Questa settimana la Parashà di Ki Tetzè termina con una parola che accompagna tutta la storia ebraica:

זָכוֹר אֵת אֲשֶׁר עָשָׂה לְךָ עֲמָלֵק בַּדֶּרֶךְ

«Ricorda ciò che ti fece Amalek lungo la strada» (Devarim 25,17).

זכור. Ricorda.

Questa mattina ho pronunciato l’hesped per mia nonna Gemma, mancata a quasi novantaquattro anni. Nell’emozione ho cercato di dire tre cose. Vorrei provare a rimetterle in ordine.

La vita di nonna è stata profondamente segnata dalla Shoah.

Ci ha raccontato molte volte il suo primo Kippur dopo l’età del Bat Mitzvà — un Bat Mitzvà che, a causa della guerra, non aveva potuto celebrare. Il Tempio era chiuso. Lei era per strada, nascosta, e guardava le stelle per cercare di capire se il digiuno fosse terminato.

Poi il padre, il nonno e gli uomini della famiglia furono deportati ad Auschwitz.

Il comando זכור ci impone di non cancellare ciò che è accaduto. Ma la vita di nonna mi ha insegnato anche qualcosa su ciò che si può fare con quella memoria.

Nonna si è ripresa la propria vita. E si è ripresa la propria vita ebraica.

Non tutta insieme. Un mattone alla volta. Una mitzvà alla volta.

Nella stessa Parashà leggiamo:

כִּי תִבְנֶה בַּיִת חָדָשׁ

«Quando costruirai una casa nuova» (Devarim 22,8).

Il versetto parla naturalmente di tutt’altro. Ma pensando alla vita di nonna, quelle parole acquistano per me un significato particolare.

Dopo la guerra non era possibile semplicemente tornare alla casa che c’era prima. Troppe persone non erano tornate. Troppo era stato distrutto.

Bisognava costruire בית חדש, una casa nuova.

Tre figlie, sei nipoti, tredici bisnipoti. Oggi circa la metà vive in Israele. Alcuni indossano con orgoglio la divisa di Tzahal.

È difficile non fermarsi davanti alla parabola contenuta in una sola vita: dalla ragazzina ebrea costretta a nascondersi per strada per guardare le stelle di Kippur a dei bisnipoti che vivono nello Stato di Israele e non sono bambini indifesi.

Di tutte le cose delle quali nonna si è riappropriata, ce n’è una apparentemente piccola alla quale sono particolarmente affezionato.

In età già avanzata decise di imparare l’ebraico.

Con grande umiltà ricominciò dalle lettere. Imparò a leggere e a scrivere, fino a poter seguire le Tefillot direttamente dal Siddur.

Questa cosa mi ha sempre fatto pensare a Rabbì Akiva.

Avot deRabbì Natan racconta:

בֶּן אַרְבָּעִים שָׁנָה הָיָה וְלֹא שָׁנָה כְּלוּם

«Aveva quarant’anni e non aveva studiato nulla».

Rabbì Akiva vide un giorno una pietra scavata dall’acqua che vi cadeva continuamente. Si domandò chi avesse potuto incidere una pietra così dura. Gli risposero che era stata l’acqua.

Pensò allora: se ciò che è morbido può incidere ciò che è duro, certamente le parole della Torah possono entrare nel mio cuore.

Andò insieme a suo figlio da un maestro di bambini. Il Midrash racconta quasi la scena: Rabbì Akiva teneva un lato della tavoletta e suo figlio l’altro. Il maestro scrisse per lui alef, bet, e lui cominciò a imparare.

Rabbì Akiva aveva quarant’anni.

Nonna aveva ben più dei quarant’anni di Rabbì Akiva quando decise che non era troppo tardi per ricominciare dall’alef-bet.

E pensando a Rabbì Akiva, questa mattina mi è tornata in mente un’altra storia.

Rabbì Akiva era ancora il pastore di Ben Kalba Savua, uno degli uomini più ricchi di Jerushalaim. Rachel, la figlia di Kalba Savua, vide in lui una persona modesta e di grandi qualità e gli chiese:

אִי מִקַּדַּשְׁנָא לָךְ אָזְלַתְּ לְבֵי רַב?

«Se mi sposo con te, andrai a studiare Torah?»

Rabbì Akiva rispose di sì.

Si sposarono in segreto. Quando il padre di Rachel lo seppe, la cacciò di casa e fece voto che non avrebbe beneficiato dei suoi beni.

Rabbì Akiva partì per studiare Torah e rimase lontano per dodici anni.

Quando tornò era accompagnato da dodicimila allievi. Prima di entrare in casa sentì qualcuno domandare a sua moglie per quanto tempo avrebbe continuato a vivere come la vedova di un uomo ancora vivo.

Rachel rispose:

אִי לְדִידִי צָיֵית יָתֵיב תְּרֵי סְרֵי שְׁנֵי אַחְרָינְיָיתָא

«Se ascoltasse me, rimarrebbe a studiare altri dodici anni».

Rabbì Akiva sentì e disse:

בִּרְשׁוּת קָא עָבֵידְנָא

«Lo sto facendo con il suo consenso».

E tornò a studiare per altri dodici anni.

Quando infine fece ritorno, era accompagnato da ventiquattromila allievi.

Rachel uscì per incontrarlo. Le donne che erano con lei le suggerirono di procurarsi abiti più adatti per presentarsi davanti a un Maestro ormai tanto importante. Lei andò così com’era.

Arrivata da Rabbì Akiva, si gettò ai suoi piedi. Gli allievi, che non sapevano chi fosse, cercarono di allontanarla.

Rabbì Akiva li fermò:

שִׁבְקוּהָ, שֶׁלִּי וְשֶׁלָּכֶם שֶׁלָּהּ הוּא

«Lasciatela. Ciò che è mio e ciò che è vostro è suo» (Ketubot 62b–63a).

שלי ושלכם שלה הוא.

Ciò che è mio e ciò che è vostro è suo.

Questa è la seconda cosa che ho cercato di dire questa mattina.

Noi nipoti e bisnipoti abbiamo costruito vite diverse. Abbiamo fatto scelte nostre e continueremo a farne. Ma quando penso allo Shabbat, alla kasherut, ai Sederim, alle Tefillot, alle famiglie ebraiche costruite dai suoi figli, nipoti e bisnipoti, penso che possiamo dire anche noi:

שלי ושלכם שלה הוא.

È suo.

Non perché tutto ciò che siamo sia identico a ciò che era lei. Ma perché nulla di tutto questo sarebbe stato possibile senza di lei.

Senza quella ragazzina che, mentre il mondo intorno cercava di cancellare la sua vita ebraica, continuava a cercare in cielo le stelle di Kippur.

Senza la donna che dopo la guerra decise di costruire.

Senza la madre e la nonna che ha trasmesso.

Senza quella signora ormai adulta che ancora non si vergognava di mettersi davanti all’alef-bet e ricominciare.

Una mitzvà alla volta.

C’è poi una terza cosa.

Negli ultimi anni ci siamo preoccupati molto che nonna e nonno potessero essere sepolti insieme. Per una serie di circostanze questo non è stato possibile, e non è questo il momento né il luogo per raccontarne le ragioni.

Noi ci siamo occupati dello spazio.

Mishamayim, sono stati riuniti nel tempo.

Nonna è mancata il 6 di Elul, esattamente lo stesso giorno nel quale era mancato nonno.

Avranno per sempre lo stesso anniversario.

Avevamo cercato una pietra, un luogo, uno spazio nel quale poterli ricordare insieme. Ci è stato dato invece un giorno nel calendario.

Il 6 di Elul tornerà ogni anno per i loro figli, nipoti e bisnipoti come un unico punto nel tempo nel quale ricordarli entrambi.

Forse anche questo è un monumento.

E forse ci riporta proprio alla parola con la quale abbiamo cominciato:

זָכוֹר

«Ricorda».

La memoria ebraica non è soltanto conservare il ricordo di ciò che abbiamo perduto.

È anche guardare ciò che, nonostante tutto, siamo riusciti a costruire dopo.

Una casa nuova.

Tre figlie.

Sei nipoti.

Tredici bisnipoti.

Una vita ebraica ripresa, una mitzvà alla volta.

E per tutto ciò che è venuto dopo possiamo davvero dire:

שֶׁלִּי וְשֶׁלָּכֶם שֶׁלָּהּ הוּא

«Ciò che è mio e ciò che è vostro è suo».