Oggi, Erev Yom Kippur, iniziamo Massechet Bechorot, il cui tema centrale sono le leggi dei “primogeniti”.
È interessante notare che, come osserva Rabbì Rephael Immanuel Ricchi (1688-1743) nel suo commento Hon Ashir all’ultima Mishnà di Massechet Bechorot, la prima parola della prima Mishnà di Bechorot è הלוקח, la cui prima lettera è ה, mentre l’ultima parola dell’ultima Mishnà è מקודש, la cui ultima lettera è ש. Insieme formano שה — seh, pecora o capretto.
Come spiega:
«Questo perché la maggior parte delle leggi discusse in questo trattato riguarda un seh: la legge del primogenito di un animale kasher si applica a un seh, mentre il primogenito di un animale non kasher viene riscattato con un seh.»
Rabbì Ricchi spiega poi il rapporto tra seh, gli esseri umani e, in particolare, il popolo ebraico, che è esso stesso definito primogenito (cfr. Shemot 4:22):
«Anche l’essere umano è chiamato seh, come è scritto:
שֶׂה פְזוּרָה יִשְׂרָאֵל
“Israel è una pecora dispersa” (Yirmeyahu 50:17)… Vi è inoltre qui un’allusione al fatto che i primogeniti furono santificati al tempo della Piaga dei Primogeniti, quando furono risparmiati per merito del Korban Pesach, che era un seh e che veniva offerto a nome di tutti i primogeniti d’Israel.»
Ciò che impariamo da qui è che, sebbene Massechet Bechorot si concentri sui primogeniti e soprattutto sui primogeniti di pecore e capre, essa parla anche del popolo ebraico, che è esso stesso considerato primogenito ed è esso stesso descritto come una pecora.
Con questo in mente, vorrei rivolgere l’attenzione a un Midrash (Vayikra Rabbà 4:6), così come viene spiegato dal Chafetz Chaim (Chomat HaDat, Ma’amar Chizuk HaDat, Ma’amar 2):
«Il Midrash in Vayikra Rabbà afferma: “Israel è una pecora dispersa” (Yirmeyahu 50:17): proprio come per una pecora, se viene colpito uno dei suoi arti, tutti ne risentono [vale a dire: normalmente una pecora rimane insieme al gregge e quindi, quando una pecora si ferisce a una zampa e si ferma, l’intero gregge si ferma temporaneamente], così è anche per il popolo ebraico. Quando un ebreo pecca, ne risentiamo tutti.»
E così, questo Yom Kippur, preghiamo per il popolo ebraico: che i nostri cuori siano toccati dalla forza di questo giorno santo, affinché possiamo riconoscere il profondo legame che ci unisce gli uni agli altri, sentire il dolore e le difficoltà dei nostri fratelli ebrei e tornare a Dio con amore.
Vorrei concludere con un’ulteriore osservazione di Rabbì Ricchi, che alla fine del suo commento alla Mishnà di Yomà scrive:
«La prima parola della prima Mishnà di Massechet Yomà è שבעת, la cui prima lettera è ש, mentre l’ultima parola dell’ultima Mishnà di Massechet Yomà è ישראל, la cui ultima lettera è ל. Insieme formano של — shal, “togli”, un’allusione al versetto:
שַׁל נְעָלֶיךָ מֵעַל רַגְלֶיךָ
“Togliti le scarpe dai piedi” (Shemot 3:5), [ciò che Dio disse a Moshè mentre si trovava presso il roveto ardente]. Questo perché a Yom Kippur ci è proibito indossare scarpe di cuoio. Togliendo quindi le nostre normali scarpe, diminuiamo la forza fisica del corpo e ci rendiamo più simili agli angeli del servizio.»
Possano le nostre preghiere sincere di Yom Kippur essere ascoltate e accolte. Possiamo trovare ispirazione ed elevarci diventando, temporaneamente, un po’ più simili agli angeli del servizio. Possa Dio perdonare ciascuno di noi, e il popolo ebraico nel suo insieme, per le nostre trasgressioni.
E possiamo iniziare questo nuovo anno con un chiaro senso del nostro scopo e con un rinnovato impegno a vivere una vita buona e santa.