“E disse il Signore ad Avram ‘Vai per te dalla tua terra, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso la terra che ti mostrerò.’” (Genesi XII, 1)
Il midrash Tanchumà apre la sua sezione dedicata alla Parashà di Lech Lechà motivando l’ordine Divino ad Avraham di lasciare la Mesopotamia, espresso nelle prime parole della parashà, e legandolo ad un dettaglio del precetto dello Shemà.
“E disse il Signore ad Avram ‘Vai per te’” (Genesi XII,1). Ci insegni il nostro Maestro se a un israelita è permesso prendere su di sé il giogo del regno celeste (cioè recitare lo Shemà) mentre si muove? Rav Idi e Rav Huna dissero a nome di Rabbì Judah, e Rabbì Yosé disse a nome di Rabbì Shemuel: A un israelita è proibito prendere su di sé il giogo del regno celeste mentre si muove. Gli è richiesto di stare fermo, dirigendo il suo cuore verso il cielo con trepidazione e paura, tremore e riverenza, mentre proclama l’unità di Dio: Ascolta, Israele, il Signore nostro Dio, il Signore è Unico (Deut. VI, 4). Deve pronunciare ogni parola con piena sincerità, quindi (aggiungere la benedizione) “Benedetto sia il suo Nome, il cui regno glorioso per sempre eternamente”. Tuttavia, quando inizia la parte “E amerai il Signore Dio tuo”, può camminare o stare in piedi o sedersi, come desidera, poiché è scritto: “Quando siedi in casa tua, quando vai per la strada, quando ti corichi e quando ti alzi (Deuteronomio VI, 7). Da qui che chi osserva meticolosamente i comandamenti viene ricompensato completamente. Ad esempio, poiché Avraham osservava meticolosamente i comandamenti, fu chiamato l’amato del Santo, benedetto Lui, come si dice: La discendenza di Avraham, il Mio amato (Isaia 41, 8). Rabbì Shmuel, figlio di Nahmani, ha citato Rabbì Jonathan dicendo che nella casa di Avraham, si rispettava persino l’eruv tavshilin (il comandamento che permette la preparazione dei pasti del sabato, in un giorno di festa) come è detto: Perché Avraham ha dato ascolto alla mia voce e ha osservato la mia osservanza, i miei comandamenti, i miei statuti e le mie leggi (Genesi XXVI, 5). C’è una varietà di leggi che la Scrittura chiami le Mie leggi? Non è già stato affermato: Una sola legge sarà per colui che è nato in casa e per lo straniero che soggiorna in mezzo a voi (Esodo XII, 49), e non era già scritto in precedenza: Una legge e un’ordinanza (Numeri. XV, 16)? La parola le Mie leggi impiegata nel verso precedente si riferisce (esclusivamente) ai dettagli della legge che Avraham osservava meticolosamente. Il Santo, sia benedetto, gli disse: Sebbene tu osservi scrupolosamente le Mie leggi, tuttavia dimori tra gli idolatri; ‘Vai per te dalla tua terra’.
Il midrash in questione si apre con una riflessione halachica su un particolare di una specifica mizvà: si chiede ossia se sia permesso accettare il giogo del regno Divino (cioè recitare il primo verso dello Shemà) mentre si cammina. La risposta è che si deve stare fermi recitando lo Shemà ed il successivo “baruch shem kevod malkuto leolam vaed”: solo dopo si può riprendere a camminare. Da qui si deriva che chi è attento ai dettagli delle mizvot è chiamato amante del Signore come Avraham. È proprio il nostro patriarca ad essere l’esempio dell’attaccamento ai dettagli delle mizvot sulla base di un insegnamento del Talmud nel trattato di Yomà secondo il quale “persino l’Eruv Tavshilin osservavano in casa di Avraham nostro padre”. E conclude il midrash: Avraham eccelle per il suo dikduk bamizvot, la sua attenzione ai dettagli delle mizvot, e per questo non può risiedere in mezzo agli idolatri.
L’Anaf Josef in loco, citando alcune diverse versioni dell’insegnamento in questione (tra cui i responsa del Rashba), sostiene che Avraham avrebbe messo in pratica l’Eruv Techumin, l’eruv che regola lo spazio entro il quale ci si può allontanare di Shabbat.
In una notevole variante dello stesso insegnamento di Rabbì Shmuel, figlio di Nahmani, a nome di Rabbì Jonathan che compare nel Midrash Tehilim (I, 11): nella casa di Avraham si stava attenti all’eruv tavshilin ed all’eruv dei chatzerot, l’eruv dei cortili. Il Midrash impara ciò dal verso del primo Salmo che dice che il giusto viene piantato sui corsi d’acqua: Avraham viene preso dal Santo Benedetto Egli Sia e piantato in Erez Israel.
La scorsa settimana abbiamo visto come per il Midrash il modello eruv sia l’antitesi della commistione confusa della generazione della torre. Questa settimana il midrash fa un passo logico ulteriore sottolineando un aspetto fondamentale di ogni tipo di eruv.
L’epicentro dell’eruv. Per poter definire gli spazi, i cortili, le distanze e i limiti, i rapporti tra le varie famiglie e tutti gli altri meticolosi dettagli dei quali si occupa il trattato di Eruvin, dobbiamo stabilire dove si trova l’eruv.
Così possiamo rispondere anche ad una classica domanda sul midrash. Avraham viene allontanato dai gentili di Ur e Charan, per andare in Kenaan che è ugualmente pieno di goim. Che abbiamo risolto? La risposta è che a parità di condizioni “tecniche”, le regole cambiano notevolmente in funzione di dove si trova l’eruv. Il luogo dell’eruv ci impone di guardare alla realtà con una prospettiva nella quale l’epicentro si trova in un determinato luogo.
Avraham viene proiettato in Erez Israel. L’eruv che deve costruire ha il suo centro nel luogo nel quale si trova. Solo con un epicentro in Erez Israel il progetto dell’eruv che Avraham deve contrapporre alla torre Nimrod ha un senso.
Eppure mi sembra straordinario che nel piantare (shatlò) Avraham in Erez Israel il Signore gli dica ‘Lech Lechà’, ‘Vai per te’. Il fatto di dover stabilire dei punti fermi è funzionale alla capacità di muoversi. La Torà deve avere un luogo di residenza, ma l’Arca non può mai essere privata delle sue aste perché idealmente sempre in movimento.
Con ciò in mente possiamo apprezzare il problema insito nell’approccio di Bet Shammai allo Shemà. Nella Mishnà di Berachot (I, 3) Rabbì Tarfon ricorda che una volta si è steso per terra in mezzo alla strada per adempiere al ‘quando ti corichi’ secondo l’opinione di Bet Shamai, e si è messo in condizione di pericolo. I Maestri sono molto critici con lui. Forse l’idea è proprio questa. Ci si deve fermare quando si dice Shemà e Baruch Shem Kevod. Ma si deve essere pronti a rimettersi in marcia quando si dice ‘ed amerai’. Se ci si ferma troppo, se ci si sdraia, si mette in pericolo il dinamismo della Torà.
Viviamo in un mondo globale nel quale, pensavamo fino a pochi mesi fa, i luoghi non contano poi tanto. Stiamo imparando nostro malgrado quanto i punti di riferimento spaziali siano fondamentali per definire noi stessi ed il rapporto con gli altri. La sfida è sempre quella di piantare dei punti fissi di Torà senza mai dimenticare la necessità di muoverci. Se riusciamo a dire lo Shemà ora che siamo fermi è una grande cosa. Ma non dimentichiamo mai di riprendere a camminare quando potremo dire, vehaavtà, ed amerai.