La Parashà di Ki Tavò ci conduce più a fondo nelle ultime volontà di Moshè rivolte al popolo d’Israele. Li sta preparando al momento in cui attraverseranno il Giordano e inizieranno a vivere nella Terra Promessa, non più come un popolo errante, ma come una nazione responsabile dei propri campi, delle proprie città, delle proprie istituzioni e del proprio futuro.
Uno dei momenti centrali della Parashà è la cerimonia che avrà luogo nei pressi di Shechem, tra il Monte Gherizim e il Monte Eval. Le tribù si disporranno divise tra i due monti mentre il patto verrà proclamato attraverso benedizioni e maledizioni. Le benedizioni descrivono prosperità, sicurezza, fecondità e successo. Le maledizioni descrivono le conseguenze dell’abbandono dei comandamenti di Dio e del crollo delle fondamenta morali e spirituali della società.
Il linguaggio è drammatico e alcuni passaggi sono difficili. Tradizionalmente, quando le maledizioni vengono lette dalla Torà, sono recitate a voce più bassa. Questa lettura sommessa riflette la loro gravità. Non desideriamo dare maggiore forza alla sofferenza proclamandola ad alta voce.
Le benedizioni, al contrario, sono parole che desideriamo ascoltare chiaramente.
Tra queste vi è la semplice ma profonda promessa:
«Benedetto sarai quando entrerai e benedetto sarai quando uscirai» (Deuteronomio 28:6).
Che cosa significa essere benedetti quando si entra e quando si esce?
Al livello più semplice, il versetto esprime il desiderio di protezione nel corso della vita. Che una persona possa entrare in sicurezza e uscire in sicurezza. Che l’inizio e la conclusione di ogni viaggio siano circondati dalla benedizione.
Ma forse il versetto parla di qualcosa di più del movimento fisico. La vita umana è piena di ingressi e di partenze. Entriamo in relazioni, case, professioni, responsabilità e fasi della vita. E ne usciamo. Iniziamo, completiamo, abbiamo successo, falliamo, cresciamo, ci separiamo e ricominciamo.
La Torà benedice l’intero percorso.
Spesso sappiamo come celebrare gli inizi. Un nuovo inizio porta con sé freschezza e possibilità. C’è entusiasmo quando un bambino comincia la scuola, quando una coppia si sposa, quando una persona inizia un nuovo incarico o quando un’idea diventa un progetto. Il futuro appare aperto e i primi passi sono pieni di energia.
Lasciare, invece, è più complicato. Può portare con sé un senso di realizzazione, ma può anche contenere delusione, stanchezza, perdita o incertezza. Anche quando lasciamo qualcosa per la ragione giusta, partire ci impone di lasciare andare ciò che è diventato familiare.
La Torà benedice quindi entrambi i momenti.
Che tu possa essere benedetto quando entri, con la speranza, il coraggio e la freschezza necessari per cominciare. Che tu possa essere benedetto anche quando esci, con dignità, gratitudine e la capacità di portare con te ciò che hai imparato.
Questa benedizione appare all’interno di una più ampia discussione sulla ricompensa e sulla punizione. È un concetto che incontriamo fin dai primi anni della vita. Insegniamo ai bambini che un buon comportamento porta risultati positivi e che un comportamento dannoso comporta delle conseguenze. Un bambino può ricevere un dolce per aver fatto qualcosa di buono o perdere un privilegio per essersi comportato male.
In quella fase, l’educazione morale è necessariamente semplice. Il bambino non possiede ancora la maturità necessaria per comprendere ogni conseguenza o il significato più profondo della responsabilità. Ricompensa e punizione offrono un linguaggio accessibile attraverso il quale si può iniziare a imparare ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
Il pericolo è che possiamo crescere senza permettere alla nostra comprensione di maturare.
Una vita religiosa non può rimanere una ricerca permanente di dolci e un tentativo di evitare punizioni. Non siamo chiamati a osservare i comandamenti semplicemente perché ci aspettiamo una ricompensa immediata o perché temiamo che possa accaderci qualcosa di spiacevole se non lo facciamo.
Con la maturità, la relazione deve diventare più profonda.
La paura diventa timore reverenziale. L’obbedienza diventa responsabilità. La ricompensa diventa vicinanza. I comandamenti non sono più soltanto regole imposte dall’esterno, ma la forma attraverso la quale costruiamo una relazione significativa con Dio, con gli altri esseri umani e con la persona che stiamo diventando.
Un bambino può comportarsi correttamente perché qualcuno lo sta guardando. Un adulto deve imparare a comportarsi correttamente perché l’azione stessa è giusta.
Questo è anche il significato delle benedizioni e delle maledizioni. Non si tratta semplicemente di una transazione nella quale il buon comportamento acquista prosperità e il comportamento sbagliato produce automaticamente una punizione. Moshè insegna che le azioni plasmano la realtà. La vita morale di un popolo influenza la società che esso crea, le relazioni che mantiene e il futuro che rende possibile.
La disonestà danneggia la fiducia. La crudeltà crea paura. L’arroganza divide le comunità. La responsabilità, la compassione e la fedeltà costruiscono vite nelle quali la benedizione può dimorare.
Il rapporto tra azione e conseguenza, quindi, non è sempre immediato o evidente, ma è reale.
La benedizione dell’entrare e dell’uscire ci chiede di preservare qualcosa di prezioso durante questo processo di maturazione. Dobbiamo superare le aspettative infantili senza perdere l’innocenza e la passione di un inizio.
Ogni volta che entriamo in qualcosa di nuovo, spesso c’è una scintilla. Ci sentiamo curiosi, coinvolti e vivi. Con il tempo, la familiarità può indebolire quell’energia. La relazione diventa ordinaria, la responsabilità diventa routine e la visione che ci aveva ispirato comincia a svanire.
La benedizione è che l’entusiasmo con cui siamo entrati sia ancora presente quando usciamo.
Che una persona possa portare a termine un compito con la stessa integrità con cui lo ha iniziato. Che una relazione conservi qualcosa della sua tenerezza iniziale anche dopo molti anni. Che la fede continui a contenere meraviglia anche dopo una vita intera di pratica. Che la maturità approfondisca i nostri impegni anziché svuotarli del loro sentimento.
Essere benedetti quando si entra e quando si esce significa portare con sé la scintilla originaria attraverso ogni fase del viaggio.
Moshè sta preparando Israele a entrare nella Terra, ma sa che entrarvi è soltanto l’inizio. La prova più grande sarà il modo in cui vivranno quando l’entusiasmo dell’arrivo sarà passato. Preserveranno il patto quando la vita sarà diventata stabile? Ricorderanno lo scopo del viaggio una volta raggiunta la destinazione?
Ogni inizio è una promessa. Ogni fine rivela che cosa ne è stato di quella promessa.
Che possiamo entrare con speranza, vivere con integrità e uscire con la benedizione ancora viva dentro di noi.