“E mandò il Faraone a chiamare Josef, e lo tirarono fuori velocemente dalla prigione, e si rasò e cambiò le proprie vesti, e giunse dal Faraone.” (Genesi XLI, 14)
“e lo tirarono fuori velocemente dalla prigione: nello stesso modo di ogni salvezza del Signore che viene fatta in un istante, come è detto ‘giacché è vicina la Mia salvezza...’ (Isaia LVI,1)....”
Pochi personaggi hanno sperimentato come Josef il Giusto repentini cambiamenti nel corso della loro vita. Dai pascoli tranquilli di Erez Israel, alla carovana midianita; dalla buona posizione in casa di Putifar, alla prigionia e di lì al governatorato sulla massima potenza dell’epoca, l’Egitto.
È proprio quest’ultimo repentino passaggio ad attirare l’attenzione dei Saggi ed in particolare di Rabbì Ovadià Sforno. Sforno porta in primo luogo due esempi, da Isaia e dai Salmi per dimostrare che il concetto stesso di jeshuat Hashem, la salvezza del Signore è legato alla velocità. La salvezza di D. è immediata. Sforno sostiene che anche le due redenzioni per eccellenza, quella dall’Egitto e quella futura avvengono improvvisamente. Per la prima la dimostrazione è piuttosto semplice: la pasta dei nostri padri che come leggiamo nella Haggadà non ebbe tempo di lievitare “poiché il Santo benedetto Egli sia si rivelò loro e li salvò immediatamente”. Anche la redenzione futura sarà immediata, così come è scritto in Malachì (III,a): il re Messia giungerà all’improvviso.
Rav Dessler in Michtav MeEliau (V, 14) mette a confronto questo insegnamento con un altro famoso insegnamento che si trova nel Talmud Jerushalmi (Berachot I,1) secondo il quale la redenzione avverrà in maniera graduale, come l’alba che sorge pian piano.
L’interpretazione che dà Rav Dessler è che i due insegnamenti non sono in contraddizione ed esistono in realtà due aspetti per la redenzione: la parte umana e la parte Divina. La parte umana è effettivamente un percorso graduale fatto della crescita spirituale e dell’osservanza delle mizvot che costruiamo giornalmente. Al contempo quando giungerà il momento Iddio ci redimerà immediatamente. Questo insegnamento fa luce su un aspetto della redenzione che troppo spesso viene trascurato. Essa è sì opera Divina il cui termine è precluso all’umana conoscenza, ma al contempo è strettamente legata alle opere dell’uomo ed al suo percorso.
Rav Kook nel descrivere l’opera di redenzione delle terre di Erez Israel da parte dei primi coloni, e ‘l’inizio del fiorire della redenzione’, come verrà poi chiamato il governo ebraico su Erez Israel, usa spesso proprio la descrizione dell’alba dello Jerushalmi. Ciò perché questa redenzione, di cui noi abbiamo avuto il merito di vedere i primi germogli, ha una fortissima componente umana, anche se, come ogni redenzione, è interamente nelle mani di D. che al momento giusto ci redimerà completamente.
Rav Dessler paragona questi due aspetti della redenzione all’accensione della luce. L’opera umana somiglia, nel buio, all’accensione graduale di un lume dopo l’altro. L’opera Divina è invece simile all’accensione improvvisa di una forte luce elettrica.
In questi giorni di Chanukà mi pare si possa trasferire l’insegnamento di Rav Dessler alla nota disputa tra Bet Hillel e Bet Shammai sull’ordine dell’accensione dei lumi di Chanukà. Come noto secondo Bet Hillel i lumi vanno crescendo di giorno in giorno, laddove per Bet Shammai, dopo l’accensione di tutti i lumi si decresce. Bet Hillel pone l’accento sulla crescita spirituale che c’è nel ripetersi del miracolo in un crescendo di santità. Bet Shammai vuole sottolineare che tutto il miracolo è racchiuso già nel primo giorno di Chanukà.
Potremmo proporre che le due scuole stiano semplicemente guardando due aspetti altrettanto veri della redenzione. Dal punto di vista Divino, il miracolo di Chanukà è immediatamente apprezzabile, sin dal primo istante nel quale la Menorà fu accesa e gli uomini ancora non sapevano che l’olio sarebbe durato per altri sette giorni. Dal punto di vista umano l’accensione del primo giorno nella consapevolezza del fatto che non c’era olio per l’indomani significa realizzare il massimo dell’hishtadlut, del fare del proprio meglio, quella che dovrebbe sempre essere la disposizione dell’uomo nella vita in genere e nell’osservanza delle mizvot in particolare.
Per meglio apprezzare questa visione potremmo soffermarci sul fatto che il tempo è un concetto umano: al Santo, benedetto Egli sia non si addicono concetti come prima e dopo: dinanzi a Lui, benedetto sia, tutto è presente. Capiamo allora che in effetti nel presente Divino è perennemente redenzione. È per questo che i Saggi hanno parlato di oscuramento per descrivere l’esilio giacché i nostri peccati creano una qualcosa che cela la luce redentrice del Signore che esiste sempre. Lo Sfat Emet spiega, proprio commentando i sogni del Faraone all’inizio della nostra Parashà, che dal fatto che le vacche magre pur fagocitando le vacche grasse rimangono magre, si evince il fatto che il Sitra Achrà, l’altro lato con cui viene definito il “vuoto” lasciato dal contrarsi del Signore, il male potremmo dire, non ha volontà né essenza propria. È appunto assenza. Così anche il buio non è altro che l’assenza della luce ma non ha una propria essenza.
Capiamo allora che dal punto di vista Divino la redenzione è rappresentata dalla rimozione dell’interposizione tra D. e noi. Tolta quella, e D. può farlo in un istante, la redenzione è immediata. Il punto è che D. toglie l’interposizione quando siamo noi a volerla togliere. E per quanto noi non sempre siamo in grado di rimuoverla completamente, i nostri Saggi ci hanno insegnato che un risveglio da sotto (cioè umano) provoca un risveglio da sopra (Divino) secondo quanto hanno detto:
“Apritemi un’apertura della dimensione della capocchia di uno spillo ed Io aprirò per voi un’apertura delle dimensioni della porta dell’anticamera del Santuario”.
Il fatto che “la salvezza del Signore è come lo sbattere delle palpebre”, come dicono i Saggi, dovrebbe essere elemento di grande consolazione nei momenti difficili. I Maestri del Mussar insegnano che Shabbat, i Capimese e le Feste in generale, sono momenti nei quali si creano, attraverso le molteplici mizvot aggiuntive, delle brecce in questa parete che ci separa dalla redenzione e un po’ della luce della Creazione filtra ed illumina le nostre anime con nuove forze e maggiori opportunità.
Nella realtà queste brecce noi siamo in grado di aprirle tutti i giorni. Ogni mizvà, se fatta con concentrazione, intenzione e buoni intenti è una nuova breccia in vista della redenzione finale. Per questo è particolarmente importante rafforzarsi nell’osservanza dei precetti quotidiani, quelli che non dipendono dalle feste, ma che proprio per questo sono particolarmente cari vista la loro frequenza. La preghiera, la kasherut, la purità familiare, la zedakà, il controllo del proprio linguaggio e più in generale il corretto comportamento nei confronti del prossimo.
Se saremo degni e ci sforzeremo allora Iddio ci redimerà immediatamente, nelle parole dei Salmi “oggi! Se la Sua Voce ascolterete.”