«Ed Israel amava Josef più di tutti i suoi figli, giacché era il figlio della sua vecchiaia, e gli fece una tunica a strisce».
(Bereshit 37,3)
«Figlio della sua vecchiaia: che gli nacque quando era vecchio. Ed Onkelos ha tradotto: figlio saggio era per lui, ogni cosa che aveva studiato da Shem ed Ever gliela insegnò...»
(Rashì, Bereshit 37,3)
Quest'anno la Parashà di Vayeshev coincide con il primo giorno di Chanukà. Rashì nel suo commento al nostro verso riporta il parere di Onkelos secondo il quale la vera discriminante tra Josef ed i suoi fratelli era il fatto che Josef è il figlio che studia Torà. I Saggi ci insegnano che Jacov aveva previsto la discesa in Egitto di Josef e vuole fornirgli gli strumenti, l'educazione necessaria per sopravvivere in mezzo alle genti. Rashì in effetti non dice che Jacov insegnò a Josef la Torà che aveva appreso da Avraham ed Izchak, cosa che certamente Jacov fece con tutti i suoi figli, quanto piuttosto che gli insegnò la Torà dell'esilio che a lui servirà in anni difficili. Si tratta di quella stessa Torà appresa nei quattordici anni nell'accademia di Shem ed Ever nella quale Jacov studiò prima di giungere a Charan. Questo particolare tipo di educazione è interessante proprio relativamente alla radice stessa della parola educazione — chinuch.
Il Gaon di Vilna sostiene che per comprendere a fondo il senso di una parola si deve andare a vedere il contesto nel quale questa figura quando compare per la prima volta nella Torà. La parola chinuch, da cui anche Chanukà, figura in Bereshit 14,14, allorquando Avraham nell'organizzare la spedizione di recupero per Lot prepara i «suoi educandi — chanicav».
Rashì in loco definisce chinuch come:
«Espressione che indica l'inizio dell'ingresso di un uomo o di un oggetto, in un'arte nella quale dovrà cimentarsi. E così “educa il fanciullo” (Proverbi 22,6), “inaugurazione dell'altare” (Bemidbar 7,11) e “inaugurazione della casa” (Salmi 30,1); nella lingua degli idolatri “insegnare”».
Così Jacov prepara Josef affinché sia pronto per l'esilio.
Rashì cita tre esempi per l'uso della parola chinuch: il fanciullo, l'altare e la casa.
Esiste un forte legame tra questi tre. Il Talmud nel trattato di Berachot 55a, commentando un verso di Ezechiele, giunge alla conclusione che fintanto che c'è il Santuario, l'Altare espia per Israele, ma oggi che l'Altare non c'è è la tavola della casa che espia. La casa è allora un Santuario alternativo di cui la mensa è l'Altare. In questo modo la Torà ci sta anche richiedendo che la nostra casa sia permeata dalla Santità così come l'Altare e che la nostra tavola sia luogo di parole di Torà e coesione familiare. E giungiamo al terzo elemento, i bambini. I bambini sono il fine stesso della casa e così diciamo nello Shemà «e lo ripeterai ai tuoi figli e ne parlerai con loro, nel tuo risiedere in casa».
La casa ebraica è il Santuario della famiglia nel quale vanno educati i bambini al sacerdozio che lega Israel al Santo Benedetto Egli Sia.
Mi pare che si possa leggere in questo modo anche la Ghemarà in Shabbat 21b a proposito di Chanukà.
«Hanno insegnato i Maestri: Il Precetto di Chanukà è un lume, un uomo e la sua casa. Ed i solerti un lume per ognuno, ed i solerti tra coloro che sono solerti, secondo Bet Shammai il primo giorno accende otto [lumi] da qui in poi diminuisce, secondo Bet Hillel, il primo giorno accende un [lume] da qui in poi aggiunge».
Esistono tre livelli nel precetto di Chanukà. Il primo livello è nell'unione totale della coppia ebraica. La sua casa è sua moglie dice il Talmud in Yomà. Il lume rappresenta invece l'anima come è detto il lume del Signore, è l'anima dell'uomo. Nel dire che per uscire d'obbligo serve un lume per l'uomo e sua moglie il Talmud ci sta dicendo che il primo scalino nella costruzione di una casa ebraica è nella comunione spirituale della coppia nel suo divenire strumento di mizvà in mano al Signore. Lo Shulchan Aruch codifica che anche per coloro che richiedono più lumi per i diversi membri della famiglia non si accende un altro lume per la moglie giacché essa è come il suo stesso corpo. Ma questo livello non può bastare poiché la Torà ci ha comandato «crescete e moltiplicatevi».
Ed allora abbiamo nel secondo livello, un lume per ognuno. Sono i bambini che divengono luci indipendenti che vengono accese dal primo lume della coppia e da essa traggono la loro luce pur essendo al contempo indipendenti ed unici. Ma anche questo non basta. C'è un terzo livello, il livello della proiezione sul quale hanno disputato Bet Hillel e Bet Shammai. La domanda di fondo è come si va avanti, come si proietta la luce di Chanukà sul resto dell'anno, come si porta la gioia del matrimonio o della nascita di un figlio in ogni momento della vita. Si fa sulla base di otto, su questo sono d'accordo tutti. Secondo Bet Shammai si decresce, secondo Bet Hillel si cresce.
La base di otto è simbolica per due precetti strettamente collegati che hanno rispettivamente uomini e donne. Per l'uomo l'ottavo giorno è il giorno della milà che santifica il suo organo genitale e lo rende oggetto di mizvà. Per la donna l'ottavo giorno per eccellenza è l'ottavo giorno nel quale si immerge nel mikve dopo aver contato sette giorni «puliti». Potremmo allora dire che il senso del terzo livello, il livello dell'otto è nella ricerca della purità in particolar modo relativamente alla vita sessuale nella quale sono racchiusi i due livelli precedenti, l'unione della coppia e la prolificazione. La machloket tra Bet Hillel e Bet Shammai è su cosa conti di più, il processo o l'obiettivo. Secondo Bet Hillel, e così è codificata l'Halachà, conta il processo. Si deve crescere piano piano. Si deve contare il tempo nel suo crescere e non fare conti alla rovescia. Così anche le donne ebree nel contare gli shivà nekiim, i sette puliti, non contano quanti giorni mancano alla tevilà, quanto i giorni di purificazione.
Queste sono le basi del chinuch, che sono anche le basi di Chanukà. Sono le basi di una casa ebraica che si fonda sull'unità della coppia (Casa) il cui vero obiettivo è la crescita dei figli alla Torà (fanciullo) e in cui tutto viene fatto nella purità (Altare).
I greci ed ancor peggio gli ebrei ellenizzanti volevano scardinare proprio questo. La rivolta dei Maccabei nasce come una protesta contro l'introduzione dello ius primae noctis, che viene a scardinare ogni principio di sacralità nella casa ebraica. D'altro canto proprio gli ebrei assimilati facevano operazioni plastiche per ricoprire la milà. Assieme a ciò avviene la profanazione dell'altare e la proibizione dello studio della Torà.
L'accensione dei lumi di Chanukà è allora il manifesto della purità della casa ebraica, miracolo che va pubblicizzato soprattutto in un'epoca nella quale i modelli che il mondo ci propina sono così diversi.