בַּיּוֹם הַשְּׁלִישִׁי וַיִּשָּׂא אַבְרָהָם אֶת־עֵינָיו וַיַּרְא אֶת־הַמָּקוֹם מֵרָחֹק׃

“Nel terzo giorno, ed alzò Avraham i suoi occhi e vide il Luogo da lontano” (Genesi XXII, 4)

Rabbì Meir Simchà HaCoen di Dvinsk, il Meshech Cochmà spiega all’inizio della Parashà di Lech Lechà una fondamentale qualità dei nostri padri: la capacità di vedere. La capacità di vedere la presenza del Signore pur rimanendo nella materialità era la facoltà donata al primo uomo. Questa facoltà venne persa con il peccato e riconquistata da Avraham con l’ingresso in Erez Israel.

רק כשבא אברהם לארץ ישראל אז כך הזדכך חומרו עד כי שב כאדם קודם החטא וזה הוא וירא ד׳ אל אברהם ויאמר היינו שמתחילה ראה אותו וזה כוונת הפסוק פה ויבן שם מזבח לד׳ הנראה אליו היינו שראה אותו קודם האמירה, שלא חצץ החומר מאומה וכן כוונת הפסוק וארא אל אברהם יצחק ויעקב וכן תמצא אצל כל אחד מהאבות וירא אליו ד׳ ודו״ק היטב.
«Soltanto quando Avraham giunse in Erez Israel, la sua materialità si raffinò a tal punto che egli tornò ad essere come Adam prima del peccato. Questo è il significato di: “E il Signore apparve ad Avraham e gli disse”: vale a dire che dapprima egli Lo vide. E questo è anche il senso del verso: “E costruì là un altare al Signore che gli era apparso”: egli Lo aveva visto prima ancora che gli parlasse, poiché la materia non costituiva più alcuna barriera. Così va inteso anche il verso: “E apparvi ad Avraham, a Izchak e a Yaakov”; e allo stesso modo troverai, a proposito di ciascuno dei Patriarchi: “E il Signore gli apparve”. Rifletti bene su questo.»

I nostri padri vedevano. La materia che normalmente si frappone tra l’uomo e lo spirito era da loro raffinata in maniera tale da non impedire la vista del Divino. Anche nella nostra parashà il tema della visione non solo dà il nome a tutto il brano ma torna ripetutamente. Vorrei soffermarmi su una di queste visioni. Nel percorso verso il Monte Morià e la Akedà ad un certo punto è detto che al terzo giorno del percorso Avraham vide il Luogo da lontano. Il Midrash, ripreso da quasi tutti i commentatori antichi e moderni sottolinea l’aspetto spirituale di questa visione. Avraham vede la presenza Divina sul Monte sotto forme di una nube di gloria. Questi interroga Itzchak ed i due giovani che li accompagnavano (secondo una delle interpretazioni Ishmael ed Eliezer). Itzchak vede, gli altri no. Avraham capisce allora che deve proseguire solo con Itzchak e lascia lì i due accompagnatori.

Si tratta di un punto chiave della storia ebraica. Ben due strofe del pyut Et Shaarè Ratzon che descrive la Akedà si occupano di questo verso. È un punto di separazione, uno spartiacque. Da questo punto in poi l’esperienza ebraica è una faccenda intima con dei confini ben definiti. Ma quali sono questi confini?

Il Midrash Tanchumà in loco, ragionando su un verso di Jeoshua, individua la distanza di questo confine ideale in duemila ammot. Questa misura non è casuale. Si tratta del Tchum dello Shabbat, la distanza massima di cui ci si può allontanare dal luogo nel quale si trascorre lo Shabbat, a meno di non spostare l’epicentro del proprio Shabbat a mezzo di un Eruv Techumin.

וירא את המקום מרחוק (שם), מהו מרחוק, אמר ר׳ יצחק רחוק מיל, שנאמר אך רחוק יהיה ביניכם ובינו כאלפים אמה (יהושע ג ד).

Nelle scorse settimane abbiamo visto come l’idea dell’Eruv è per il Tanchumà una costante dell’esperienza Abramitica. È l’antitesi del progetto della Torre di Bavel dalla quale nasce la protesta di Avraham ed è la definizione stessa del principio che in casa di Avraham si osservavano tutte le mizvot.

Ora vediamo che anche lo spazio sacro nel quale avviene la Akedà, quel Makom che Avraham vede che si riferisce anche al Signore stesso che è il Luogo del mondo, è esattamente il Tchum dello Shabbat.

Il Talmud (TB Eruvin 45a) sancisce che un viandante che veda la città, ovvero che si trovi all’interno del Tchum (2.000 ammot) può entrare in città anche se non ci è mai stato e non ha posto un eruv in essa. Rabbì Meir dice che ciò è valido solo se questa è l’intenzione del viandante. Rabbì Jeudà non è d’accordo ed asserisce che il presupposto è che se il viandante avesse saputo di trovarsi in prossimità della città la sua intenzione sarebbe stata quella di entrare.

Per provare la posizione di Rabbì Jeudà, che viene poi effettivamente codificata come halachà, il Talmud racconta un episodio capitato a Rabbì Tarfon. Il grande Maestro si trova per strada quando entra lo Shabbat. Questi non era consapevole di trovarsi presso una città, è buio e non si vede, e quindi si ferma in mezzo ai campi. Al mattino un pastore lo sveglia e gli dice che è prossimo alla città, questi allora vi entra e insegna Torà tutto il giorno.

Rav Johnny Solomon commenta che siamo un po’ tutti dei viaggiatori nel cammino della vita e spesso non sappiamo quanto vicini siamo alla città. La teshuvà è ciò che ci sveglia e ci consente di accedere alla Città del Sacro.

Forse potremmo dire che Avraham ed Itzchak vedono la Città di Gerusalemme che un giorno sorgerà proprio attorno al Luogo della Akedà ed all’idea stessa della Akedà. Si trovano sull’orlo del Tchum Shabbat e vedono.

Avraham ed Itzchak con la loro opera e la loro consapevolezza tracciano con il compasso il confine dell’esperienza ebraica. Non è allora un caso che il pyut mantenga questa spazialità urbana rendendo la Akedà ciò che trasforma il giorno (di Kippur o Rosh Hashanà al quale si riferisce a seconda delle letture) nel giorno di merito per i figli di Jerushalaim.

Parafrasando un noto insegnamento del Meshech Chochmà che vuole che il popolo sul Sinai sia il confine del sacro, potremmo forse dire che Avraham ed Itzchak sono il Tchum dello Shabbat attorno alla Jerushalaim della Akedà.