Maimonide (Rambam), il grande filosofo e codificatore della halachà del dodicesimo secolo, conclude le sue Leggi di Chanukà in modo piuttosto stimolante ma davvero strano. Egli inizia la fase conclusiva spiegando il significato delle luci di Chanukà. La mizvà di accendere le fiammelle di Chanukà è favorevolmente e generalmente accolta con particolare entusiasmo ed amore. Nell’adempiere la mizvà, ci insegna Maimonide, si deve render pubblico il miracolo e moltiplicare le nostre lodi e la nostra gratitudine a D-o per i miracoli che Egli ha messo in atto per noi.

Maimonide aggiunge che se anche non si avesse nulla da mangiare se non cibo proveniente dalla carità altrui, pur di poter compiere questa mizvà e poter comprare l’olio o le candele necessarie, si deve chiedere un prestito o vendere un proprio indumento. E persino se non si avesse che una sola moneta, si deve usarla per l’acquisto delle candele di Chanukà, che hanno la precedenza sull’acquisto del vino per la santificazione dello Shabbat. Tra l’alternativa, vino per il kiddush o candele di Chanukà, sono ritenute più importanti ed hanno la priorità le candele, perché il precetto dell’accensione delle candele di Chanukà si associa al ricordo del miracolo (capitolo 4, norme 11-13).

Detto questo, Maimonide che è considerato il codificatore sistematico ed estensivo per eccellenza, conclude le norme di Chanukà con una inaspettata e clamorosa dichiarazione che mette in evidenza la priorità assoluta dell’accensione delle candele dello Shabbat rispetto a quelle di Chanukà. Di conseguenza se uno si trovasse nella situazione di dover scegliere tra l’acquisto delle candele di Chanukà e quelle dello Shabbat (quando sia le une che le altre vanno accese il venerdì pomeriggio poco prima dell’entrata dello Shabbat) deve acquistare le candele per lo Shabbat.

Se invece uno fosse costretto a scegliere tra l’acquisto delle candele di Shabbat e il vino per il kiddush di Shabbat, hanno la precedenza le candele per lo Shabbat e questo per non turbare la pace e l’armonia familiare, simboleggiate appunto dalle candele dello Shabbat:

“Grande davvero è la pace perché la Torà (definita anche luce) è stata data solo perché portasse la pace nel mondo come è scritto: ‘I suoi sentieri sono sentieri piacevoli e tutte le sue strade conducono alla pace’” (Capitolo 4, Legge 13).

Ma questa asserzione sembrerebbe essere particolarmente adatta come conclusione delle leggi dello Shabbat, mettendo appunto l’enfasi sulla priorità delle candele sabatiche, simbolo della pace. Perché allora — ci si chiede — perché concludere le leggi di Chanukà con questo particolare precetto, tanto più che si è già detto che le candele di Chanukà sono meno importanti di quelle sabatiche?

Con un cenno quasi velato di rimprovero, quasi sussurrato sottovoce, Maimonide accenna ad un profondo ed oscuro segreto di Chanukà, un segreto che racchiude in sé i semi di un prossimo collasso finale della rivoluzione maccabea con la conseguente caduta del Secondo Regno d’Israele, appena duecento anni dopo la riconsacrazione del sacro Tempio da parte degli Asmonei. Una lettura attenta dei libri apocrifi dei Maccabei e della Guerra Giudaica di Giuseppe Flavio, ci rivela che nella fase iniziale la rivolta degli Asmonei non era diretta contro i greco/siriani, noti per la loro tolleranza, ma contro l’assimilata classe dirigente ellenista/giudaica, contro il Sommo Sacerdote Menelao che voleva far di Gerusalemme una città/stato greca, che voleva sponsorizzare i giochi olimpici dedicati ad uno degli dèi dell’Olimpo ellenico.

Le folle degli ebrei religiosi si ribellarono contro la classe dirigente autocratica, ellenista ed assimilazionista e quando sembrava che gli Asmonei avessero il sopravvento, il Sommo Sacerdote chiamò in aiuto i greco/siriani. Con tutto ciò, miracolosamente, e fatto piacevole da registrare, i Maccabei vinsero.

“I molti caddero nelle mani dei pochi, i potenti nelle mani dei deboli, i malvagi nelle mani di coloro che si impegnarono indefessamente nella Tua Torà”.

Ma quando i nostri saggi si accinsero ad immortalare la vittoria, preferirono registrare la rivolta dei Maccabei solo da quando essi combatterono contro i greco/siriani, trascurando il tragico aspetto della prima fase della rivolta, quella dell’insurrezione armata contro la corrotta ed assimilata classe dirigente ebraica, ed i nostri saggi non fecero delle armi il simbolo della vittoria come qualcuno avrebbe potuto aspettarsi, ma la menorà delle luci, simbolo religioso di pace e di unità.

La luce ha da sempre simbolizzato la pace, il shalom bait, l’armonia e la pace familiare come le candele di Shabbat ed anche le “sette” braccia della menorà sono correlate alla parola ebraica “sheva” che significa sia sette che completezza, pace, armonia. I nostri saggi si vergognarono, per così dire, del fatto che i Maccabei non fossero riusciti a convincere la classe dirigente con le parole e con la dolcezza e fossero ricorsi alle armi. E ciò a differenza di Esra che nella generazione precedente nel giorno di Rosh Hashanà diede pubblica lettura del Deuteronomio, ispirando così persino i più incalliti peccatori a bandire le loro mogli straniere che li avevano indotti all’abbandono delle nostre tradizioni ed all’assimilazione.

Ma l’odio fratricida continuò purtroppo anche nelle generazioni successive degli stessi Asmonei sino ad Ircano che combatté contro Aristobulo... E quella lotta portò alla fine all’intervento romano ed alla perdita dell’indipendenza nazionale ebraica.

È affascinante notare che la lite tra Giuseppe ed i suoi fratelli di cui si parla nella parashà di questa settimana (Vayeshev) presagisce l’ingiustificato ed ingiustificabile odio tra fratelli che continua ad ardere sino ai nostri giorni minacciando la nostra stessa esistenza. Soltanto quando Giuseppe è capace di rinunciare ai suoi sogni di predominio economico e cosmico (alla sua visione che undici spighe di grano come pure il sole, la luna e le stelle si inchinano a lui) solo quando Giuseppe comprende di dover sfruttare le sue straordinarie doti naturali per aiutare il fratello Yehuda a perpetuare la tradizione e propagare il monoteismo etico, solo allora la pace potrà scendere sui pronipoti di Abramo.

In effetti i “virtuosi” fratelli di Giuseppe devono imparare che i sogni eterodossi di Giuseppe d’Egitto, agricoltura e universalismo, non giustificano crimini contro la sua persona e Giuseppe deve imparare ad imbrigliare le sue doti naturali, il suo fascino e la sua cultura non a vantaggio della sua arroganza e mania di grandezza, ma al servizio di D-o e della Torà. Nel modo additatoci di celebrare la festa di Chanukà, la Torà ci insegna che la tragica follia della lotta fratricida può portare soltanto alla nostra distruzione.


Questa derashà è tratta dal libro del Rav Shlomo Riskin, rabbino capo di Efrat e fondatore della Ohr Torah Stone Colleges and Graduate Programs, intitolato “Commenti alle Parashot della Torà”.

Nel 2007 Raffaele Levi z”l lo tradusse e lo pubblicò con il permesso del Rav, che lo incitò a diffondere quanto più possibile le sue derashot.

Il libro, dedicato da Raffaele Levi “ai suoi figli, nipoti e pronipoti, presenti e futuri”, è purtroppo esaurito da tempo.

Torah.it, con l’appoggio dei figli di Raffaele Levi, Gavriel, Michael e Laura, ripropone settimanalmente online, in questo 5783, le relative derashot e si prepara, al termine del ciclo annuale della lettura della Torà, a lanciare una nuova edizione cartacea dell’apprezzatissimo libro.