«E Noach trovò grazia agli occhi del Signore» (Genesi VI,8), così possiamo trovare grazia e buon discernimento agli occhi di D. e dell’uomo. «E seminò Izchak in quel paese, e trovò in quello stesso anno il centuplo e lo benedisse il Signore» (ivi, XXVI,12).

Nei siddurim di rito italiano stampati negli ultimi tre secoli, al termine della avdalà del sabato sera si è “intrufolata” una formula che non compare nelle edizioni più antiche.

Si tratta evidentemente di una formula augurale, recitata nel momento nel quale si lascia la serenità dello Shabbat e ci si reimmerge nel mondo della materialità. Ma perché proprio questi versi e come sono finiti qui?

Come detto nei formulari antichi questa formula non c’è. Almeno non esattamente. Un primo indizio lo troviamo nel Machazor di Soncino (1485): dopo la avdalà sono riportate alcune regole che la riguardano che terminano con l’espressione:

«E colui che sta attento a fare la avdalà sul vino all’uscita del Sabato ed all’uscita delle feste, “porterà benedizione dal Signore e giustizia dal D. della sua salvezza” (Salmi XXIV,5) e troverà grazia e buon discernimento agli occhi di D. e dell’uomo.»

Lo stesso sul Machazor di Bologna.

La fonte per Soncino e Bologna è nello Shibbolè Haleqet (130). Rabbì Zidkià Anav cita la Ghemarà in Berachot 33a:

«Gli uomini della Grande Assemblea stabilirono per Israele benedizioni e preghiere, santificazioni e separazioni... all’inizio stabilirono (la avdalà) nella preghiera, si arricchirono e la stabilirono sul bicchiere (di vino), tornarono ad impoverirsi e la stabilirono sulla preghiera, e loro dissero: colui che fa la avdalà nella preghiera deve fare la avdalà (anche) sul bicchiere.»

A nome del fratello, Rabbì Biniamin, aggiunge che il divieto di mangiare prima della avdalà si riferisce ad un luogo nel quale è possibile trovare del vino, ma in assenza di questo e nell’impossibilità di restare a digiuno la avdalà torna alla sua formula originale nella tefillà (Attà Hivdaltà), anche se uno dovrebbe sforzarsi di avere del vino sul quale fare la avdalà. Il motivo per Rabbì Biniamin è da ricercarsi nella Ghemarà in Pesachim 113a.

״אמר רבי יוחנן שלשה מנוחלי העולם הבא אלו הן הדר בארץ ישראל והמגדל בניו לתלמוד תורה והמבדיל על היין במוצאי שבתות מאי היא דמשייר מקידושא לאבדלתא״ (פסחים קיג.)
«Ha detto Rabbì Jochannan: “Tre sono tra coloro che ereditano il mondo futuro e questi sono: colui che risiede in Eretz Israel, colui che cresce i suoi figli nello studio della Torà e colui che fa la avdalà sul vino nelle uscite dei Sabati, cioè che lascia dal Kiddush per la avdalà”.»

Chi, come spiega Rav Steinsaltz, ha poco vino in casa e lo lascia per la avdalà.

E così anche in Pirkè DeRabbì Eliezer:

«Ha detto Rabbì Zadok: “Chiunque non faccia la avdalà sul vino e non ascolti da coloro che la fanno all’uscita del Sabato, non vedrà mai un segno di benedizione. E chiunque faccia la avdalà sul vino all’uscita del Sabato o ascolti da coloro che la fanno, il Santo Benedetto Egli Sia lo chiama Santo e lo fa Suo tesoro come è detto (Esodo XIX,6): ‘E voi mi sarete come reame di sacerdoti (e nazione santa)’ ed è scritto (Levitico XX,26): ‘E mi sarete santi poiché Santo sono Io’.”»

In un mondo nel quale il vino costava caro e le disponibilità erano limitate, serve uno sforzo per fare la avdalà sul vino, sforzo che viene però premiato con una benedizione. Tutto questo ragionamento è accennato quindi già nei machazorim antichi e ad un certo punto viene messo in versi. Già nel Siddur Berachà di Roma del 1690 compare quasi la stessa formula.

Chi fa la avdalà sul vino riceve benedizione. Va bene. È chiarissimo perché usare il verso di Izchak per la benedizione: Izchak pianta e raccoglie cento volte il dovuto. Meglio di così? Ma perché nella trasposizione in versi Noach dovrebbe rappresentare chi fa la avdalà sul vino?

Forse una possibile spiegazione è da cercare su un commento un po’ criptico al verso «E Noach trovò grazia agli occhi del Signore» che fa il Midrash Bereshit Rabbà a nome di Rabbì Simon.

רבי סימון פתח (ישעיה סה, ח): כֹּה אָמַר ה' כַּאֲשֶׁר יִמָּצֵא הַתִּירוֹשׁ בָּאֶשְׁכּוֹל וְאָמַר אַל תַּשְׁחִיתֵהוּ כִּי בְרָכָה בּוֹ, מַעֲשֶׂה בְּחָסִיד אֶחָד שֶׁיָּצָא לְכַרְמוֹ בְּשַׁבָּת וְרָאָה עוֹלֵלָה אַחַת וּבֵרַךְ עָלֶיהָ, אָמַר כְּדַאי הִיא הָעוֹלֵלָה הַזּוֹ שֶׁנְּבָרֵךְ עָלֶיהָ, כָּךְ כֹּה אָמַר ה' כַּאֲשֶׁר יִמָּצֵא הַתִּירוֹשׁ בָּאֶשְׁכּוֹל וגו'.

Rabbì Simon usa un verso di Isaia per paragonare Noach ad un chicco buono che contiene benedizione in un grappolo marcio che altrimenti sarebbe stato distrutto. Così anche Rashì su Isaia. Interessante paragone perché noi diciamo sempre che Noach salva se stesso ma non salva la sua generazione. In effetti il Midrash stravolge un po’ tutta la logica e sembra dire che in realtà Noach non è un chicco buono di per sé ma forse proprio in funzione di ciò che genererà.

Ed infatti continua Rabbì Simon:

אָמַר רַבִּי סִימוֹן: מָצִינוּ שֶׁהַקָּדוֹשׁ בָּרוּךְ הוּא עוֹשֶׂה חֶסֶד עִם הָאַחֲרוֹנִים בִּזְכוּת הָרִאשׁוֹנִים, וּמִנַּיִן שֶׁהַקָּדוֹשׁ בָּרוּךְ הוּא עוֹשֶׂה עִם הָרִאשׁוֹנִים בִּזְכוּת הָאַחֲרוֹנִים? וְנֹחַ מָצָא חֵן בְּעֵינֵי ה׳, בְּאֵיזוֹ זְכוּת? בִּזְכוּת תּוֹלְדוֹתָיו.

Iddio concede grazia a Noach per il merito di coloro che verranno dopo, per merito della sua discendenza.

Anche il commento di Sforno ad loc. verte sui figli. La grazia fatta a Noach è di aver salvato i suoi figli e le sue figlie.

ונח מצא חן להציל גם בניו ובנותיו לא מפני שהיה ראוי לכך אבל על צד חנינה זכהו האל ית' לזה

Al di là del Midrash non dimentichiamo che Noach è il primo che pianta una vigna: questa diviene da una parte causa del suo degrado ma dall’altra l’occasione per definire la rettitudine almeno di un pezzo della sua discendenza, con Shem e Jefet che lo coprono.

Forse Noach fa la avdalà con il vino, nel senso che il vino di Noach causa la prima separazione tra i suoi figli e fa emergere Shem che diviene progenitore di Israele e da qui la benedizione che “separa tra Israele ed i popoli” assieme al “settimo giorno dai sei giorni dell’opera”.

Mi sembra molto bello che le tre condizioni di Rabbì Jochannan si manifestano in Noach: il vino della avdalà, i figli da crescere nella Torà e l’abitare in Erez Israel. Secondo il Rambam in Hilchot Melachim infatti Noach costruisce il suo altare a Jerushalaim e da lì parte anche la lotta tra Shem e la discendenza di Cham con Kenaan per il possesso di Erez Israel che circonda tutta la storia di Avraham.

Il Divrè Emet commenta il nostro verso così:

ונח מצא חן כו' דאיתא לזכור בכל יום שבת קודש וזה ונח לשון מנוחה גם בויו הוא ששה ימים עי״ד זה מצא חן גם בעיני ה׳ המשוטטות בכל הארץ שלא יקטרגו עליו. ויש לומר [עוד] בעיני ה׳ להמשיך השפעות רחמים כמו ואבוא אל העין:

Cioè bisogna ricordare lo Shabbat ogni giorno e trascinare nella settimana l’influenza della sua grazia. Noach diventa la menuchà dello Shabbat.

Un'ultima nota. Mi incuriosisce il fatto che tutto il ragionamento dello Shibbolè Haleqet e quindi la fonte per questo sottolineare l’attenzione che si deve porre nella avdalà si basi su un insegnamento di Rabbì Zadok, perché proprio di Shabbat noi romani, e solo noi, ancora usiamo la sua formula della Amidà del venerdì sera, Umeahavatach. Un caso?