Nella Parashà di Shofetim la Torah comanda:

לֹא תַסִּיג גְּבוּל רֵעֲךָ אֲשֶׁר גָּבְלוּ רִאשֹׁנִים בְּנַחֲלָתְךָ אֲשֶׁר תִּנְחַל בָּאָרֶץ אֲשֶׁר ה׳ אֱלֹהֶיךָ נֹתֵן לְךָ לְרִשְׁתָּהּ

«Non spostare il confine del tuo prossimo, che i primi hanno fissato, nella tua eredità che riceverai nella Terra che il Signore tuo Dio ti dà in possesso» (Devarim 19,14).

L’immagine è molto concreta. Due campi confinanti. Una pietra indica dove finisce il mio e comincia il tuo. Basta spostarla un poco, possibilmente senza che nessuno se ne accorga, e il mio campo diventa più grande.

Il Sifrè pone però una domanda ovvia: perché abbiamo bisogno di un divieto specifico?

La Torah ha già detto לֹא תִגְזֹל, «non rubare».

La risposta è sorprendente:

בְּאֶרֶץ יִשְׂרָאֵל עוֹבֵר בִּשְׁנֵי לָאוִין, בְּחוּצָה לָאָרֶץ אֵינוֹ עוֹבֵר אֶלָּא מִשּׁוּם לָאו אֶחָד

«In Eretz Israel trasgredisce due divieti; fuori da Eretz Israel trasgredisce un solo divieto».

Fuori da Eretz Israel rimane naturalmente il furto.

Ma לֹא תַסִּיג גְּבוּל רֵעֲךָ aggiunge qualcosa che appartiene specificamente alla Terra. È il versetto stesso a dirlo:

בְּנַחֲלָתְךָ אֲשֶׁר תִּנְחַל בָּאָרֶץ

«Nella tua eredità che riceverai nella Terra».

Il Torah Temimah prova a spiegare questa differenza osservando che in Eretz Israel la terra ricevuta da una persona è una nachalà, un possesso che appartiene a lei e ai suoi discendenti. Non è semplicemente un bene immobile. Fuori da Eretz Israel niente è perenne.

Il Ramban porta questa idea ancora più indietro.

Secondo la sua prima lettura, il versetto non parla soltanto della pietra che separa due vicini. אֲשֶׁר גָּבְלוּ רִאשֹׁנִים, «ciò che delimitarono i primi», si riferisce alla divisione di Eretz Israel compiuta da Elazar HaCoen, Jeoshua bin Nun e dai capi delle tribù.

Una persona potrebbe pensare:

אֵין חֶלְקִי אֲשֶׁר נָתְנוּ לִי שָׁוֶה כְּמוֹ חֵלֶק חֲבֵרִי

«La parte che hanno dato a me non vale quanto quella del mio prossimo».

Forse hanno diviso male. Forse il sorteggio non è stato giusto. Forse il mio confine avrebbe dovuto trovarsi un po’ più in là. La Torah dice che non possiamo ridisegnare quella mappa.

L’Amek Davar osserva che la divisione della Terra possiede essa stessa una dimensione di qedushà: da quei confini dipendono lo Yovel e altre Halachot legate alla nachalà di Eretz Israel.

Non stiamo quindi parlando soltanto della protezione della proprietà privata. Stiamo parlando del particolare rapporto tra un popolo e la propria Terra.

Ed è forse per questo che una Ghemarà in Shabbat (85a) utilizza proprio il nostro versetto in un contesto apparentemente lontanissimo.

La discussione riguarda le distanze da mantenere tra coltivazioni diverse. La Ghemarà si domanda come facciamo a fidarci delle misure stabilite dai primi:

גְּבוּל שֶׁגָּבְלוּ רִאשׁוֹנִים לֹא תַסִּיג

«Non spostare il confine che hanno delimitato i primi».

Chi sono, in questo caso, questi ראשונים, «i primi»?

La risposta arriva da un versetto di Bereshit che parla dei popoli che abitavano il monte Seir prima dell’insediamento di Esav:

אֵלֶּה בְנֵי שֵׂעִיר הַחֹרִי יֹשְׁבֵי הָאָרֶץ

«Questi sono i figli di Seir l’Horita, abitanti della terra» (Bereshit 36,20).

La Ghemarà domanda quasi ironicamente:

אַטּוּ כּוּלֵּי עָלְמָא יוֹשְׁבֵי רָקִיעַ נִינְהוּ?

«Forse tutti gli altri abitano nel cielo?».

Perché la Torah sente il bisogno di chiamarli proprio יֹשְׁבֵי הָאָרֶץ, «abitanti della terra»?

Perché, spiegano i Chachamim:

שֶׁהָיוּ בְּקִיאִין בְּיִשּׁוּבָהּ שֶׁל אֶרֶץ

«Erano esperti nell’insediamento e nella coltivazione della terra».

Sapevano osservare un terreno e dire: qui crescerà bene un ulivo, qui la vite, qui il fico. La Ghemarà arriva a dire che gli Horiti annusavano la terra, e che altri ne assaggiavano il suolo per comprenderne le caratteristiche.

È un’immagine straordinaria. Prima che Esav arrivasse sul monte Seir, c’erano uomini che quella terra la conoscevano quasi fisicamente. Ne sapevano leggere la qualità, la vocazione, i limiti. יֹשְׁבֵי הָאָרֶץ non significa semplicemente persone che occupano un territorio. Significa persone che sanno abitarlo.

La Terra non è una superficie vuota sulla quale possiamo continuamente tracciare nuove linee. Ha una storia, una struttura, dei confini, perfino un sapere accumulato da chi l’ha lavorata prima di noi. E proprio da qui i Chachamim hanno esteso l’espressione השגת גבול anche ad altri campi.

Il Sifrè parla, per esempio, di chi attribuisce a Rabbì Eliezer ciò che ha detto Rabbì Jeoshua e a Rabbì Jeoshua ciò che ha detto Rabbì Eliezer, arrivando così a far dire «impuro» a chi aveva detto «puro» e viceversa. Anche le parole hanno dei confini.

Dire una cosa בשם אומרו, nel nome di chi l’ha detta, significa rispettare il posto che quella persona occupa nella mappa della Torah.

Il Torah Temimah ricorda inoltre che l’espressione השגת גבול è diventata nel linguaggio dei Chachamim anche una categoria relativa alla parnassà: invadere illegittimamente l’attività di un altro, sottrargli un affare sul quale stava già lavorando, danneggiarne il sostentamento.

Ma c’è un passaggio ancora più interessante.

Il libro di Mishlè riprende quasi esattamente le parole della nostra Parashà:

אַל תַּסֵּג גְּבוּל עוֹלָם

«Non spostare un antico confine».

E subito aggiunge:

וּבִשְׂדֵי יְתוֹמִים אַל תָּבֹא

«E non entrare nei campi degli orfani» (Mishlè 23,10).

La Torah aveva parlato del confine del tuo prossimo. Il Mishlè prende quella stessa immagine e ci porta nel campo di chi è più debole.

Rashì spiega addirittura quali siano questi «campi degli orfani»:

בְּלֶקֶט שִׁכְחָה וּפֵאָה הָרָאוּי לָהֶם

«Nel leqet, nella shichechà e nella Peà che spettano loro».

Il confine di Shofetim è entrato nel trattato di Peà. E infatti la Mishnà (Peà 5,6) parla del proprietario del campo che deve permettere ai poveri di raccogliere ciò che la Torah ha destinato loro:

מִי שֶׁאֵינוֹ מַנִּיחַ אֶת הָעֲנִיִּים לִלְקֹט, אוֹ שֶׁהוּא מַנִּיחַ אֶת אֶחָד וְאֶחָד לֹא, אוֹ שֶׁהוּא מְסַיֵּעַ אֶת אֶחָד מֵהֶן, הֲרֵי זֶה גּוֹזֵל אֶת הָעֲנִיִּים

«Chi non permette ai poveri di raccogliere, oppure permette a uno e a un altro no, oppure aiuta uno di loro, deruba i poveri».

La formulazione è molto forte. Il campo è suo. È lui che lo ha seminato. È lui che lo ha lavorato. Eppure, quando arriva il momento del leqet, della shichechà e della Peà, non può comportarsi come se stesse distribuendo una sua liberalità. Non può scegliere il povero che gli è più simpatico. Non può aiutare uno a danno dell’altro. Non può impedire loro di entrare.

La Mishnà non dice che è poco generoso.

Dice:

הֲרֵי זֶה גּוֹזֵל אֶת הָעֲנִיִּים

«Deruba i poveri».

E conclude:

עַל זֶה נֶאֱמַר: אַל תַּסֵּג גְּבוּל עוֹלִים

«Su questo è detto: non spostare il confine degli olim»

La Mishnà con una acrobazia tutta sua, sostuisce la parola olam - antico con olim. Chi sono ora questi olim?

Il Bertinoro riporta due spiegazioni.

Secondo la prima, sono gli עולי מצרים, coloro che salirono dall’Egitto:

אֵלּוּ עוֹלֵי מִצְרַיִם, שֶׁלֹּא תְשַׁנֶּה הָאַזְהָרוֹת שֶׁבַּתּוֹרָה שֶׁנִּתְּנָה לְיוֹצְאֵי מִצְרַיִם

«Sono coloro che salirono dall’Egitto: non modificare gli ammonimenti della Torah che furono dati a quelli che uscirono dall’Egitto».

È una lettura particolarmente significativa nel nostro percorso. Siamo partiti dai confini della nachalà in Eretz Israel, dai limiti fissati nella Terra, e ritroviamo ora gli Olei Mizraim, la generazione che entra in Eretz Israel.

Ma il Bertinoro porta una seconda spiegazione.

Gli עולים sarebbero:

בְּנֵי אָדָם שֶׁיָּרְדוּ מִנִּכְסֵיהֶם

«Persone che sono scese dai propri beni»,

cioè persone diventate povere. E vengono chiamate עולים, «quelli che salgono», per rispetto: una formulazione onorifica, come quando si evita di nominare direttamente una condizione dolorosa.

Le due letture finiscono così per incontrarsi proprio nella Peà.

Da una parte ci sono gli Olei Mizraim, destinatari di una Torah che stabilisce i confini della Terra e i doveri di chi la possiede.

Dall’altra ci sono coloro che sono «scesi dai propri beni», i poveri, ai quali quella stessa Torah assegna uno spazio dentro il raccolto degli altri.

E a questo punto il percorso del versetto si è completamente rovesciato.

All’inizio לֹא תַסִּיג גְּבוּל רֵעֲךָ sembrava proteggere il proprietario del campo dal vicino che cercava di sottrargli qualche metro. E in Eretz Israel quella protezione è addirittura rafforzata: chi sposta il confine trasgredisce due divieti.

Poi arriviamo a Peà e scopriamo che lo stesso linguaggio serve a proteggere il povero dal proprietario del campo.

Non è una contraddizione. Forse è precisamente ciò che significa possedere una nachalà in Eretz Israel. La Torah protegge con particolare forza il mio confine.

Ma proprio quella Terra che mi viene data in eredità stabilisce anche che, dentro quel confine, non tutto è a mia disposizione. C’è un angolo che devo lasciare. Ci sono spighe cadute che non posso raccogliere. C’è ciò che ho dimenticato e che non posso tornare a prendere. E quando il povero entra nel mio campo per raccoglierlo, non sta ricevendo un favore da me. Sta entrando in ciò che la Torah gli ha già riconosciuto.

In queste settimane di Elul parliamo molto di tzedakà.

Tradurla semplicemente con «beneficenza» rischia di perdere proprio questo punto. Tzedakà viene da tzedek, giustizia.

Prima ancora di domandarmi quanto sono disposto a regalare, devo imparare a riconoscere i confini. Dove finisce ciò che è mio. Dove comincia ciò che appartiene al mio prossimo.

E, cosa forse ancora più difficile, dove dentro ciò che considero mio esiste già uno spazio che appartiene agli altri.

לֹא תַסִּיג גְּבוּל רֵעֲךָ

Non spostare il confine del tuo prossimo.

In Eretz Israel quella linea vale due volte. Forse perché qui la terra non è soltanto qualcosa che possediamo. È una nachalà che ci insegna anche come possedere.