Alla fine della nostra parashà Josef fa nascondere un calice nella sacca di Beniamino e fa quindi arrestare nuovamente i propri fratelli. Il verso dice:

«E cercò; con il grande iniziò e con il piccolo concluse e fu trovato il calice nella sacca di Binjamin» (Genesi XLIV, 12).

Questo verso è usato nel Talmud per imparare una nota regola: la necessità del lume per la ricerca del chamez.

«Si controlla il chamez a luce di candela. Da dove si impara? Dice Rav Chisdà: “Abbiamo imparato trovare da trovare, trovare da cercare, cercare da lumi e lumi da lume”. “Trovare da trovare. È scritto qui ‘sette giorni non si troverà orzo nelle vostre case’ ed è scritto qua ‘E cercò; con il grande iniziò e con il piccolo concluse e fu trovato…’. Trovare da cercare: da questo stesso verso. Cercare da lumi: come è scritto ‘in quell’epoca cercherò Jerushalaim con i lumi’. E lumi da lume: ‘Il lume del Signore è l’anima dell’uomo che cerca tutti i meandri del ventre’”» (TB Pesachim 7b).

Con una vera acrobazia esegetica Rav Chisdà passa da un verso all’altro. Il chamez non deve trovarsi, dice la Torà, lo stesso verbo è usato per il ritrovamento del calice. In quel verso prima di trovare si deve cercare. E come si cerca? C’è un verso del Profeta Zefanià che descrive eventi futuri nei quali Iddio stesso cercherà a Gerusalemme con i lumi. Il lume per eccellenza però è l’anima umana. Per trovare bisogna cercare, per cercare c’è bisogno di luce, ma la vera luce è l’introspezione dell’uomo.

È una riflessione molto interessante per una parashà che capita sempre nel periodo di Chanukà, la festa dei lumi.

C’è un minhag romano molto noto che è quello di lasciare ciò che resta del lume con il quale si sono lette le lamentazioni del 9 di Av ed usarlo come shammash, per accendere i lumi di Chanukà. Questo minhag va contestualizzato nel quadro di altri minhaghim del 9 di Av, come quello di dare le stesse mizvot nella consolazione di Minchà a coloro che le hanno prese nel lutto stretto della mattina. E così anche di far leggere l’Haftarà di consolazione di Nachamù a colui che ha letto la Haftarà di ammonimento di Chazon. Si dice «Chi piagne, ride» che è una riproposizione del noto detto rabbinico in TB Taanit 30b

«Chiunque fa lutto per Gerusalemme, merita e vede della sua gioia».

I nostri Maestri hanno sempre sottolineato che tutti i verbi di questo insegnamento sono al presente: chi fa lutto già vede la gioia della consolazione. «Chi piagne, ride», tutto al presente.

Ad un primo livello noi prendiamo la candela che simboleggia la distruzione del Tempio e la usiamo per celebrare la sua nuova inaugurazione.

C’è però una profonda differenza tra la luce del 9 di Av e quella di Chanukà. La luce del 9 di Av, per certi versi come quella della ricerca del chamez, è una luce funzionale. In realtà la sera di Tishà beAv si deve diminuire la luce della Sinagoga come segno di lutto. I lumi vengono accesi per leggere in assenza di più ampia luminaria, e poi vengono spenti lasciando solo il lume del Chazzan per il conto degli anni. Questo gioco di ombra e luce è ricordato in maniera molto bella nelle qinnot che leggiamo proprio alla fine di Arvit.

Nella Qinnà di Shabbetai Moshè Mieli che si aggiunge quando il 9 di Av capita di sabato sera al posto della havdalà troviamo una rara allusione al minhag romano di leggere al lume di candela:

«Sulla luce che si è rinnovata ora batterò il mio palmo poiché con essa è stato bruciato il Santuario e si è spenta la luce del fuoco».

E poi nella meravigliosa elegia di Israel Naggiara Al Echalì il buio diventa palpabile: «Si spenga il mio lume nel giorno in cui la mia luce si è offuscata», «io ho tappezzato il mio letto con l’oscurità» fino a che «Iddio potente e splendido, manderà un farmaco alla mia piaga, Egli che è il creatore della luce, farà rifulgere la mia luce come in passato, farà splendere il mio lume, con la Sua luce potrò procedere anche nell’oscurità».

Al contrario i lumi di Chanukà sono l’antitesi della funzionalità «e noi non abbiamo il permesso di utilizzarli ma solo di guardarli». La luce della Chanukà è una luce esistenziale, simile alla luce della Creazione, a quella luce primordiale riposta per i Giusti nel mondo a venire.

Nel Midrash il verso di Zefanià viene letto in maniera contrastante. Da una parte è usato per descrivere un esame a lume di candela nel quale veniamo giudicati dal Signore. Dall’altra troviamo:

בעולם הזה אע״פ שהיתה במשכן אורה מכבודי, הנרות הללו היו דולקין לתוכו, אף לעתיד לבא אע"פ שאני ממלא ירושלם מכבודי אני מדליק לתוכה נרות שנאמר אחפש את ירושלם בנרות (צפניה א׳ י״ב).

Iddio dice:

«In questo mondo nonostante nel Santuario ci fosse la luce della Mia Presenza, vi erano accesi questi lumi. Anche in futuro, anche se riempirò Gerusalemme con la mia gloria, accenderò in essa dei lumi come è detto cercherò Jerushalaim con i lumi».

È questa una riproposizione della stessa idea che vuole che i lumi della Menorà hanno la sola funzione di ricordare la Presenza Divina che non ha bisogno di altra luce. La luce serve a noi.

Resta da capire che nesso ci sia tra tutto questo e il nostro verso fonte. Come mai tutta l’idea del cercare con il lume deve basarsi sulla storia di Josef ed i suoi fratelli?

Una possibile spiegazione è legata al fatto che il peccato della vendita è considerato un peccato di portata tale da essere in qualche modo presente in tutte le generazioni. Il Midrash addirittura traccia una linea di continuità tra i dieci fratelli responsabili della vendita ed i dieci pii martiri dei romani nella distruzione. Il Tempio viene distrutto per odio gratuito e la vendita di Josef è il simbolo di ciò che porta alla distruzione. Ma sappiamo però anche che i fratelli fecero teshuvà con la non vendita di Beniamino narrata nel verso fonte. Potevano scaricare Beniamino, avevano tutti i motivi per farlo. Ma non lo fanno. Hanno imparato la lezione e restano uniti. È lì che nasce la luce della redenzione. Dalla capacità di riscattarsi attraverso una condotta differente.

Legare i lumi del 9 di Av a quelli di Chanukà non è solo una manifestazione di incrollabile fiducia nella prossima redenzione. Certamente lo è. Ma è anche una dimostrazione di comprensione che la nostra condotta che ha portato alla distruzione può essere modificata e portare alla ricostruzione.