Nel rito italiano, diversamente dagli altri riti, la Haftarà di Ki Tavò è tratta dal libro di Jeoshua e comincia con le parole:
אָז יִבְנֶה יְהוֹשֻׁעַ מִזְבֵּחַ לַה׳ אֱלֹהֵי יִשְׂרָאֵל בְּהַר עֵיבָל
«Allora Jeoshua costruì un altare al Signore, Dio d’Israele, sul monte Eval» (Jeoshua 8,30).
Il collegamento con la Parashà è chiaro. In Ki Tavò Moshè ordina ciò che Jeoshua eseguirà dopo l’ingresso in Eretz Israel: l’altare sul monte Eval, le pietre, la Torah scritta su di esse e il grande momento delle benedizioni e delle maledizioni sui monti Gherizim ed Eval.
La cosa meno evidente è perché la nostra Haftarà non si fermi lì.
Continua nel capitolo successivo, con la storia degli abitanti di Ghivon:
וְיֹשְׁבֵי גִבְעוֹן שָׁמְעוּ אֵת אֲשֶׁר עָשָׂה יְהוֹשֻׁעַ לִירִיחוֹ וְלָעָי. וַיַּעֲשׂוּ גַם הֵמָּה בְּעָרְמָה
«Gli abitanti di Ghivon sentirono ciò che Jeoshua aveva fatto a Yericho e ad Ai. E anch’essi agirono con astuzia» (Jeoshua 9,3-4).
I Ghivonim temono di essere travolti dall’avanzata di Israele. Si presentano allora con sacchi consumati, otri vecchi, scarpe logore e pane secco, fingendo di arrivare da molto lontano. Jeoshua e i capi del popolo credono al racconto e stringono con loro un patto.
Che cosa c’entra tutto questo con Ki Tavò? Una prima risposta si trova nella Parashà successiva, Nizzavim. Moshè riunisce tutto Israele per entrare nel patto:
רָאשֵׁיכֶם שִׁבְטֵיכֶם זִקְנֵיכֶם וְשֹׁטְרֵיכֶם כֹּל אִישׁ יִשְׂרָאֵל. טַפְּכֶם נְשֵׁיכֶם וְגֵרְךָ אֲשֶׁר בְּקֶרֶב מַחֲנֶיךָ מֵחֹטֵב עֵצֶיךָ עַד שֹׁאֵב מֵימֶיךָ
«I vostri capi, le vostre tribù, i vostri anziani e i vostri funzionari, ogni uomo d’Israele; i vostri bambini, le vostre donne e lo straniero che è in mezzo al tuo accampamento, dal tuo taglialegna al tuo attingitore d’acqua» (Devarim 29,9-10).
Rashì si domanda chi siano questi taglialegna e attingitori d’acqua e porta una tradizione sorprendente:
מְלַמֵּד שֶׁבָּאוּ כְנַעֲנִיִּים לְהִתְגַּיֵּר בִּימֵי מֹשֶׁה כְּדֶרֶךְ שֶׁבָּאוּ גִּבְעוֹנִים בִּימֵי יְהוֹשֻׁעַ
«Insegna che dei Cananei vennero per convertirsi ai tempi di Moshè, come i Ghivonim vennero ai tempi di Jeoshua».
Moshè li destinò a essere taglialegna e attingitori d’acqua.
Il Midrash Tanchumà dice qualcosa di ancora più preciso. I Ghivonim stessi si erano già presentati a Moshè e Moshè non li aveva accolti. Successivamente si presentarono a Jeoshua, che invece li accolse.
Il Midrash trova un’allusione proprio nelle parole:
וַיַּעֲשׂוּ גַם הֵמָּה בְּעָרְמָה
«Anch’essi agirono con astuzia».
גַם הֵמָּה, «anch’essi»: non era la prima volta.
La storia dei Ghivonim, dunque, non è soltanto un episodio curioso inserito dopo il monte Eval. Tocca una questione centrale dell’ingresso di Israele nella Terra: che cosa deve accadere ai popoli che già vi abitano?
Il Vayikrà Rabbà racconta che, prima di entrare in Eretz Israel, Jeoshua inviò loro tre messaggi:
הָרוֹצֶה לִפְנוֹת יִפְנֶה, לְהַשְׁלִים יַשְׁלִים, לַעֲשׂוֹת מִלְחָמָה יַעֲשֶׂה
«Chi vuole andarsene, se ne vada; chi vuole fare pace, faccia pace; chi vuole fare guerra, faccia guerra».
Tre possibilità.
I Ghirgashiti lasciarono il Paese e, racconta il Midrash, ricevettero in cambio una terra bella come la loro. I Ghivonim fecero pace. Trentuno re scelsero la guerra e furono sconfitti.
A questo punto, però, nasce una domanda abbastanza ovvia. Se ai popoli della Terra era stata offerta la possibilità di fare pace, perché i Ghivonim ebbero bisogno di mentire?
Il Rambam, nelle Hilchot Melachim uMilchamot (6), risponde esattamente a questa domanda.
Jeoshua aveva mandato la sua proposta prima di entrare nella Terra. I Ghivonim non l’avevano accettata. Quando, dopo Yericho e Ai, decisero di cambiare strada, pensarono che fosse ormai troppo tardi:
וְלֹא יָדְעוּ מִשְׁפַּט יִשְׂרָאֵל וְדִמּוּ שֶׁשּׁוּב אֵין פּוֹתְחִין לָהֶם לְשָׁלוֹם
«Non conoscevano la legge d’Israele e pensarono che ormai non sarebbe stata loro nuovamente offerta la pace».
Si sbagliavano.
Il Rambam stabilisce infatti un principio molto netto:
אֵין עוֹשִׂין מִלְחָמָה עִם אָדָם בָּעוֹלָם עַד שֶׁקּוֹרְאִין לוֹ שָׁלוֹם
«Non si fa guerra contro nessuno al mondo prima di avergli offerto la pace».
E questo vale anche per i sette popoli cananei. Quando la Torah comanda di non lasciarne in vita, precisa il Rambam, parla di quelli שֶׁלֹּא הִשְׁלִימוּ, che non hanno accettato la pace.
La prova viene ancora una volta dal libro di Jeoshua:
לֹא הָיְתָה עִיר אֲשֶׁר הִשְׁלִימָה אֶל בְּנֵי יִשְׂרָאֵל בִּלְתִּי הַחִוִּי יֹשְׁבֵי גִבְעוֹן אֶת הַכֹּל לָקְחוּ בַמִּלְחָמָה
«Non vi fu città che facesse pace con i figli d’Israele, eccetto gli Chivvei abitanti di Ghivon; tutte le altre furono conquistate in guerra» (Jeoshua 11,19).
È un versetto che si può leggere velocemente e capire quasi al contrario.
Non dice che soltanto Ghivon aveva diritto alla pace. Dice che soltanto Ghivon la accettò. Ed è qui che mi sembra si possa capire meglio la scelta della Haftarà del rito italiano.
Le Haftarot che i Benè Romi leggono in queste settimane, al posto delle sette Haftarot di consolazione, seguono l’ingresso di Israele nella propria Terra. Non soltanto come racconto storico, ma attraverso alcuni dei suoi momenti fondamentali: l’adempimento degli ordini di Moshè, la conquista, la divisione del territorio, le città, le nachalot.
La Haftarà di Ki Tavò comincia quindi esattamente dove ci aspetteremmo: sul monte Eval, con Jeoshua che esegue ciò che Moshè aveva comandato.
Ma non finisce lì. Continua con Ghivon. E forse non è affatto un’appendice.
Perché anche la possibilità della pace fa parte dell’ordine con il quale Israele entra nella propria Terra. I Ghivonim lo capirono tardi. Pensarono che quella possibilità fosse ormai perduta e per questo ricorsero all’inganno.
Ma, come spiega il Rambam, non lo era.
Prima della guerra, anche nella conquista di Eretz Israel, c’era ancora la pace.