E mi dia la Grotta di Machpelà che possiede, che si trova all’estremo del suo campo; a pieno prezzo me la darà in mezzo a voi come sepolcro.” (Genesi XXIII, 9)
L’acquisto della Grotta di Machpelà da parte di Avraham è un momento fondamentale nel rapporto tra la sua discendenza e la Terra d’Israele. È il momento nel quale Avraham deve materialmente avere a che fare con la spazialità della Terra.
L’esegesi rabbinica ruota attorno all’etimologia del termine Machpelà, la cui radice implica un “raddoppio”. Questo raddoppio viene letto in maniera differente da due grandi Maestri del Talmud, Rav e Shmuel. Rashì in loco cita appunto la loro disputa in TB Eruvin 53a.
המכפלה. בַּיִת וַעֲלִיָּה עַל גַּבָּיו. דָּ״א שֶׁכְּפוּלָה בְּזוּגוֹת (עירובין נ״ג)
Spesso per brevità i nostri commentatori estrapolano un insegnamento da un passo talmudico che in teoria bisognerebbe però conoscere per apprezzare fino in fondo la discussione.
La nostra fonte si trova all’inizio della Ghemarà relativa alla Mishnà con la quale si apre il quinto capitolo del trattato di Eruvin, che abbiamo studiato proprio nelle ultime settimane nel ciclo del Daf Hayomì. La Mishnà si occupa della misura del tchum, il limite di duemila ammot oltre le quali non ci si può allontanare di Shabbat. Il tchum va misurato dal limite della città, idealmente dalle mura della città stessa. Il problema si pone però se ci sono degli edifici limitrofi al confine della città, oppure se il confine non è uniforme ma ha delle protuberanze. La Mishnà si occupa dei casi nei quali questi edifici devono essere inglobati nel perimetro della città o comunque si deve spostare il confine ideale dal quale si inizia a misurare il tchum. La Mishnà, che dà poi il nome a tutto il capitolo, inizia con le parole Keizad Meavrin מְעַבְּרִין כֵּיצַד, come si estende il confine della città? Dalla radice che descrive la donna incinta, il cui ventre si estende oltre il normale.
La Ghemarà ci informa subito che Rav e Shmuel avevano due versioni differenti della stessa Mishnà. Uno dei due effettivamente la insegnava come appena detto, l’altro invece leggeva מְאַבְּרִין con la lettera alef e con il significato di ever ever, un arto per volta, come se si aggiungessero alla città degli arti del corpo, che sporgono dal corpo come queste protuberanze sporgono dal confine.
È qui che la Ghemarà riporta una serie di altre divergenze etimologiche tra Rav e Shmuel, la prima delle quali è proprio quella del “raddoppio” della Grotta di Machpelà. Per uno si trattava di due grotte consecutive, una esterna ed una interna. L’altro dice che erano due grotte su due piani, una sopra l’altra. La Ghemarà chiede allora: si capisce il raddoppio per quel che concerne i due piani, ma per chi dice che è tutto sullo stesso piano che raddoppio c’è? E risponde: il raddoppio è nelle coppie che vi sono sepolte: Adam e Chavvà, Avraham e Sarà, Itzchak e Rivkà, Jacov e Leà.
Quasi ogni cosa scritta su questo verso nel corso dei secoli ruota attorno alla discussione tra Rav e Shmuel. Quasi. Uno dei pochi che affronta il discorso da un altro punto di vista è il Ramban. Per il Ramban si tratta del nome del luogo e basta, come si impara dal successivo verso 17. E se poi proprio si deve andare a cercare un Midrash, il Ramban ci indirizza al Midrash Rabbà per il quale Iddio avrebbe כפל “piegato”, ridotto, la statura di Adam Harishòn per seppellirlo nella grotta. Da qui il nome Machpelà. Ricordiamo che Adam per il Midrash aveva una statura enorme.
מערת המכפלה לשון רש״י בית ועליה על גביו דבר אחר שכפולה בזוגות (עירובין נג) ואיננו נכון כי הכתוב אמר שדה עפרון אשר במכפלה (להלן פסוק יז) והנה הוא שם המקום אשר בו השדה ואין צורך לבקש טעם לשם המקומות ובבראשית רבה (נח ח) אמרו שכפל הקב״ה קומתו של אדם הראשון וקברו בתוכה ועל דעתם היה כל המקום ההוא נקרא כן מעולם והם לא ידעו טעמו...
È interessante che il raddoppio delle coppie o dei vani della grotta diventa una diminuzione per il Bereshit Rabbà. In ogni caso il rimando ad Adam è presente anche nel Midrash Pirkè DeRabbì Eliezer che racconta come Avraham abbia scoperto la Grotta. All’inizio della Parashà di Vajerà è scritto che Avraham corse a prendere un giovenco per preparare da mangiare per gli angeli. Per il Midrash il giovenco scappò - è per questo che Avraham corre o meglio lo rincorre - e si infilò nella grotta di Machpelà. Lì Avraham scoprì il sepolcro di Adam e Chavvà e vedendoli dormire nei loro letti, con il lume acceso e l’odore dell’Eden, decise di voler essere seppellito lì. Questo avviene mentre Avraham e Sarà vengono a sapere che avranno un figlio, ciò che aspettavano da tutta la vita. È uno straordinario momento di intimità, di suddivisione del lavoro di ospitalità, ma anche una discussione tra di loro e con D., basti ricordare che è il momento nel quale persino il Signore modifica il racconto di Sarà per non urtare la sensibilità coniugale di Avraham.
Lo stesso Adam, secondo lo Zohar, scopre la grotta scavando un sepolcro per Chavvà e trovando lì l’ingresso per l’Eden dal quale era stato cacciato. Adam prova a scavare più in profondità ed il Signore lo ferma dicendogli, “ti basti”.
Nel Talmud, TB Bavà Batrà 58a è narrato:
“Rabbì Bana’a stava contrassegnando le grotte sepolcrali allo scopo di aiutare a prevenire la contrazione dell’impurità rituale. Quando arrivò alla caverna di Abramo, cioè la caverna di Machpelà, incontrò Eliezer, il servo di Abramo, che si trovava davanti all’ingresso. Rabbì Bana’a gli chiese: Cosa sta facendo Abramo in questo momento? Eliezer gli disse: è sdraiato tra le braccia di Sarà, e lei sta esaminando la sua testa. Rabbì Bana’a gli disse: vai a dirgli che Bana’a è in piedi all’ingresso, in modo che assumesse una posizione appropriata per ricevere un visitatore. Eliezer gli disse: Lascialo entrare, cioè Rabbi Bana’a, poiché è noto che non c’è inclinazione al male in questo mondo superiore, quindi non è inappropriato per Rabbi Bana’a vedere Avraham e Sarà in questa posizione. Entrò, esaminò la grotta per misurarla ed uscì.
Quando arrivò alla grotta di Adamo il primo uomo, che è sepolto nella stessa area, emerse una voce divina e disse: Hai guardato la somiglianza della mia immagine, cioè Abramo, che è simile all’immagine di Adamo il primo uomo. Non fissare la Mia stessa immagine, cioè Adamo il primo uomo, di cui il versetto afferma che fu formato a immagine di Dio (Genesi I:27). Rabbì Bana’a ha detto: Ma ho bisogno di contrassegnare la grotta. La voce gli disse: Come le misure delle dimensioni della grotta esterna dove è sepolto Abramo, così sono le misure delle dimensioni della grotta interna, dove è sepolto Adamo. La Ghemarà osserva: E secondo quello che dice che la Grotta di Machpelà è composta da due camere, questa sopra quella, non due camere adiacenti, la voce disse: Come le misure delle dimensioni della grotta superiore dove è sepolto Abramo, così sono le misure delle dimensioni della grotta inferiore. Pertanto, non è necessario misurarlo.”
In questo affresco stupefacente Avraham e Sarà sono descritti come in un eterno momento di intimità, con Avraham tra le braccia di Sarà che gli carezza la testa. C’è un che di commovente in quest’immagine di intimità che è poi la stessa che Avraham aveva scoperto con Adam e Chavvà. È altresì commovente l’immagine di Adam che scava il sepolcro per Chavvà e ritrova la strada dell’Eden (persa proprio per mezzo di Chavvà).
E allora capiamo che Rav e Shmuel stanno guardando due aspetti della stessa storia. C’è una dimensione architettonica, potremmo dire, nella duplicità di questa straordinaria grotta. Ma c’è nondimeno una dimensione umana nella duplicità delle coppie che vi sono sepolte. Mi piace pensare che è a questo che allude il Midrash Rabbà quando dice che Adam viene ridotto, cafal, nel momento in cui la sepoltura lo ricongiunge a quella Chavvà che era stata un arto dei miei arti e carne della mia carne. In effetti lo sdoppiamento del primo Uomo in Adam e Chavvà è un raddoppio. Un raddoppio per mezzo di una diminutio.
E forse è proprio per questo allora che questa discussione è il proseguimento di un ragionamento solo apparentemente tecnico sui confini della città. Quand’è che gli arti sono ever ever e quand’è che invece è un arto dei miei arti e carne della mia carne come per la donna incinta?
Per capire le regole degli Eruvin è necessario certamente l’aspetto tecnico-urbanistico ma non di meno l’aspetto umano e sociale del vivere comune.
E se l’eruv è un pezzo di quell’essere gli ebrei arevim, garanti, gli uni per gli altri, è proprio nel rapporto di coppia, in questo abbraccio tra Avraham e Sarà che è ricomposizione del primo Uomo (prima che la donna fosse separata da lui) che esso trova la migliore delle definizioni. Forse è per questo che in definitiva la Mishnà ha scelto la forma מְעַבְּרִין, con la ain.
Mi sembra un ragionamento particolarmente importante nella parashà che diviene attraverso l’amore di Itzchak e Rivkà l’archetipo stesso del rapporto di coppia.
וַיְבִאֶהָ יִצְחָק הָאֹהֱלָה שָׂרָה אִמּוֹ וַיִּקַּח אֶת־רִבְקָה וַתְּהִי־לוֹ לְאִשָּׁה וַיֶּאֱהָבֶהָ וַיִּנָּחֵם יִצְחָק אַחֲרֵי אִמּוֹ׃
“E la portò Izchak nella tenda di Sarà sua madre, e prese Rivkà e fu per lui in moglie e la amò, e si consolò Izchak dopo (la morte) di sua madre.” (Genesi XXIV, 67)
Nel Midrash Rabbà la tenda torna ad essere quella di Sarà con l’ingresso di Rivkà, il lume acceso, le nubi della gloria sulla tenda e la benedizione nell’impasto. La sfida ultima della casa ebraica: definire e plasmare lo spazio attraverso le mizvot.