וְאֶת־יְהוּדָה שָׁלַח לְפָנָיו אֶל־יוֹסֵף לְהוֹרֹת לְפָנָיו גֹּשְׁנָה וַיָּבֹאוּ אַרְצָה גֹּשֶׁן׃ (בראשית מ״ו:כח)
“E Jeudà lo inviò davanti a sé da Josef per disporre dinanzi a lui a Goshen, e giunsero nella terra di Goshen” (Genesi, XLVI, 28)
Nella Parashà di questa settimana assistiamo alla discesa di Jacov-Israele in Egitto.
La prima cosa che fa Jacov, prima ancora di mettere piede in Egitto, è quella di mandare avanti Jeudà “leorot lefanav”, per disporre, ma anche (o meglio) per insegnare dinanzi a lui.
Nella stessa parola è racchiusa una grande verità. È indubbio che una famiglia numerosa (settanta persone che si spostano non sono certo poche!) che emigra verso un altro paese, ha bisogno di sistemare prima alcuni particolari logistici. C’è chi sostiene, infatti, che il compito di Jeudà in questa sua avanscoperta fosse quello di scegliere la casa e di occuparsi degli altri particolari tecnici della nuova vita della famiglia.
Eppure, tutto sommato la cosa non doveva essere poi molto complessa vista la posizione di Josef. Ma “leorot” significa anche, e forse principalmente, ‘insegnare’. Rashì cita il famosissimo midrash (Tanchumà) secondo il quale la missione di Jeudà era quella di fondare un Bet Talmud, una Casa di Studio. Dopo ventidue dolorosi anni di separazione da Josef, mentre si appresta a rivedere l’amato figlio, Jacov non è disposto a mettere neanche un piede in Egitto fino a che non c’è un posto dove studiare Torà. Questo ci dice già tutto su quelle che devono essere le priorità di una Comunità Ebraica.
L’organizzazione di questa nuova comunità deve comunque fare i conti con il sistema-Egitto. Qui è Josef, vista anche la sua posizione, che prende l’iniziativa e porta una delegazione di cinque fratelli ad incontrare il Faraone.
וְהָיָה כִּי־יִקְרָא לָכֶם פַּרְעֹה וְאָמַר מַה־מַּעֲשֵׂיכֶם׃ וַאֲמַרְתֶּם אַנְשֵׁי מִקְנֶה הָיוּ עֲבָדֶיךָ מִנְּעוּרֵינוּ וְעַד־עַתָּה גַּם־אֲנַחְנוּ גַּם־אֲבֹתֵינוּ בַּעֲבוּר תֵּשְׁבוּ בְּאֶרֶץ גֹּשֶׁן כִּי־תוֹעֲבַת מִצְרַיִם כָּל־רֹעֵה צֹאן׃ (בראשית מ״ו:לג-לד)
“E sarà, quando vi chiamerà il Faraone e dirà: ‘Qual’è il vostro operare’? E direte: ‘Uomini di gregge sono stati i tuoi servi dalla nostra gioventù fino ad adesso, sia noi sia i nostri padri.’, affinché risediate nella terra di Goshen, poiché è abominio per l’Egitto ogni pastore di gregge.” (Genesi, XLVI, 33-34).
L’idea di Josef è quella di allontanare i fratelli dal centro del potere egiziano, principalmente per evitarne l’assimilazione. Per ottenere questo risultato sceglie, secondo Rashì (che cita il Midrash), i meno appariscenti. Quelli che sembravano un po’ più deboli degli altri ad evitare coscrizioni militari o altri ruoli di stato.
Al contempo, lo abbiamo visto due settimane fa, Josef incanala i fratelli nel solco della tradizione professionale dei loro padri. Abbiamo ricordato le parole di Rabbì Izchak Aramà nel suo Akedat Izchak:
“ma ha voluto che dicessero che essi sono pastori di gregge dalla loro infanzia, sia essi che i loro padri, tanto che il lavoro è loro retaggio da prima e non possono muoversi da esso…”
Jeudà si occupa di leorot, di uno studio della Torà che sia strettamente collegato con la materialità delle esigenze della famiglia e della comunità. Josef si occupa del lavoro e degli alimenti della stessa famiglia-comunità e li mette in condizione di lavorare in maniera ebraica, lontani dalla cultura-Egitto, in modo da poter serenamente lavorare e studiare. Jeudà e Josef, studio e lavoro, spirito e materia, vanno di pari passo.
Alcuni giorni fa, nel ciclo del Daf Yomì abbiamo studiato una nota disputa tra Rav e Shmuel che appare nel daf 30 del trattato di Pesachim.
Per Rav degli utensili di coccio che hanno assorbito chametz non possono essere utilizzati nemmeno dopo Pesach e vanno pertanto rotti prima dell’inizio della festa. Per Shmuel questo invece non è necessario. Senza entrare negli aspetti tecnici della discussione diremo solo che il risultato fù che nei luoghi nei quali si seguiva l’opinione di Rav c’era un vero boom delle vendite di pentole e stoviglie di coccio per Pesach. Questo non sfuggiva certo ai commercianti i quali avevano evidentemente la tendenza ad alzare i prezzi. Qui Shmuel interviene ammonendo i commercianti, dicendo loro che se si fossero approfittati della situazione lui avrebbe reso pubblico il proprio responso circa la non necessità di ricomprare le stoviglie.
Shmuel non aveva autorità nei luoghi in questione, dove Rav era il Maestro della Comunità, e pertanto non si sentiva autorizzato ad obiettare alla posizione di questi. Diverso il caso in cui è manifesta un’ingiustizia che danneggia il pubblico. Si tratta di una fonte molto interessante su come ed in quali situazioni i Maestri debbano e/o possano intervenire per calmierare i prezzi nell’interesse del pubblico.
Rav Johnny Solomon nel suo commento al Daf commenta:
“Eppure, al di là della sua applicazione, c’è un semplice fatto che è indubbiamente degno di considerazione ed è che, nonostante la sua grandezza nella Torah, Shmuel era a conoscenza dell’aumento dei prezzi dei piatti di terracotta, sia nella sua comunità che in altre comunità. Riflettendo sul ruolo del rabbino contemporaneo, Rav Sacks zz’l una volta ha osservato che: ‘Il rabbino, come educatore e soprattutto come posek, deve essere radicato nelle realtà economiche e sociali di coloro di cui è responsabile. Questo assioma non dichiarato è implicito in quasi tutte le dimensioni della legge rabbinica, basato com’è su un’acuta percezione della psicologia umana e delle tensioni a cui la Torah è esposta nella vita di tutti i giorni’. Inoltre, come trova altrove, ‘Rabbì Joshua osservò una volta che la capacità di Rabban Gamliel di guidare la comunità ebraica era compromessa dalla sua ignoranza delle condizioni economiche in cui vivevano’. Detto questo, Rav Sacks credeva fermamente che, affinché i leader religiosi possano operare in modo efficace, essi hanno bisogno di comprendere le condizioni sociali ed economiche dell’epoca, e ha avvertito i rabbini contemporanei che la loro “limitata esperienza mondana” potrebbe rendere i loro insegnamenti e le loro decisioni “pericolosamente irrilevanti”, o indurli a “governare in modo errato”. Come ha detto, “se vogliamo applicare la Torah al mondo, dobbiamo capire il mondo”. In definitiva, un grande leader religioso deve comprendere le circostanze sociali, economiche, intellettuali e culturali del proprio tempo e, come Shmuel in questo episodio, deve sfruttare questa conoscenza per assistere non solo i membri della sua comunità, ma anche quelli al di fuori della sua comunità.”
Allora capiamo come forse le due letture di “leorot” siano in sostanza la stessa. L’Accademia che stabilisce Jeudà in Egitto non è una bolla, non è la torre d’avorio degli intellettuali. Le problematiche logistiche della Casa di Giacobbe sono parte stessa del sistema Bet Talmud che Jeudà deve impostare in Egitto.
Rabban Gamliel dice nel trattato di Avot (II,2)
רַבָּן גַּמְלִיאֵל בְּנוֹ שֶׁל רַבִּי יְהוּדָה הַנָּשִׂיא אוֹמֵר, יָפֶה תַלְמוּד תּוֹרָה עִם דֶּרֶךְ אֶרֶץ, שֶׁיְּגִיעַת שְׁנֵיהֶם מְשַׁכַּחַת עָוֹן. וְכָל תּוֹרָה שֶׁאֵין עִמָּהּ מְלָאכָה, סוֹפָהּ בְּטֵלָה וְגוֹרֶרֶת עָוֹן.
“È bella cosa lo studio della Torà assieme a Derech Eretz, che lo sforzo di entrambi allontana il peccato. Giacché ogni Torà che non è accompagnata dal lavoro alla fine si annulla e provoca il peccato”.
Il Derech Eretz, la via della terra, indica sempre il mondo corretto in cui ci deve muovere nella materialità. Può significare il lavoro ma al contempo la buona educazione.
Rav Dessler (Mictav MeEliau, IV, 245) spiega: è scritto nel trattato di Avot (III, 17) “Se non c’è derech eretz, non c’è Torà”. Rabbenu Jonà in loco commenta: “vuole dire che si deve prima aggiustare sé stessi nelle middot (gli attributi, le maniere) e per mezzo di ciò la Torà si poserà su di lui, perché non risiede mai in un corpo che non ha buone middot.”.
Dunque il primo passo per ricevere la Torà è migliorarsi nelle middot, negli attributi, nelle maniere. Solo allora si può ricevere la Torà secondo il principio che l’esteriorità influisce sull’interiorità. Rav Dessler prosegue citando una serie di esempi. Il più famoso è Rabbì Jeudà Hannasì del quale è detto che non successe mai che qualcuno lo precedesse nel salutare, neppure un gentile al mercato. (TB Berachot 17a).
Stiamo parlando del Presidente d’Israele in uno dei momenti più difficili della storia, del compilatore della Mishnà, di una persona della quale si dice (TB Succà 28a) che non ha tralasciato lo studio neppure del più piccolo particolare della Torà, della Mishnà, Ghemarà, Halachot, Agadot, dei dettagli di ogni questione, matematica, astronomica fino al linguaggio degli angeli. E non è mai successo che qualcuno lo salutasse per primo. Mai.
Non stiamo parlando qui di chissà quale esercizio spirituale. Di quale eccelsa pratica sacra. Salutare. Un sorriso. Una parola gentile. Tutto questo è il presupposto per la Torà. Ne è l’introduzione. Non si arriva senza alla Torà.
“E portò Josef Jacov suo padre e lo mise in piedi davanti al Faraone, e benedisse Jacov il Faraone. E disse il Faraone a Jacov: ‘Quanti sono i giorni degli anni della tua vita?’ E disse Jacov al Faraone: ‘I giorni degli anni delle mie peregrinazioni sono centotrenta anni, pochi e cattivi furono i giorni degli anni della mia vita e non raggiunsero i giorni degli anni della vita dei miei padri nei giorni delle loro peregrinazioni.’ E benedisse Jacov il Faraone ed uscì da dinanzi al Faraone.” (Genesi, XLVII, 7-10).
“E benedisse Jacov: come tutti coloro che si ritirano da dinanzi ai principi, li benedicono e chiedono il permesso [di ritirarsi]. E con che benedizione lo benedisse? Che salga il Nilo ai suoi piedi, dato che l’Egitto non beve dalle piogge ma il Nilo sale ed irriga. E dalla benedizione di Jacov in poi il Faraone andava al Nilo e questo saliva incontro a lui ed irrigava la terra.” (Rashì citando il Midrash Tanchumà, Nasò 26)
Dopo tutto questi discorsi ciò che sappiamo in definitiva della vita di Jacov in Egitto, è che il suo unico atto pubblico è stato quello di andare dal Faraone e salutare.
Una grande lezione per tutti noi.