“E [ci] fu [in] tutta la Terra un’unica lingua ed unici propositi” (Genesi XI, 1)

La parashà di Noach, che leggiamo questa settimana, ci offre un’interessante prospettiva sui rapporti umani ed in particolare sul distanziamento sociale. Il mondo, nel quale i rapporti umani si erano corrotti, viene condannato alla distruzione. Solo Noach viene isolato in un compartimento stagno assieme alla sua famiglia ed agli animali che vengono salvati. Anche all’interno dell’arca vengono realizzati piani diversi per le diverse funzioni ed anche compartimenti separati per le diverse specie. Noach ed i figli vengono istruiti dal Signore di separarsi dalle rispettive mogli ed i rapporti coniugali verranno nuovamente permessi solo dopo l’uscita dall’arca.

L’umanità che rinasce da Noach sembra cercare una strada opposta.

“E [ci] fu [in] tutta la Terra un’unica lingua ed unici propositi” (Genesi XI, 1)

Gli uomini si radunano a Shinnar e cercano un progetto che li tenga uniti.

Il Kli Yakar, sulla base del Talmud (TB Sanhedrin 71b) dice che l’unità dei malvagi è solo superficiale. In realtà dietro i grandi progetti unitari si celano agende ben differenti e la volontà di prevalere gli uni sugli altri. Per questo l’unità dei malvagi è un male per loro e per il mondo. Al contrario l’unità dei giusti è funzionale al loro sottomettersi al bene superiore e per questo è un bene per loro e per il mondo.

Cionondimeno, secondo il Midrash Rabbà, il valore intrinseco dell’unità è tale che pur nell’errore la generazione della Torre non fu annientata come quella del diluvio. La loro unità, per quanto negativa, era testimone di un approccio diverso rispetto alla violenza della generazione del diluvio.

Il Midrash Tanchumà lega questi versi al precetto dell’eruv, la fusione rituale di cortili ed altre zone di diversa proprietà che consente il trasporto di oggetti durante lo Shabbat.

Ci insegni il nostro maestro: una casa nella quale si mette un eruv ha bisogno di un eruv? Così hanno insegnato i nostri maestri: Rabbì Jacob, figlio di Rabbì Aha, chiese a Rabbì Abahu se fosse necessario posizionare un eruv in un’area con un cortile comune se altri ne avevano precedentemente messo uno lì, e lui rispose: la Scuola di Shammai afferma che deve farlo, mentre la Scuola di Hillel sostiene che non è necessario. La legge è conforme all’opinione della Scuola di Hillel. Rabbì Joshua ben Levi disse: Hanno istituito la pratica di collocare un eruv in un’area con un cortile comune solo per promuovere la causa della pace. In che modo? Se una donna manda suo figlio a depositare l’eruv e la sua vicina è gentile con lui e lo bacia, sua madre senza dubbio dirà a sé stessa: veramente deve amarlo, e se prima ce l’aveva con lei, ne risulta che fanno pace per mezzo dell’eruv. Il Santo, sia benedetto, disse: Ho stabilito la pace nel mio mondo, ma questi uomini malvagi sorgono per fomentare il conflitto in esso. Da dove lo sappiamo? Dal fatto che hanno combattuto contro il Santo, benedetto sia Lui, come è riferito nel capitolo “E [ci] fu [in] tutta la Terra un’unica lingua ed unici propositi” (Genesi XI, 1).

L’idea di Rabbì Joshua ben Levi, riportata nello Jerushalmi, è che la filosofia che è dietro l’istituto dell’eruv è la fusione dei cuori delle persone prima ancora che degli spazi fisici. L’eruv diventa un modo per ridefinire il “mio” ed il “tuo”. È l’istituto che fa nascere il “noi”, pur nel rispetto del “mio” e del “tuo”. L’eruv ci impone di relazionarci con quel vicino che altrimenti ignoreremmo per scoprire invece che è così gentile con i nostri figli.

Lo Shulchan Aruch (Orach Chajm 366,3) codifica sulla base della Mishnà di Ghittin (V, 8) che se si è soliti mettere l’eruv in una casa specifica, non si deve cambiare con un’altra casa. Mipenè darchè shalom, per promuovere la causa della pace. Tecnicamente i commentatori spiegano che non vedendo l’eruv dove è solito essere, si potrebbe pensare male dei residenti accusandoli di trasportare contro le regole dello Shabbat. C’è però chi ha imparato da qui la forza del concetto di chazzaqà, la presunzione giuridica che assegna la precedenza nella realizzazione della mizvà a chi solitamente se ne occupa. Paradossalmente si tratta di un istituto che dovrebbe creare armonia ma che spesso diventa proprio l’occasione di litigi. Il Ramà nota in loco che ormai l’uso è quello di mettere l’eruv nel Bet HaKeneset.

Mi piace pensare che nella nota del Ramà ci sia qualcosa che va oltre l’aspetto tecnico. Forse potremmo dire che il concetto di darchè shalom alla base dell’eruv viene proiettato dai cortili delle case al Bet HaKeneset, alla Casa della Assemblea. Forse anche a ricordarci che è proprio quella pace ed armonia devono essere le fondamenta sulle quali si edifica la cosa pubblica.

L’idea dell’eruv è quindi il modello alternativo che la Torà propone alla falsa unità della generazione della Torre e della dispersione.

In questo strano periodo (era in corso la pandemia del Covid ndr.), nel quale tra l’altro stiamo studiando proprio il trattato di Eruvin, siamo stati testimoni di come gli spazi sono stati ridefiniti. Da una parte ci siamo allontanati fisicamente, siamo rimasti nelle case, abbiamo abbandonato gli spazi pubblici. Dall’altro canto siamo stati capaci di trasformare cortili ed androni, tetti e strade in luoghi di preghiera e Torà. In luoghi di Eruv nei quali, paradossalmente, come non mai il darchè shalom è stato percepito.

Ci auguriamo, un po’ come dice il Ramà, di riportare presto questo darchè shalom nei nostri Batè Keneset e nella cosa pubblica.