Tefillin, Mezuzot e Sifrei Torà vengono scritti su pelli che un tempo erano ricoperte di peli. Questo fatto solleva una domanda affascinante nel daf di oggi (Chullin 119b):
Se la superficie destinata alla scrittura deve essere liscia (come si deduce da Devarim 6:9; si veda Rashì a Menachot 34a), come è possibile ottenerla su una pelle che, anche dopo la rimozione dei peli, conserva innumerevoli minuscole perforazioni lasciate dai peli stessi?
La Ghemarà risponde con un principio sorprendente:
«Ogni perforazione sopra la quale l’inchiostro passa [senza affondare o filtrare attraverso di essa] non è considerata una perforazione» (כׇּל נֶקֶב שֶׁהַדְּיוֹ עוֹבֵר עָלָיו אֵינוֹ נֶקֶב).
In altre parole, la pelle non deve essere perfettamente liscia. Può contenere piccoli fori e imperfezioni. Ma finché l’inchiostro riesce a posarsi sulla sua superficie, quelle imperfezioni non impediscono che essa sia considerata liscia.
Spesso speriamo che i passaggi della nostra vita avvengano senza difficoltà: un passaggio sereno a un nuovo lavoro, un nuovo anno di studi senza intoppi o un’esperienza tranquilla quando facciamo la Aliyà.
Ma, come la pelle sulla quale vengono scritti Tefillin, Mezuzot e Sifrei Torà, la vita non è mai perfettamente liscia. Contiene invece ostacoli, imperfezioni, incertezze e sfide inaspettate.
Forse, allora, la domanda che dovremmo porci non è se un passaggio sarà perfettamente privo di difficoltà, ma se sarà abbastanza agevole da permetterci di rimanere saldi, continuare ad andare avanti e, infine, lasciare il nostro segno sulle nuove esperienze che ci attendono, senza sprofondare o disperderci nelle crepe.