Vorrei innanzitutto ringraziare i miei genitori, le mie sorelle e Naftali, che ha studiato in mio onore la Haftarà. Nonno e Nonna, e Mamie, che mi viziano sempre. Grazie a tutta la famiglia e agli amici che sono venuti a festeggiare con me.

Con il vostro permesso, vorrei soffermarmi sul primo verso della Parashà di Kedoshim:

דַּבֵּ֞ר אֶל־כׇּל־עֲדַ֧ת בְּנֵי־יִשְׂרָאֵ֛ל וְאָמַרְתָּ֥ אֲלֵהֶ֖ם קְדֹשִׁ֣ים תִּהְי֑וּ כִּ֣י קָד֔וֹשׁ אֲנִ֖י יְהֹוָ֥ה אֱלֹהֵיכֶֽם׃

«Parla a tutta la congregazione dei figli d’Israele e dirai loro: Siate santi, perché santo sono Io, il Signore vostro D.» (Levitico 19, 2)

Che cosa significa essere santi? È davvero una mizvà?

Come è noto, Rashì spiega:

«Siate santi». Siate separati dalle relazioni proibite e dal peccato, perché ovunque trovi una barriera contro le relazioni proibite trovi la santità. Per esempio: «Una donna prostituta o profanata ecc. Io sono il Signore che vi santifica» (Levitico 21); «E non profanerà la sua discendenza, Io sono il Signore che lo santifica» (ibid.); «Saranno santi», «una donna prostituta o profanata» (ibid.).

Rashì riporta qui il Midrash del Torat Kohanim, che interpreta «siate separati» e aggiunge il tema delle relazioni proibite, poiché la Torà ne ha parlato alla fine della Parashà precedente, Acharè Mot.

L’Ibn Ezra nota questa connessione e dice:

«Il motivo per cui questa Parashà viene menzionata dopo le relazioni proibite è che non pensino che, soltanto osservando le norme relative ad esse, potranno rimanere nella Terra. Dice loro che vi sono anche altri precetti e, se non li osserveranno, saranno scacciati dalla Terra!»

Si tratta dei Dieci Comandamenti che vengono richiamati all’inizio della Parashà, e l’Ibn Ezra spiega come essi vi siano allusi.

Chi dissente — come al solito — da Rashì è il Ramban:

וּלְפִי דַּעְתִּי אֵין הַפְּרִישׁוּת הַזּוֹ לִפְרֹשׁ מִן הָעֲרָיוֹת כְּדִבְרֵי הָרַב, אֲבָל הַפְּרִישׁוּת הִיא הַמֻּזְכֶּרֶת בְּכָל מָקוֹם בַּתַּלְמוּד שֶׁבְּעָלֶיהָ נִקְרָאִים "פְּרוּשִׁים". וְהָעִנְיָן כִּי הַתּוֹרָה הִזְהִירָה בָּעֲרָיוֹת וּבַמַּאֲכָלִים הָאֲסוּרִים, וְהִתִּירָה הַבִּיאָה אִישׁ בְּאִשְׁתּוֹ וַאֲכִילַת הַבָּשָׂר וְהַיַּיִן. א"כ יִמְצָא בַּעַל הַתַּאֲוָה מָקוֹם לִהְיוֹת שָׁטוּף בְּזִמַּת אִשְׁתּוֹ אוֹ נָשָׁיו הָרַבּוֹת, וְלִהְיוֹת בְּסֹבְאֵי יָיִן בְּזֹלֲלֵי בָשָׂר לָמוֹ, וִידַבֵּר כִּרְצוֹנוֹ בְּכָל הַנְּבָלוֹת, שֶׁלֹּא הֻזְכַּר אִסּוּר זֶה בַּתּוֹרָה, וְהִנֵּה יִהְיֶה נָבָל בִּרְשׁוּת הַתּוֹרָה. לְפִיכָךְ בָּא הַכָּתוּב אַחֲרֵי שֶׁפֵּרֵט הָאִסּוּרִים שֶׁאָסַר אוֹתָם לְגַמְרֵי, וְצִוָּה בְּדָבָר כְּלָלִי - שֶׁנִּהְיֶה פְּרוּשִׁים מִן הַמֻּתָּרוֹת:

«A mio parere questa separazione non significa separarsi dalle relazioni proibite, come sostiene il Maestro. Si tratta piuttosto della separazione ricordata in ogni luogo del Talmud, i cui praticanti sono chiamati perushim. La Torà ha infatti ammonito riguardo alle relazioni proibite e agli alimenti vietati, ma ha permesso il rapporto dell’uomo con sua moglie e il consumo di carne e vino. L’uomo dominato dal desiderio potrebbe dunque trovare il modo di abbandonarsi alla concupiscenza con sua moglie o con le sue molte mogli, di essere tra coloro che si ubriacano di vino e si rimpinzano di carne e di parlare a proprio piacimento con ogni sorta di volgarità, poiché questi divieti non sono stati menzionati nella Torà. Ed ecco che potrebbe essere un miserabile con il permesso della Torà. Per questo, dopo aver specificato le cose che ha proibito completamente, il Testo dà un precetto generale: che ci separiamo anche dalle cose permesse.»

E così il Ramban prosegue spiegando che il senso è quello di santificarsi anche attraverso ciò che è permesso.

Tutto questo è molto bello, ma a me non è ancora chiaro che cosa io debba farne. Capisco cosa significa mettere i Tefillin, mangiare la Mazzà, agitare il Lulav. Ma «siate santi»? Come faccio, concretamente?

Proviamo a cercare insieme nei libri di Halachà.

La prima cosa che si fa è andare al Sefer HaChinuch, che enumera e spiega le 613 mizvot.

E nel Sefer HaChinuch c’è scritto… niente! Non la conta.

Forse il Rambam? Nemmeno.

Anzi, proprio il Rambam, nel Sefer HaMizvot (quarta radice), quando spiega quali precetti debbano o non debbano essere contati, dice:

«Nella Torà vi sono comandamenti e ammonimenti che non riguardano una cosa specifica, ma comprendono tutti i precetti, come se dicesse: fai tutto ciò che ti ho comandato di fare e guardati da tutto ciò da cui ti ho messo in guardia, oppure non trasgredire nulla di ciò che ti ho comandato. Non vi è alcuna ragione di contare un simile comando come una mizvà a sé stante.

[…] E hanno già sbagliato anche riguardo a questa regola, fino al punto di contare “Siate santi” tra i precetti positivi, senza comprendere che “Siate santi”, “Santificatevi” e “Sarete santi” sono comandi di osservare tutta la Torà, come se dicesse: sii santo facendo tutto ciò che ti ho comandato e guardandoti da tutto ciò da cui ti ho messo in guardia.»

«Hanno già sbagliato», dice il Rambam. Ma chi avrebbe sbagliato?

Il Ramban, nelle sue obiezioni al Sefer HaMizvot, spiega che il riferimento è al Baal Halachot Ghedolot, che invece la conta tra i precetti positivi, anche se a partire dal verso che si trova alla fine della Parashà:

«“Santificatevi e sarete santi”: è il precetto di essere santi evitando di contaminarsi, in particolare mangiando rettili e animali striscianti.»

In altre parole, la Kasherut.

Dunque non tutti considerano «Siate santi» una mizvà specifica. Secondo il Sefer HaChinuch e il Rambam si tratta invece di un’indicazione generale e non di un precetto positivo autonomo.

Eppure io — io, Itamar, che da oggi sono obbligato nelle mizvot della Torà — continuo a chiedermi: che cosa devo fare esattamente con tutto questo?

Ebbene, da solo — niente.

Ma insieme — praticamente tutto!

Lo Shem MiShmuel si domanda:

«Siate santi». Questa Parashà fu detta durante una riunione di tutto il popolo. Il senso è che attraverso la collettività si può essere santi, non il singolo individuo per conto proprio.

E riporta le parole di suo nonno, il grande Rebbe di Kotzk:

«Come è possibile essere santi? Soltanto in virtù di “perché Io sono il Signore vostro D.”».

Il senso è che, poiché in tutto Israele vi è una parte Divina dall’Alto, attraverso di essa è possibile raggiungere la santità:

«Per questo dice: “Parla a tutta la congregazione dei figli d’Israele”: attraverso la collettività. E quanto più una persona avvicina se stessa alla collettività, tanto più riceve la santità.»

In altre parole, soltanto il Klal Israel può raggiungere la santità.

Per questo i nostri Maestri hanno detto nel Talmud, nel trattato di Berachot (21b):

וְכֵן אָמַר רַב אַדָּא בַּר אַהֲבָה: מִנַּיִן שֶׁאֵין הַיָּחִיד אוֹמֵר ״קְדוּשָּׁה״ — שֶׁנֶּאֱמַר: ״וְנִקְדַּשְׁתִּי בְּתוֹךְ בְּנֵי יִשְׂרָאֵל״, כׇּל דָּבָר שֶׁבִּקְדוּשָּׁה לֹא יְהֵא פָּחוֹת מֵעֲשָׂרָה.

«Rav Adda bar Ahavà disse: Da dove sappiamo che il singolo non recita la Kedushà? Perché è detto: “Sarò santificato in mezzo ai figli d’Israele”. Ogni cosa che appartiene alla santità non può essere fatta da meno di dieci persone.»

Adesso capisco che cosa devo fare: innanzitutto essere parte della collettività. Essere parte di quel minian che rende possibile la santità.

Questo spiega anche perché a Roma il Bar Mizvà viene chiamato «minian»: perché da questo momento il mio servizio di D. diventa parte del servizio collettivo del popolo d’Israele.

E soltanto così si può arrivare alla santità.