Il daf di oggi (Chullin 117b) cita la Mishnà Zevachim 4:3 che, nel contesto di una discussione sulle leggi del piggul, parla di כֹּל שֶׁיֵּשׁ לוֹ מַתִּירִין, letteralmente «tutto ciò che ha un elemento che permette».

Sebbene sia difficile determinare con precisione che cosa venga discusso in quella Mishnà, ciò che è chiaro è che כֹּל שֶׁיֵּשׁ לוֹ מַתִּירִין non significa la stessa cosa di דָּבָר שֶׁיֵּשׁ לוֹ מַתִּירִין, il noto principio halachico che troviamo nelle Hilchot Ta’aruvot («le leggi delle mescolanze»).

Affrontando questo punto, Mishnat Eretz Yisrael, nel suo commento a Zevachim 4:3, scrive:

«È difficile determinare se il termine abbia avuto origine nelle leggi delle mescolanze e sia stato trasferito dai Tannaim, in modo un po’ artificiale, alle leggi del piggul, oppure se il termine abbia avuto origine nelle leggi dei sacrifici. Poiché esistono approcci diversi su ciò che costituisce la definizione dell’elemento che “permette”, se si tratti di una procedura futura compiuta sullo stesso sacrificio oppure della dipendenza da un’altra componente del sacrificio, è assai probabile che il termine abbia avuto origine nelle leggi delle mescolanze e sia stato successivamente trasferito alle leggi dei sacrifici, dando origine a una discussione sulla sua precisa definizione».

Questo ci insegna che quando prendiamo un termine o un’espressione da un ambito e lo applichiamo a un altro, possono facilmente sorgere dei fraintendimenti.

La stessa cosa può accadere nella nostra vita quotidiana. Sentiamo qualcuno dire qualcosa e presumiamo di aver capito che cosa intendesse, per poi scoprire in seguito che intendeva qualcosa di molto diverso. Forse ciò che ha detto ci è sembrato offensivo, ma in realtà non aveva alcuna intenzione di offenderci.

Impariamo quindi che dovremmo fermarci prima di giudicare, perché a volte un’affermazione che sembra significare una cosa può, in realtà, significare qualcosa di completamente diverso.