Quando finalmente Josef si rivela ai propri fratelli, fa loro un dono:
לְכֻלָּם נָתַן לָאִישׁ חֲלִפוֹת שְׂמָלֹת וּלְבִנְיָמִן נָתַן שְׁלֹשׁ מֵאוֹת כֶּסֶף וְחָמֵשׁ חֲלִפֹת שְׂמָלֹת׃ (בראשית מה, כב)
Shadal traduce “A tutti diede una muta d’abiti per ciascheduno; ed a Binjamìn diede trecento sicli d’argento, e cinque mute d’abiti.” (Genesi XLV,22)
Il Tur commenta che Josef aveva causato il loro stracciarsi le vesti con l’espediente del calice e per questo gli regala dei vestiti nuovi. Ibn Ezrà si sofferma invece sull’espressione muta d’abiti o meglio mute d’abiti perché dalla forma plurale egli dice che sono almeno due abiti per uno. Ma la particolarità di questi abiti per Ibn Ezrà è che sono tutti diversi: מלבושים אין זה כמו זה. Per capire fino in fondo il senso di questo insegnamento dobbiamo andare a vedere un’altra fonte.
Nel Talmud (TB Meghillà 16a-b) troviamo:
אפשר דבר שנצטער בו אותו צדיק יכשל בו דאמר רבא בר מחסיא אמר רב חמא בר גוריא אמר רב בשביל משקל שני סלעים מילת שהוסיף יעקב ליוסף משאר אחיו נתגלגל הדבר וירדו אבותינו למצרים אמר רבי בנימן בר יפת רמז רמז לו שעתיד בן לצאת ממנו שיצא מלפני המלך בחמשה לבושי מלכות שנאמר ומרדכי יצא בלבוש מלכות תכלת וגו'
Si chiede il Talmud, ma può mai essere che dopo tutto quello che Josef il giusto ha patito per la gelosia causata della tunica a strisce che gli fu regalata da Jacov, egli cada nello stesso errore regalando a Beniamino cinque mute d’abiti? Da qui insegna Rabbì Biniamin bar Yefet che c’è un allusione al fatto che un discendente di Beniamino, Mordechai, uscirà da dinanzi al re con cinque vesti regali come è detto ‘E Mordechai uscì da dinanzi al re con vesti regali…’.
La logica di questo passo non è molto chiara. Chiede giustamente il Talmud, ma dopo tutto quello che è successo ricominciamo a fare differenze con regali di vestiti? E risponde che era necessario per alludere a Mordechai. Forse una possibile spiegazione è che la risposta va cercata proprio nell’episodio di Mordechai. Le vesti sono funzionali: Mordechai che fino a poco fa vestiva di sacco in segno di lutto, ora veste gli abiti regali a segnalare la sua dignità ministeriale. Lo stesso era successo a Josef. Quasi che Josef voglia spazzare via il dubbio: la veste a strisce mi ha fatto scendere in Egitto e vestire da prigioniero ma è anche arrivato il giorno in cui il Faraone mi ha fatto vestire da re. Gli abiti sono funzionali, descrivono una condizione, non c’è niente da essere gelosi e ve lo dimostro. Capiamo allora Ibn Ezrà: ha dato abiti diversi a tutti. Ognuno di voi ha un’identità unica e irripetibile, non siamo tutti cloni, siamo pezzi unici, ognuno con un abito diverso ed ognuno avrà in futuro un suo vessillo con i suoi colori e i suoi simboli. Si diviene popolo d’Israele quando non solo si accetta ma anzi si valorizza questa differenza.
Quest’idea dell’unità nella diversità è alla base di un concetto fondamentale dell’ebraismo che è il quorum del minian, le dieci persone necessarie per poter recitare ogni brano che ha a che fare con la santità del Signore.
Il Talmud in TB Meghillà 32b impara la necessità del minian, dall’episodio di Korach.
מה"מ אמר ר' חייא בר אבא א"ר יוחנן דאמר קרא (ויקרא כב, לב) ונקדשתי בתוך בני ישראל כל דבר שבקדושה לא יהא פחות מעשרה מאי משמע דתני ר' חייא אתיא תוך תוך כתיב הכא ונקדשתי בתוך בני ישראל וכתיב התם (במדבר טז, כא) הבדלו מתוך העדה ואתיא עדה עדה דכתיב התם (במדבר יד, כז) עד מתי לעדה הרעה הזאת מה להלן עשרה אף כאן עשרה:
Il ragionamento è questo: è scritto in Levitico (XX,32) che il Signore si santifica in mezzo ai figli di Israele. Il termine betoch, in mezzo compare nell’avvertimento dato in Numeri XVI,21 di allontanarsi mitoch, dal mezzo della congrega di Korach. E quant’è una congrega? Il termine congrega lo troviamo nell’episodio degli esploratori delatori che erano dieci. Da qui i dieci del minian.
Lo Jerushalmi però, forse trovando poco edificante un'origine così negativa per il minian, impara il quorum proprio dai fratelli di Josef ed in particolare da un verso della parashà di Miketz in cui si dice:
וַיָּבֹאוּ בְּנֵי יִשְׂרָאֵל לִשְׁבֹּר בְּתוֹךְ הַבָּאִים (בראשית מב, ה)
”E vennero i figli d’Israele ad acquistare in mezzo a coloro che venivano...”
Appena prima era stato detto:
וַיֵּרְדוּ אֲחֵי־יוֹסֵף עֲשָׂרָה לִשְׁבֹּר בָּר מִמִּצְרָיִם׃ (בראשית מב, ג)
“E scesero i fratelli di Josef in dieci ad acquistare grano dall’Egitto” (Genesi XLII,3)
Dice lo Jerushalmi:
ויבאו בני ישראל. וכתיב התם (פ' אמור) ונקדשתי בתוך בני ישראל, מה בני ישראל האמור כאן עשרה, אף בני ישראל האמור להלן עשרה, מכאן לכל דבר שבקדושה שאין אומרים בפחות מעשרה (ירושלמי ברכות פ"ז ה"ג)
Il riferimento è sempre nel verso della parashà di Emor di cui prima, ma in mezzo ora è preso dal nostro verso come a riferirsi ai fratelli di Josef che scendono in dieci. Da qui il minian di dieci.
Rashì sul nostro verso sottolinea come stranamente qui non vengano chiamati figli di Jacov, ma fratelli di Josef.
וירדו אחי יוסף. וְלֹא כָתַב בְּנֵי יַעֲקֹב, מְלַמֵּד שֶׁהָיוּ מִתְחָרְטִים בִּמְכִירָתוֹ וְנָתְנוּ לִבָּם לְהִתְנַהֵג עִמּוֹ בְּאַחְוָה וְלִפְדּוֹתוֹ בְּכָל מָמוֹן שֶׁיִּפְסְקוּ עֲלֵיהֶם:
Da qui che si erano pentiti della vendita e si erano riproposti di comportarsi come fratelli e di tentare di riscattarlo a qualsiasi prezzo se ne avessero avuto l’occasione. E’ interessante allora che il quorum del minian si impara dal momento in cui i dieci fratelli fanno teshuvà.
La matrice in base dieci non è però solo il quorum necessario alla recitazione dei brani di santità. Essa descrive anche gli stessi brani. Nello Shibolè HaLeqet (8) è riportato a nome dei Gheonim che il kaddish, la consacrazione per eccellenza contiene dieci espressioni di lode che sono parallele alle dieci espressioni attraverso le quali Iddio ha creato il mondo. Nel momento in cui noi diciamo il kaddish santificando il nome di D. con dieci espressioni di lode, noi, in dieci persone, testimoniamo la creazione avvenuta con dieci espressioni.
Lo Shibolè HaLeqet cita qui il fratello, Rabbì Biniamin, che propone che queste dieci espressioni del kaddish siano parallele ai dieci abiti che Iddio indossa o indosserà per punire le dieci nazioni che hanno sottomesso Israele. Figurativamente l’abito del Signore è una traccia di immanenza. E’ qualcosa che possiamo in parte percepire dell’opera di D. in questo mondo. Per questo Iddio che è immutabile ed unico veste dieci abiti differenti. Perché noi lo percepiamo in modo diverso in momenti diversi. Lui è unico, gli abiti sono dieci. Lui è il singolare per eccellenza, gli attributi sono al plurale.
Mi sembra molto bello che quando Israele cerca una relazione con la santità di D. che si veste dei dieci abiti, la possa trovare solo passando per il minian di dieci che si impara dai fratelli di Josef che facendo teshuvà si vestono di dieci abiti diversi. E’ il momento nel quale capiscono che le differenze non devono spaccarci ma anzi solo nella differenza di abiti e di identità possiamo trovare l’unicità per santificare e rendere unico, amjachadim, il Santo Benedetto Egli Sia.
Dopo aver scritto questa derashà, ho appreso della scomparsa del caro Bruno (Elyau ben Immanuel) Di Cori. Alla memoria di Bruno che nell'abbigliamento aveva lavorato e del minian è sempre stato il primo, dedico con affetto questo limud.
Avendo avuto la fortuna di non aver ricoperto una benché piccola ed umile carica, non ho ritenuto di privilegiare qualche episodio della mia vita a scapito di altri meno edificanti, e questo perché non mi piace vestirmi con le penne del pavone e apparire ciò che in realtà non sono.
Quando me ne andrò da questo mondo mi piacerebbe che le mie figlie dicessero, come scrisse un autore ebreo del XVI secolo: «E’ andato a sbrigare alcune faccende».
Chissà se sarò in grado di dare una mano veramente e, soprattutto, chissà se lassù ne avranno bisogno?
(Le ultime parole della sua autobiografia)