«Giacobbe rimase solo. Uno straniero (ish) lottò con lui sino a poco prima dell'alba» (Bereshit 32,25).
Questa misteriosa e strana lotta fa sorgere un numero di domande. Prima di tutto, come può una persona rimanere sola se è coinvolta in una lotta? Per lottare bisogna essere perlomeno in due. Secondo, con chi ha lottato Giacobbe? Chi è questo «straniero» chiamato ish nella Torà? È lo spirito soprannaturale dell'angelo di Esaù, come suggeriscono alcuni commentatori? Usualmente la Torà non riporta avvenimenti simili. Terzo, qual è il vero significato e la radice ebraica della parola vayèavek («ed egli lottò»)?
Rashì cita Menachem ben Saruk, che suggerisce che la radice della parola sia avak («polvere»), conseguenza inevitabile di due lottatori in un campo.
Citando due testi talmudici come prova, Rashì dà un significato differente: vayèavek dà l'idea che Giacobbe «strinse fortemente sé stesso» allo straniero, il che è una forma di legame.
Ugualmente, Nachmanide cita dei versi nei quali la alef e la chet si scambiano, di modo che la parola vayèavek («ed egli lottò») porta una sorprendente somiglianza a vayèchavek, che significa «ed egli abbracciò». E questo significa forse che Giacobbe «abbracciò» lo straniero?
Certamente il contesto non lo suggerisce, ma forse Nachmanide sta asserendo che durante quella notte, sulla riva del fiume, Giacobbe non lottò con l'individuo puramente nel senso tradizionale, ma che invece due emozioni e azioni opposte, lotta e abbraccio, si sovrapposero allo stesso tempo. Ciò che rafforza questa idea è che proprio nel capitolo successivo, quando i due fratelli, dopo la loro lunga separazione, finalmente si incontrano, Esaù è talmente eccitato che «corre verso Giacobbe e lo abbraccia» (Bereshit 33,4).
E quarto, dopo l'incontro di lotta, e dopo che Giacobbe ed Esaù finalmente si affrontano l'un l'altro di persona, Esaù sembra essere completamente pronto a un riavvicinamento ed è Giacobbe a essere riluttante. Esaù dice: «Iniziamo il nostro viaggio e procediamo assieme, e io andrò davanti a te» (Bereshit 33,12), al che Giacobbe esita, adducendo come causa la fragilità dei suoi bambini e del suo bestiame (Bereshit 33,13).
Di fatto, quando Giacobbe aggiunge che avrebbe eventualmente incontrato «il mio signore a Seir», Rashì commenta che Giacobbe non aveva in realtà alcuna intenzione di incontrare Esaù nel corso della sua vita. Aggiunge che essi sarebbero potuti andare assieme soltanto dopo che «il Signore avrà giudicato il Monte Seir», nei giorni del Messia. Perché Giacobbe prova disgusto al pensiero di effettuare una vera riconciliazione?
Per rispondere a queste domande, dobbiamo andare indietro ai primi anni di Giacobbe:
«Isacco amava Esaù perché mangiava della sua cacciagione e Rebecca amava Giacobbe» (Bereshit 25,28).
È logico supporre che Giacobbe si sentisse ferito perché respinto dal padre e anelasse a essere accettato. Ed è persino logico presumere che lo studente sincero qual era Giacobbe desiderasse adottare qualcuna delle abilità aggressive e verbali del fratello preferito dal padre, quali l'aggressività fuori casa e le parole ingannevoli usuali nella bocca di Esaù.
Da questa prospettiva è logico supporre che il suggerimento di Rebecca di farlo entrare nella tenda del padre travestito da Esaù potesse colpire una corda sensibile e positiva. Finalmente, anche se soltanto per un breve periodo, agli occhi di suo padre, Giacobbe sarebbe divenuto l'amato Esaù.
Una volta travestito da Esaù, è possibile che Giacobbe volesse riservare dentro il suo stesso essere un piccolo spazio di Esaù. Effettivamente, il tempo non poteva essere più propizio, poiché tra poco avrebbe avuto a che fare con uno dei più furbi e scaltri uomini di Charan, suo suocero Labano. In Charan apprende come vestire sulla sua pelle un secondo abito, più aggressivo e più autorevole; Giacobbe diventa più abile di mani e più affettato di lingua, trasferendo come conseguenza un bel po' di ricchezza nel suo «conto bancario».
Dopo due decenni con Labano, Giacobbe è diventato più Esaù di Esaù.
Due avvenimenti restituiscono Giacobbe al suo vecchio essere. Il primo: sebbene si trovasse a proprio agio nel suo ruolo di quasi Esaù, egli non desidera che il suo prediletto figlio sia così diverso da Abramo e Isacco:
«Ed avvenne che quando Rachele diede alla luce Giuseppe, Giacobbe disse a Labano: “Mandami via affinché io possa recarmi nel posto a me più consono e al mio paese”» (Bereshit 30,25).
Il secondo avvenimento ha luogo quando egli si rende conto che, invece di sognare scale che congiungono cielo e terra, sogna «borse valori», «greggi rigate, punteggiate e grigie». Nel suo sogno un angelo gli dice:
«Apri gli occhi [...] ho visto tutto ciò che Labano ti sta facendo» (Bereshit 31,12).
L'angelo gli ricorda il voto che aveva fatto quando versò dell'olio sul monumento di pietre.
Vivendo con Labano, la vera personalità di Giacobbe era rimasta sommersa. Ma ora era giunto il tempo di ritornare a casa.
«Alzati ed esci da questo paese e ritorna al paese della tua nascita» (Bereshit 31,13).
Giacobbe deve rientrare nel suo vero essere.
Ma ritornare al paese di suo padre come il Giacobbe di un tempo non è cosa semplice come potrebbe sembrare. Le qualità simili a quelle di Esaù, attecchite alla sua personalità, dovranno essere eliminate prima che egli possa calpestare il suolo d'Israele. Giacobbe comprende di possedere una doppia personalità ed è il vero Giacobbe che deve emergere vittorioso.
A questo punto dovremmo essere capaci di farci un'idea migliore di ciò che significa che Giacobbe rimase «solo». Nel momento in cui è pronto ad affrontare la lotta finale con lo spirito e la natura di Esaù, in quel momento è solo con sé stesso. Ciò che è in procinto di fare, lo deve fare da solo. Giacobbe ha dentro di sé un Esaù, e il suo compito in questo momento è nientemeno che esorcizzare lo spirito di Esaù e con ciò riportare il suo essere originale a quello di un uomo sincero e semplice; deve ripristinare il suo sogno originale della scala che unisce il cielo e la terra.
Il fatto che egli ne esca vittorioso gli fa meritare un nuovo nome, Israele.
Come sappiamo, Giacobbe è il nome del fratello che afferra il calcagno di Esaù per sorpassarlo, per vincerlo nel suo stesso gioco: e questo ha persino la sfumatura di «un inganno». Giacobbe è in lotta continua con Esaù, e questa lotta ha termine soltanto quando Giacobbe, rimanendo solo, lotta con il suo profondo essere e riesce a esorcizzare Esaù. Giacobbe diventa allora Israele. E quando riscopre finalmente il suo autentico sé stesso, non può più far squadra a qualsiasi livello con Esaù. Proprio come rimane solo nell'oscurità di quella notte sulla riva del fiume Jabok, così deve rimanere solo con la sua famiglia quando forgia i figli di Israele ai quali tramanda il sogno di unire il cielo e la terra.
Traduzione di Raffaele Levi z״l
Questa derashà è tratta dal libro del Rav Shlomo Riskin, rabbino capo di Efrat e fondatore della Ohr Torah Stone Colleges and Graduate Programs, intitolato «Commenti alle Parashot della Torà». Nel 2007 Raffaele Levi z״l lo tradusse e lo pubblicò con il permesso del Rav, che lo incitò a diffondere quanto più possibile le sue derashot. Il libro, dedicato da Raffaele Levi «ai suoi figli, nipoti e pronipoti, presenti e futuri», è purtroppo esaurito da tempo. Torah.it, con l'appoggio dei figli di Raffaele Levi, Gavriel, Michael e Laura, ripropose settimanalmente online, nel 5783, le relative derashot, preparando una nuova edizione cartacea dell'apprezzatissimo libro.