La Ghemarà (Chullin 88b) riporta un insegnamento di Rava:
«Come ricompensa per aver detto: "Io sono polvere e cenere" (Bereishit 18,27), Avraham nostro padre meritò che i suoi figli ricevessero due mizvot: la cenere della Parà Adumà e la polvere della Sotà.»
Molti commentatori si interrogano sul significato di questo insegnamento e, in particolare, sul fatto che Avraham menzioni prima la polvere e poi la cenere, mentre la Ghemarà inverte l'ordine, parlando prima della cenere e poi della polvere.
Il Ben Ish Chai, nel Ben Yehoyadà, spiega che Avraham cita anzitutto la polvere perché essa è ovunque, mentre la cenere è il risultato di un processo e deve essere prodotta. Nel descrivere la propria umiltà, egli parte quindi dall'immagine più immediata e universale.
La Ghemarà, invece, segue una logica diversa. Il Ben Ish Chai osserva che Avraham non dice semplicemente ani ("io"), ma anokhì, termine che allude non solo alla dimensione fisica dell'uomo, ma anche a quella spirituale. Nelle parole di Avraham è dunque racchiuso un insegnamento sull'umiltà sia materiale sia spirituale.
In questa prospettiva, la cenere della Parà Adumà rappresenta l'umiltà spirituale, mentre la polvere della Sotà richiama l'umiltà nella sfera materiale.
Per questo la Ghemarà menziona anzitutto la cenere e solo successivamente la polvere: il primo ambito nel quale l'uomo è chiamato all'umiltà è il suo rapporto con D.; soltanto da questa consapevolezza può nascere una genuina umiltà nei confronti degli altri esseri umani.