“L’intero pianeta aveva un’unica lingua e stesse parole” (Noach XI, 1).

Qual è il significato della Torre di Babele? Che spazio occupa nella Torà questa storia di completa dispersione dei figli d’Israele? Io insisterei nel dire che la Torà inizia con la creazione del mondo al fine di stabilire che il nostro D-o è il Signore dell’intero universo e che il Suo proposito finale sta nella perfezione futura di tutte le Sue creature.

Come commentato più volte dal rabbino J.B. Soloveitchik, l’Onnipotente cercò di affidare questo Suo incarico divino a tutta l’umanità, dapprima ad Adamo con l’ordine di astenersi dal mangiare il frutto dell’albero della conoscenza e quindi a Noach - il secondo Adamo - con le leggi che vietano lo spargimento di sangue e l’immoralità (IX, 4-7).

Sfortunatamente non fu fino all’avvento dello straordinario Abramo, venti generazioni dopo la creazione, che il Signore concluse un patto con un uomo ed i suoi discendenti, la nazione d’Israele. Ma persino allora l’Onnipotente non abbandonò la visione universale della perfezione umana. Proprio dall’inizio, il Signore presenta questo Suo incarico ad Abramo con le parole:

“Tutte le famiglie della terra saranno benedette tuo tramite” (Lech-Lechà XII, 3).

Ed invero le Parashot della Torà che trattano di Adamo e Noach prevedono degli avvenimenti nella vita di Abramo che mettono in evidenza il parallelismo tra i tre leaders divinamente scelti. Adamo e Noach ebbero entrambi tre figli dai quali si sviluppò l’umanità, proprio come da Abramo, Isacco e Giacobbe ebbe origine il popolo d’Israele. Ci furono settanta capi famiglia noachidi dai quali fu rigenerato il mondo dopo il diluvio (Noach X, 32), creando così un parallelismo con i settanta componenti della famiglia di Giacobbe che scesero in Egitto e dai quali emerse il popolo d’Israele.

E le benedizioni fondamentali elargite dal Signore ad Adamo e Noach ed a ciascuno dei tre patriarchi, parlano tutte di prolificità e di ripopolazione della terra (Bereshit I, 25; Noach IX, 1; Lech-Lechà XVII, 6-8). Perciò Israele rappresenta per il mondo intero un microcosmo, essendo stato scelto dal Signore come lo strumento tramite il quale sarebbe stato universalmente accettato il messaggio del monoteismo etico.

Questo parallelismo tra Israele ed il mondo trova una notevole allusione nella storia di Babele. Noach era morto ed Abramo non era ancora nato ed il verdetto di privare di ogni speranza di successo una società post-noachidica non era stato ancora emanato.

“L’intero pianeta aveva una sola lingua e stesse parole” (safà achat, devarim achadim, Noach XI, 1),

descrizione questa compatibile con la nostra missione profetica secondo la quale:

“il Signore sarà Re sull’intero pianeta ed in quel giorno il Signore sarà Uno ed il Suo Nome sarà Uno” (Zecharia XIV, 9).

Tuttavia, questa umanità unificata conservava una tremenda paura di essere nuovamente dispersa dal diluvio e per prevenire questa eventualità, disse:

“Venite, costruiamo noi stessi una città ed una torre le cui cime giungano sino ai cieli” (Noach XI, 4).

Questo certamente ricorda il sogno ebraico della città santa di Jerushalaim, con la sua Torre di Santità che arriva fino ai cieli per assicurare l’eternità ebraica ed esprimere la missione d’Israele. Ci ricorda anche il sogno di Giacobbe a Bet-El (letteralmente "casa del Signore") quando vide una scala la cui cima raggiungeva i cieli (Vayetzè XXVIII, 12).

Nel proposito di quella umanità unificata c’era tuttavia un sostanziale errore, una visione impropria, che trasformò l’intero progetto della torre in un atto di arroganza; lo scopo della costruzione era

“di crearsi un nome” (Noach XI, 4),

di costruire un grattacielo come simbolo della potenza materialistica.

Perciò l’Onnipotente decise di confondere il loro linguaggio, sì che uno non potesse più comprendere (shemà) la lingua dell’altro (Noach XI, 7). Una tale punizione ben si adattava al crimine; uno stato totalitario riunificatosi, al solo fine di stabilire un nome collettivo, non ha né l’energia né la motivazione per mettere in evidenza ed allo stesso tempo esprimere con sensibilità le necessità di ogni singolo individuo. Ed una società disumana ed atea deve essere fermata prima che procuri un danno persino maggiore.

Perciò:

“da quel posto il Signore li disperse su tutto il pianeta ed essi cessarono di costruire la città” (Noach XI, 8).

Ma non è forse questa punizione molto simile a quella riservata all’Israele errante, per aver trascurato il Signore e l’umanità col suo inutile odio ed il suo famigerato orgoglio, come conseguenza dei quali l’Onnipotente distrusse il nostro Sacro Tempio e ci disperse su tutto il globo?

Tuttavia, nonostante la grande dispersione e l’esilio e a differenza dei popoli di Babele, gli ebrei rimasero uniti con una lingua sacra ed un ideale comune; ma invero, dal nostro esilio e dalle diverse nazioni ospitanti, noi ritorneremo al Signore ed ai Suoi insegnamenti etici:

“dalle terre della Diaspora voi cercherete il Signore vostro D-o e Lo troverete. Persino se sarete dispersi, dalle estremità dei cieli, da lì il Signore vostro D-o vi raccoglierà e da lì vi prenderà. E vi porterà alla Terra che i vostri padri hanno ereditato e voi la erediterete” (Devarim: Vaetchannan IV, 29; Nitzavim XXX, 4-5).

Gli ebrei ripareranno l’errore della torre di Babele. Quando ritorneremo in Israele e ricostruiremo la nostra Torre di Santità, questo avverrà in onore del Signore e non per la materialistica brama di grandezza; servirà come punto d’incontro per tutte le nazioni in una comunione umanistica e non in un uniformismo totalitario,

“quando una nazione non alzerà la spada contro un’altra nazione e l’umanità non imparerà più la guerra, e quando tutte le nazioni procederanno ciascuna nel nome della sua divinità, e noi procederemo per sempre nel nome del Signore nostro D-o” (Micah IV, 3-5).
“I superstiti d’Israele non agiranno insensibilmente e parole fraudolenti non verranno proferite dalle loro bocche. Ed allora Io trasformerò le nazioni in modo che abbiano un linguaggio di purità, in modo che ognuno invochi il nome del Signore e Lo serva spalla a spalla” (Zephania III, 13).

Nota editoriale

Questa derashà è tratta dal libro del Rav Shlomo Riskin, rabbino capo di Efrat e fondatore della Ohr Torah Stone Colleges and Graduate Programs, intitolato Commenti alle Parashot della Torà.

Nel 2007 Raffaele Levi z"l lo tradusse e lo pubblicò con il permesso del Rav, che lo incoraggiò a diffondere quanto più possibile le sue derashot.

Il libro, dedicato da Raffaele Levi «ai suoi figli, nipoti e pronipoti, presenti e futuri», è purtroppo esaurito da tempo.

Torah.it, con l'appoggio dei figli di Raffaele Levi, Gavriel, Michael e Laura, ripropone settimanalmente online, in questo 5783, le relative derashot e si prepara, al termine del ciclo annuale della lettura della Torà, a lanciare una nuova edizione cartacea dell'apprezzatissimo libro.