degli innocenti e che la misericordia deve essere cercata fino all'ultimo momento possibile.
Soprattutto, ha dimostrato che il fallimento di un'azione non deve diventare il fallimento di una persona.
Si può perdere una battaglia senza perdere la propria identità. Si può riconoscere un limite senza rinunciare ai propri principi. Si può accettare che una situazione non sia più nelle nostre mani senza smettere di fare il bene che rimane possibile.
E forse la difficoltà più grande non è neppure accettare un risultato negativo. È continuare ad agire quando il risultato è ancora sconosciuto.
È la condizione nella quale Steinsaltz ci mostra Avraham: preoccupato, incerto, privo di risposte definitive.
La Torà avrebbe potuto concludere il racconto dicendoci soltanto che il Signore se ne andò. Invece aggiunge:
וְאַבְרָהָם שָׁב לִמְקֹמוֹ
«E Avraham tornò al suo posto».
Forse è proprio questa la conclusione più importante dell'intero episodio.
Il Signore ha pronunciato il Suo giudizio. Gli angeli si dirigono verso Sodoma. Avraham non sa ancora che cosa accadrà e non può più intervenire nel processo che ha cercato di influenzare.
Ma può ancora decidere chi essere.
E torna al proprio posto: al chesed.