La Parashà di questa settimana dà inizio alla storia del popolo ebraico dando risalto alla vita di Abramo, il primo ebreo. Apre con il comando divino che egli “faccia la Alyià” nella terra d’Israele, descrive in dettaglio la scoperta religiosa di Abramo, la sua missione di insegnare al mondo il monoteismo etico e registra le sue imprese come quelle di un grande eroe militare. Ed invero leggiamo dei quattro re che hanno posto una stretta mortale alle altre cinque nazioni di Canaan e del successo di Abramo nel liberare la regione da un’invasione militare (Lech Lechà, XIV). I più pericolosi nemici storici degli ebrei, i filistei, non sono menzionati in questa iniziale guerra regionale. Perché?

Io credo che la risposta sia da trovarsi nelle origini di questo antico e guerriero nemico del nostro popolo. Sebbene io non creda che i palestinesi di oggi siano biologicamente, storicamente o religiosamente legati ai filistei, uno studio del nostro primitivo incontro con i filistei può gettare molta luce sulla natura del popolo col quale è possibile si giunga a degli accordi, ma col quale qualsiasi tentativo di firmare un trattato di pace sarebbe un atto suicida, un vero ingannare noi stessi.

Alla fine della Parashà della settimana scorsa, la Torà delinea le origini delle varie nazioni del mondo, ciascuna delle quali discende da uno dei tre figli di Noach. In questo contesto, la Torà ci informa che i figli di Ham erano Cush (Etiopia), Mizraym (Egitto), Put e Canaan (Bereshit X, 6), “e che Mizraym generò i pathrusim dai quali discendevano i filistei” (Bereshit X, 13-14). L’espressione “discendevano” è usata soltanto in questo contesto; negli altri casi la Torà parla dei fondatori dei vari popoli come di quelli “nati da”.

Il Rabbino David Kimchi, famoso grammatico e commentatore medioevale, noto come Radak, spiega che i filistei apparentemente erano nati a Mizraym ed erano vissuti entro i confini d’Egitto. Quando tentarono di stabilirsi nella vicina terra di Canaan, uscirono dai loro confini naturali. Invero, la vera parola ebraica palash, la radice del nome ebraico per filistei, Plistin, significa invadere o agire come un intruso. Apparentemente i filistei fecero un’incursione in una terra che per natura non era la loro. Perciò essi non facevano parte dei quattro popoli canaaniti indigeni, che terrorizzavano costantemente gli altri cinque popoli indigeni.

Dopo questa battaglia iniziale, tuttavia, i filistei furono il nemico più costante d’Israele. Li incontriamo per la prima volta al capitolo XX, quando Abramo e Sara cercarono di stabilirsi in Gherar, la parte meridionale del Neghev di Israele. Abramo presenta Sara come sua sorella e il re Abimelech la prende nel suo harem. Abimelech ed i suoi servi vengono allora colpiti da impotenza. Il Signore spiega in sogno ad Abimelech il vero legame tra Sara ed Abramo. Abimelech, giustamente indignato, affronta Abramo e questi spiega che quando s’accorse della mancanza di timore divino da parte della leadership filistea, sentì di non aver altra risorsa. Abimelech restituisce Sara al marito e dichiara ad Abramo “fai attenzione, il mio paese è di fronte a te e tu puoi abitarlo in qualsiasi parte lo desideri” (Bereshit 20, 16). Abimelech, l’invasore filisteo, descrive la parte meridionale d’Israele come la sua terra.

Il nostro prossimo incontro con i filistei avviene quando Abimelech, accompagnato dal generale Phichol, chiede ad Abramo di non tradire mai i suoi discendenti né di trattarli con falsità. Apparentemente disse così per assicurarsi che Abramo non si impossessasse della terra che Abimelech sosteneva essere la sua. Abramo giura e quindi accusa Abimelech di aver rubato i suoi pozzi. Abimelech sostiene di non saper nulla di questo furto. Abramo gli dà sette pecore ed essi siglano un patto (Bereshit XXI, 22-33).

Il prossimo incidente è il più doloroso di tutti gli altri. Avviene una generazione più tardi quando Isacco, figlio di Abramo, si stabilisce in Gherar e sostiene che la moglie Rebecca è sua sorella. Isacco diventa ricco, i filistei sono gelosi di lui ed otturano i pozzi che suo padre Abramo aveva scavato, riempiendoli di terra. Abimelech, aggiungendo ingiuria ad ingiuria, intima ad Isacco di uscire da Gherar, perché “sei diventato potente attingendo dalla nostra ricchezza”. Va ricordato che precedentemente era stato Abimelech stesso a dire ad Abramo che poteva vivere in qualsiasi posto avesse desiderato e che certamente poteva scavare dei pozzi! Isacco si allontana dal posto dove si era stabilito, scava più pozzi e va incontro ad ulteriori difficoltà con i filistei.

Da ultimo, Abimelech va da Isacco a Beersheva, portando questa volta con sé, due generali e richiede nuovamente un trattato di pace. Dopotutto, dice, “tu non devi farci del male perché noi non ti abbiamo danneggiato e nell’allontanarti pacificamente da Gherar, abbiamo agito solo nel tuo interesse” (nientemeno che!). Isacco accetta il patto (Bereshit XXVI, 26-33). I filistei siglarono e violarono tre patti, agendo in cattiva fede. Invero, il Rashbam, Rabbi Shmuel ben Meir, un commentatore francese del dodicesimo secolo, sostiene persino che il patto siglato da Isacco va inteso come un rimprovero ad Abramo, in primo luogo e soprattutto per aver sottoscritto un patto con Abimelech (Bereshit 22, 1. Rashbam ad loc).

Siccome il paese era stato dato al popolo ebraico dal Signore ed era stato donato ad Abramo per esser dato ai suoi discendenti, il patriarca non aveva diritto di cedere agli invasori filistei il patrimonio di Isacco, eredità divina. In aggiunta, i filistei non erano mai stati dei contraenti sinceri di patti di pace, ed Abimelech aveva preteso un trattato soltanto perché preoccupato che Abramo, che sembrava avesse una particolare protezione divina, potesse togliergli la terra. Non tenne fede al patto, non rispettò mai alcun aspetto del patto né durante la vita di Abramo né durante quella di Isacco.

La lezione è chiara; quando un invasore sostiene il possesso di Israele, non possiamo accettare un trattato che leda il nostro diritto sulla terra. L’invasore interpreterebbe la nostra buona volontà soltanto come debolezza e si aspetterebbe gratitudine soltanto per averci allontanati e non uccisi e non avrebbe assolutamente alcuna intenzione di concederci alcuna parte della terra né di sfruttarne le risorse. Sarebbe un’assoluta pazzia stringere un patto con un contendente, se anche questi non sia pronto a rinunciare almeno a una parte delle sue pretese e non riconosca i nostri diritti, non come una tattica temporanea per timore di rappresaglie ma come posizione morale.

Apparentemente, noi rifiutiamo ripetutamente di apprendere le lezioni dalla storia e persino dalla Torà, della quale Nachmanide insegna: “le azioni dei Patriarchi predicono ciò che avverrà ai loro discendenti”.


Questa derashà è tratta dal libro del Rav Shlomo Riskin, rabbino capo di Efrat e fondatore della Ohr Torah Stone Colleges and Graduate Programs, intitolato “Commenti alle Parashot della Torà”.

Nel 2007 Raffaele Levi z”l, lo tradusse e lo pubblicò con il permesso del Rav che lo incitò a diffondere quanto più possibile le sue derashot.

Il libro, dedicato da Raffaele Levi “ai suoi figli, nipoti e pronipoti, presenti e futuri”, è purtroppo esaurito da tempo.

Torah.it, con l’appoggio dei figli di Raffaele Levi, Gavriel, Michael e Laura ripropone settimanalmente on-line, in questo 5783, le relative derashot e si prepara, al termine del ciclo annuale della lettura della Torà, a lanciare una nuova edizione cartacea dell’apprezzatissimo libro.