La Mishnà studiata nel Daf Yomi di oggi discute un dettaglio apparentemente tecnico della mitzvà del Gid HaNashè, il nervo sciatico che la Torah proibisce di mangiare in ricordo della lotta di Jacov con l’angelo.

נוֹהֵג בִּטְהוֹרָה, וְאֵינוֹ נוֹהֵג בִּטְמֵאָה. רַבִּי יְהוּדָה אוֹמֵר, אַף בִּטְמֵאָה. אָמַר רַבִּי יְהוּדָה, וַהֲלֹא מִבְּנֵי יַעֲקֹב נֶאֱסַר גִּיד הַנָּשֶׁה, וַעֲדַיִן בְּהֵמָה טְמֵאָה מֻתֶּרֶת לָהֶן. אָמְרוּ לוֹ, בְּסִינַי נֶאֱמַר, אֶלָּא שֶׁנִּכְתַּב בִּמְקוֹמוֹ.

«[Il divieto del Gid HaNashè] si applica agli animali puri e non agli animali impuri. Rabbì Yehudà dice: anche agli animali impuri. Disse Rabbì Yehudà: il Gid HaNashè fu proibito già ai figli di Jacov, quando gli animali impuri erano ancora loro permessi. Gli risposero: il divieto fu detto al Sinai, ma fu scritto nel suo luogo [nel racconto di Jacov].»

Chullin 100b, Mishnà

La discussione riguarda innanzitutto una conseguenza halachica. Secondo Rabbì Yehudà, chi mangia il Gid HaNashè di un animale non kasher trasgredisce due divieti: quello relativo all’animale impuro e quello specifico del Gid HaNashè. I Chachamim non sono d’accordo. Rabbì Yehudà argomenta la sua tesi dicendo che quando il Gid HaNashè fu proibito ai figli di Jacov, gli animali impuri erano ancora permessi, quindi secondo lui la mizvà nasce in condizione di applicabilità ad un animale impuro. I Maestri gli rispondono che non è quella la fonte della mizvà, ma il Sinai.

Nel suo commento alla Mishnà il Rambam si ferma su quelle poche parole — בְּסִינַי נֶאֱמַר, “fu detto al Sinai” — e vi legge qualcosa di enormemente più ampio.

ושים לבך על העיקר הגדול הנכלל במשנה הזאת והוא מה שאמר מסיני נאסר, לפי שאתה הראית לדעת שכל מה שאנו מרחיקים או עושים היום אין אנו עושין אלא במצות הקב"ה ע"י משה רבינו ע"ה, לא שהקב"ה אמר זה לנביאים שלפניו.

«Poni attenzione al grande principio contenuto in questa Mishnà, in ciò che essa dice: “fu proibito al Sinai”. Devi sapere che tutto ciò da cui oggi ci asteniamo e tutto ciò che oggi facciamo, lo facciamo esclusivamente perché così ci ha comandato il Santo, benedetto Egli sia, per mezzo di Moshè Rabbenu; non perché Dio lo abbia detto ai profeti che lo precedettero.»

Il Rambam porta tre esempi.

Non ci asteniamo dall’Ever Min HaChai, il consumo di una parte staccata da un animale ancora vivo, perché Dio lo proibì a Noach. Lo facciamo perché quella proibizione ci è stata comandata attraverso Moshè.

Non facciamo la milà perché Avraham Avinu circoncise se stesso e gli uomini della sua casa. La facciamo perché Dio, attraverso Moshè, ci ha comandato di compiere la milà come la compì Avraham.

E non ci asteniamo dal Gid HaNashè perché i figli di Jacov smisero di mangiarlo dopo la ferita del loro padre. Lo facciamo perché questa mitzvà ci è stata data attraverso Moshè al Sinai.

La conclusione del Rambam è netta:

הלא תראה מה שאמרו תרי"ג מצות נאמרו לו למשה מסיני וכל אלו מכלל המצות.

«Non vedi forse che hanno detto: 613 mitzvot furono dette a Moshè al Sinai? E tutte queste fanno parte di quelle mitzvot.»

È un principio fondamentale per capire che cosa sia, halachicamente, la Torah.

La storia di una mitzvà può cominciare prima del Sinai. La sua origine narrativa può trovarsi con Adam, Noach, Avraham o Jacov. I nostri padri possono averla osservata. Possono persino aver ricevuto un comando divino che la riguardava. Ma la ragione per cui quella mitzvà obbliga oggi il popolo ebraico è il Sinai.

Ed è proprio qui che un altro passo di Chullin rende la questione ancora più interessante.

Quando i fratelli di Josef tornano in Egitto portando con loro Biniamin, Josef ordina al responsabile della sua casa:

וַיַּרְא יוֹסֵף אִתָּם אֶת־בִּנְיָמִין וַיֹּאמֶר לַאֲשֶׁר עַל־בֵּיתוֹ הָבֵא אֶת־הָאֲנָשִׁים הַבָּיְתָה וּטְבֹחַ טֶבַח וְהָכֵן כִּי אִתִּי יֹאכְלוּ הָאֲנָשִׁים בַּצׇּהֳרָיִם.

«Josef vide con loro Biniamin e disse al responsabile della sua casa: “Conduci questi uomini in casa, macella un animale e preparalo, perché questi uomini mangeranno con me a mezzogiorno”.»

Bereshit 43:16

La Ghemarà si domanda perché la Torah utilizzi le parole apparentemente superflue וּטְבֹחַ טֶבַח וְהָכֵן, “macella un animale e preparalo”.

וְאָמַר רַבִּי יוֹסֵי בְּרַבִּי חֲנִינָא: מַאי דִּכְתִיב ״וּטְבוֹחַ טֶבַח וְהָכֵן״? פְּרַע לָהֶן בֵּית הַשְּׁחִיטָה, ״וְהָכֵן״ – טוֹל גִּיד הַנָּשֶׁה בִּפְנֵיהֶם, כְּמַאן דְּאָמַר גִּיד הַנָּשֶׁה נֶאֱסָר לִבְנֵי נֹחַ.

«Rabbì Yosè figlio di Rabbì Chaninà disse: che cosa significa ciò che è scritto “macella un animale e preparalo”? “Macella”: scopri davanti a loro il luogo della shechità. “E preparalo”: rimuovi davanti a loro il Gid HaNashè. Questo secondo l’opinione di chi sostiene che il Gid HaNashè fosse già stato proibito ai figli di Noach.»

Chullin 91a

L’ultima frase è fondamentale. La Ghemarà stessa precisa che questa lettura del versetto funziona כמאן דאמר, secondo l’opinione di chi ritiene che il Gid HaNashè fosse già proibito prima del Sinai. È precisamente la posizione che Rabbì Yehudà sosterrà nella nostra Mishnà: il divieto risale ai figli di Jacov. Secondo i Chachamim, invece, il divieto fu dato al Sinai e soltanto inserito dalla Torah, אלא שנכתב במקומו, nel punto della narrazione al quale apparteneva, quello della lotta di Jacov.

La derashà su Josef, quindi, non è una prova neutrale che tutti accettano. La stessa Ghemarà la colloca all’interno della machloket: la lettura secondo cui Josef ordinò di rimuovere il Gid HaNashè davanti ai fratelli presuppone proprio la posizione di Rabbì Yehudà.

A questo punto si potrebbe pensare che siamo tornati esattamente al punto che il Rambam sembrava voler escludere: secondo Rabbì Yehudà, il Gid HaNashè veniva effettivamente osservato prima del Sinai.

Ma non c’è alcuna contraddizione.

Il Rambam non sta dicendo che prima del Sinai nessuno osservasse queste mitzvot. Sta dicendo qualcosa di molto più preciso: la loro osservanza prima del Sinai non costituisce la fonte della nostra obbligazione dopo il Sinai.

E la distinzione diventa ancora più sottile nel commento del Meshech Chochmà a quel versetto.

Il Meshech Chochmà parte da un dato sorprendente. La Mechiltà interpreta le stesse parole pronunciate da Josef, וּטְבֹחַ טֶבַח וְהָכֵן, come un riferimento alla preparazione del cibo per Shabbat. Questa lettura, osserva, non coincide con quella di Rabbì Yosè bar Chaninà in Chullin, che legge invece והכן come l’ordine di rimuovere il Gid HaNashè.

La domanda è: perché la Ghemarà preferisce questa seconda interpretazione?

Il Meshech Chochmà distingue tra due possibilità. Se prima del Sinai i figli di Jacov non erano ancora comandati sul Gid HaNashè, ma lo osservavano soltanto di propria iniziativa, come osservavano altre mitzvot prima che fossero date, non vi sarebbe una ragione particolare per leggere והכן proprio come riferimento al Gid HaNashè. Anzi, sarebbe più naturale riferirlo alla preparazione per Shabbat: è la Torah stessa, a proposito dello Shabbat, a usare esattamente quel verbo — וְהֵכִינוּ אֵת אֲשֶׁר יָבִיאוּ, «prepareranno ciò che avranno portato».

Ma Rabbì Yosè bar Chaninà interpreta והכן come «rimuovi davanti a loro il Gid HaNashè». Perché? Perché la sua derashà segue l’opinione secondo cui גיד הנשה נאסר לבני נח: il Gid HaNashè non era per loro semplicemente una mitzvà osservata volontariamente in anticipo, ma un divieto che già li obbligava.

È proprio questo, secondo il Meshech Chochmà, che spiega il כמאן דאמר della Ghemarà. Se Gid HaNashè e Shabbat fossero entrambi soltanto mitzvot che i figli di Jacov osservavano volontariamente prima del Sinai, il linguaggio di והכן avrebbe fatto pensare più naturalmente allo Shabbat. La Ghemarà può preferire il Gid HaNashè proprio perché sta seguendo l’opinione che, a differenza dello Shabbat, quel divieto era già stato comandato.

Si apre così una distinzione importante.

Esistono mitzvot che precedono storicamente il Sinai. Esistono pratiche che i nostri padri osservavano prima che la Torah fosse data. Ed esistono persino comandamenti che Dio aveva già impartito all’umanità o ai patriarchi.

Ma il Sinai cambia la natura stessa del nostro rapporto con quelle mitzvot.

La milà che facciamo è la milà di Avraham, ma non la facciamo perché Avraham la fece. Il divieto del Gid HaNashè nasce dalla storia di Jacov, ma non ci obbliga perché i figli di Jacov lo osservarono.

La Torah conserva quelle storie nel loro luogo — אלא שנכתב במקומו, «fu scritto nel suo luogo» — ma la fonte normativa della vita ebraica non è l’imitazione degli antenati.

È il Sinai.

Forse è proprio questo il significato profondo della formula scelta dalla Mishnà. Non dice semplicemente che il divieto fu dato al Sinai. Dice: בְּסִינַי נֶאֱמַר.

La stessa mitzvà può avere una storia molto più antica. Può essere stata vissuta da Avraham, da Jacov, da Josef e dai suoi fratelli. Ma quando arriva il Sinai, viene nuovamente “detta”.

Da quel momento non la osserviamo soltanto perché così fecero i nostri padri.

La osserviamo perché, al Sinai, è diventata Torah.