Nella Parashà di Nizzavim, Moshè descrive il ritorno di Israele dopo l’esilio:
אִם־יִהְיֶה נִדַּחֲךָ בִּקְצֵה הַשָּׁמָיִם מִשָּׁם יְקַבֶּצְךָ ה׳ אֱלֹהֶיךָ וּמִשָּׁם יִקָּחֶךָ
«Anche se il tuo disperso fosse all’estremità dei cieli, da lì il Signore tuo Dio ti raccoglierà e da lì ti prenderà» (Devarim 30,4).
È uno dei versetti più forti della Torah sulla futura raccolta degli esuli. Il Rambam lo cita all’inizio delle Hilchot Melachim tra le prove della Torah stessa alla futura redenzione: il re Mashiach ricostruirà il Bet HaMikdash e מקבץ נדחי ישראל, raccoglierà i dispersi di Israele.
Ma il linguaggio del versetto è singolare.
Perché Moshè dice בִּקְצֵה הַשָּׁמָיִם, «all’estremità dei cieli»? Se sta parlando della dispersione di un popolo, ci aspetteremmo piuttosto «all’estremità della terra».
L’Ibn Ezra risponde in due sole parole:
בִּקְצֵה הַשָּׁמַיִם — כְּנֶגֶד אֶרֶץ יִשְׂרָאֵל
«All’estremità dei cieli: rispetto a Eretz Israel».
È il punto più lontano che si possa immaginare dalla terra verso la quale Israele deve tornare.
Lo Sfat Emet legge però quella scelta di parole in maniera diversa e sorprendente. Se la Torah parla del «cielo» anziché della «terra», è perché l’esilio di Israele non riguarda soltanto il luogo nel quale si trova fisicamente il popolo ebraico.
Scrive:
כִּי הַשֹּׁרֶשׁ הוֹלֵךְ עִמָּנוּ בַּגָּלוּת
«Perché la radice viene con noi nell’esilio».
Anche quando un ebreo si trova lontanissimo, la sua radice non rimane indietro. Qualcosa di ciò che lo lega alla propria origine entra nell’esilio insieme a lui.
Ed è per questo che la parola forse più importante del versetto è una parola apparentemente superflua:
מִשָּׁם.
Da lì.
La Torah avrebbe potuto dire semplicemente: «Dio ti raccoglierà e ti prenderà». Invece ripete due volte:
מִשָּׁם יְקַבֶּצְךָ
«Da lì ti raccoglierà».
וּמִשָּׁם יִקָּחֶךָ
«E da lì ti prenderà».
Lo Sfat Emet ne trae una conclusione notevole:
שֶׁגַּם בְּתוֹךְ הַגָּלוּת יֵשׁ נְקֻדָּה שֶׁתִּצְמַח מִמֶּנָּה הַיְשׁוּעָה
«Anche dentro l’esilio esiste un punto dal quale può germogliare la salvezza».
Non bisogna necessariamente arrivare prima da qualche altra parte perché possa iniziare il ritorno.
La salvezza può cominciare lì.
In un altro commento lo Sfat Emet lo dice ancora più esplicitamente:
מֵאוֹתָן הַמְּקוֹמוֹת בְּעַצְמָם יִמָּצֵא לָנוּ הַתִּקּוּן
«Proprio da quegli stessi luoghi troveremo la nostra riparazione».
È un’idea particolarmente importante quando leggiamo questi versetti nel mese di Elul.
Quando pensiamo alla Teshuvà, infatti, immaginiamo facilmente di dover prima diventare qualcun altro.
Quando sarò più tranquillo potrò pregare meglio. Quando avrò più tempo potrò studiare. Quando avrò sistemato questa parte della mia vita potrò occuparmi dell’altra. Quando sarò meno lontano potrò finalmente cominciare a tornare.
Ma il versetto non dice: prima esci da קצה השמים, dall’estremità dei cieli, e poi Dio ti raccoglierà.
Dice:
מִשָּׁם יְקַבֶּצְךָ.
Da lì.
Il punto dal quale comincia il ritorno non è necessariamente la versione migliore di noi stessi. È il luogo nel quale siamo davvero.
Lo Sfat Emet riporta in questo contesto un insegnamento attribuito al Baal Shem Tov sul versetto:
מִן הַמֵּצַר קָרָאתִי יָּהּ
«Dall’angustia ho chiamato Dio» (Tehillim 118,5).
La chiamata deve venire מתוך המצר עצמו, dall’interno stesso della strettoia; non semplicemente dal tentativo di fuggirne.
È una differenza importante.
Ci sono difficoltà dalle quali naturalmente dobbiamo uscire. Ma spiritualmente non dobbiamo aspettare di esserne già fuori per poter chiamare Dio. Anche il מֵצַר, il luogo stretto, può diventare il punto dal quale comincia il movimento.
Forse è questo il senso più profondo del doppio משם.
Non soltanto Dio sa dove trovarci.
Anche il luogo nel quale ci siamo persi può contenere qualcosa che servirà per tornare.
Il Malbim nota poi un’altra sfumatura nel versetto. Prima la Torah dice:
יְקַבֶּצְךָ — «ti raccoglierà».
Poi aggiunge:
יִקָּחֶךָ — «ti prenderà».
Per il Malbim non è una semplice ripetizione. Chi è stato spinto fino all’estrema lontananza non viene semplicemente rimandato indietro. Dio lo prende, come una persona che raccoglie qualcosa con la propria mano.
La distanza massima non produce un rapporto più impersonale. Al contrario, il versetto passa dalla grande raccolta degli esuli a un gesto quasi individuale:
וּמִשָּׁם יִקָּחֶךָ.
Da lì ti prenderà.
Anche l’Amek Davar si ferma su questa parola e la collega alla profezia di Yeshayahu:
וְגַם מֵהֶם אֶקַּח לַכֹּהֲנִים לַלְוִיִּם אָמַר ה׳
«Anche da loro prenderò Coanim e Leviim, dice il Signore» (Yeshayahu 66,21).
L’Amek Davar immagina luoghi lontani nei quali esistono soltanto piccole comunità ebraiche, con poco studio della Torah e perfino con una tradizione di appartenenza sacerdotale meno chiara. Eppure, dice, גם מהם אקח: anche da lì Dio saprà prendere persone degne di servire nel Bet HaMikdash.
È difficile pensare a un’espressione più radicale della stessa idea.
Non esiste una periferia dalla quale Dio non possa prendere qualcuno.
Non esiste un luogo così lontano da essere ormai estraneo alla storia della redenzione.
E forse non esiste neppure, dentro una persona, un punto così lontano da non poter diventare l’inizio del ritorno.
Nizzavim parla della raccolta di un popolo disperso ai confini del mondo. Ma nel mese di Elul è difficile non ascoltare quelle parole anche personalmente.
A volte sappiamo benissimo dove vorremmo essere.
La difficoltà è accettare il luogo dal quale dobbiamo cominciare.
La Torah non ci chiede di fingere che quel luogo sia buono. Lo chiama apertamente קצה השמים, l’estremità più lontana.
Ci dice però che persino lì la radice non è scomparsa.
E soprattutto ripete:
מִשָּׁם יְקַבֶּצְךָ
וּמִשָּׁם יִקָּחֶךָ
Proprio da lì può cominciare il ritorno.