«E vide Jacov che ci sono viveri in Egitto, e disse Jacov ai suoi figli: “Perché vi guardate l’un l’altro?”» (Genesi XLII, 1).

Il tema della feroce carestia è la cornice nella quale si svolgono gli eventi delle nostre Parashot. Quando la carestia si fa sentire anche in Eretz Israel, Jacov invita i figli ad andare in Egitto. È un verso nel quale torna il concetto di reià, vista.

Jacov vede che ci sono viveri. E dove lo vede, chiede Rashì? Chiaramente Jacov lo ha sentito dire e qui il Testo introduce invece il livello di visione profetica di Jacov che «vede» in qualche forma la vitalità che lo aspetta in Egitto, ma non in maniera chiara da identificare la cosa con Josef.

L’altra visione è implicita nel termine titrau, che abbiamo tradotto secondo Shadal «vi guardate l’un l’altro», ossia non perdete tempo. Sforno in loco dice che il guardarsi l’un l’altro è segno che ognuno aspettava che se ne occupasse il fratello.

Rashì, basandosi sul Talmud Bavlì (Taanit 10b), dice che il senso è che in quel momento in casa di Jacov c’era ancora da mangiare. Jacov invita i figli a non comportarsi come persone sazie ed il vedere si riferisce agli altri: non vi fate vedere come persone sazie dai figli di Ishmael e dai figli di Esav, che non si ingelosiscano.

Forse si può dire che i figli di Jacov si comportavano secondo l’insegnamento di Rabbì Eliezer HaGadol in TB Sotà 48b che dice che colui che ha da mangiare e si preoccupa di cosa mangerà domani è persona di poca fede. Jacov allora direbbe che va tutto bene, ma il rischio è di ostentare sazietà in maniera sbagliata.

Quest’idea di modestia, di allinearsi alle condizioni avverse del mercato anche se nel proprio orto le cose non vanno così male è un tema ricorrente nella nostra parashà.

Josef genera due figli prima della carestia (Genesi XLI, 3). Da questo verso Resh Lakish insegna in TB Taanit 11a che è proibito avere rapporti sessuali durante la carestia. Non sta bene che mentre tutti hanno problemi qualcuno faccia come se nulla fosse. Le Tosafot obiettano che Levì generò Jocheved negli anni di carestia e rispondono che Resh Lakish sta dando un’indicazione di chassidut, non una regola assoluta. Torà Temimà non accetta questa lettura, perché non è possibile che Levì, il più pio tra i figli di Jacov, tralasciasse una cosa del genere e spiega allora che il divieto si riferisce proprio a chi sta meglio: Josef non aveva fame ed allora è bene che abbia un innui, un’afflizione che bilanci. Per Levì basta la carestia.

La Ghemarà in loco prosegue dicendo che mentre il pubblico è in disgrazia «non dica l’uomo: “me ne andrò a casa, mangerò e berrò e pace a te anima mia”». Ed infatti così fece Moshè che durante la guerra con Amalek non sedette altro che su una pietra quantunque avrebbe certamente potuto trovare un cuscino! Ma Moshè non se la sente di mettersi comodo mentre i soldati sono al fronte.

Questo approccio Josef lo manterrà anche in seguito. Quando si farà carico del mantenimento dei fratelli, nella prossima parashà di Vajgash, Josef darà loro «pane, secondo i bambini». Rashì in loco dice che ciò significa a seconda delle esigenze di tutti i membri della casa. Siftè Chachamim e anche Radak sulla base di TB Pesachim 10b dicono che ciò significa più del dovuto, perché i bambini sbriciolano e consumano più del necessario. Sforno invece legge al contrario riferendosi proprio alla nostra Ghemarà in Taanit. Josef poteva dare loro di più volendo, ma preferisce dar loro il giusto perché «non dica l’uomo: “me ne andrò a casa, mangerò e berrò e pace a te anima mia”».

Tutto ciò è chiaramente da intendersi kipshutò, secondo il senso letterale ed anzi, proprio in questi anni di crisi economica è bene ricordare l’esempio di Josef che poteva permettersi tutto, ma preferisce la sobrietà della solidarietà.

Al contempo mi sembra che ciò si debba applicare anche al mondo spirituale.

Il Chatam Sofer sottolinea come il fatto che Avraham non abbia sperimentato la profezia al livello di Isaia ed Ezechiele sia dovuto al fatto che non aveva tempo, che era impegnato in altro, in cose più importanti.

«Ma Avraham nostro padre, sia la pace con lui, veramente non è arrivato a questo livello di profezia, perché non aveva tempo di isolarsi nei suoi pensieri e di legare il suo pensiero a questi livelli di profezia perché era sempre occupato dall’insegnamento ai suoi alunni e la sua mente era mischiata con quella delle creature per portarle sotto le Ali della Presenza Divina».

Così anche l’educazione dei figli, attorno alla quale ruota la festa di Chanukà con il suo chinuch, è «secondo il bambino». Ne sono esempio classico i quattro figli della Haggadà.

Il senso è che anche nel mondo dello spirito, maggiori strumenti non devono mai essere motivo per staccarsi dal pubblico.

I figli di Jacov nel loro lungo percorso di riabilitazione dopo il peccato della vendita di Josef dimostrano di aver imparato la lezione e recepito il messaggio.

«E vennero i figli di Israele ad approvvigionarsi in mezzo a coloro che venivano poiché c’era la carestia nella Terra di Kenaan» (Genesi XLII, 5).

I figli di Israele, che secondo i Chachamim non avevano bisogno, riescono a stare in mezzo a coloro che hanno bisogno.

Lo Jerushalmi (Berakhot VII, 3) impara da qui il concetto di minian, il quorum necessario per ogni cosa di sacro, perché le stesse parole sono usate nel verso «e Mi santificherò in mezzo ai figli d’Israele» (Levitico XXII, 32).

È quando capiamo che siamo un collettivo, un minian, una comunità, che troviamo la kedushà.