La religiosità è il legame tra l'uomo e il suo D-o. Per sua natura questo legame si rinnova continuamente, poiché entrambi i suoi poli sono in costante trasformazione. L'anima non smette mai di cambiare e di lasciarsi impressionare; allo stesso modo, il Divino continua a manifestarsi ogni volta da una prospettiva diversa, nuova e affascinante.

Per questo la religiosità – il legame tra due realtà in continuo mutamento – è, per sua essenza, rinnovamento incessante, vigilanza e progresso.

Eppure, l'accostamento tra religiosità e conservatorismo appare naturale, anzi quasi inevitabile. Tale associazione è così diffusa da dare l'impressione che conservatorismo e reazione, cecità e oscurantismo, appartengano ai fondamenti stessi della fede.

La prima domanda che sorge spontanea è dunque questa: come è possibile che la religiosità, che nella sua essenza è dinamica e orientata al progresso, sia diventata una roccaforte del conservatorismo e dell'immobilismo?

La causa principale dell'infiltrazione dello spirito conservatore è una conclusione errata tratta dalla Halakhà: l'idea che l'ebraismo sia costruito esclusivamente sul passato. Il Sinai appartiene al passato; la Torah appartiene al passato; il Talmud appartiene al passato; così pure i Posqim e i grandi Maestri della Torah.

Ma il passato e le sue rivelazioni costituiscono soltanto il fondamento sul quale ogni generazione è chiamata a costruire la propria parte, elevando l'intero edificio per quanto le è possibile. L'aspirazione non è ritornare allo stato precedente, bensì superarlo.

«La gloria di questa ultima Casa sarà più grande di quella della prima.»

Questa è una profezia, ma anche un comando.

Il popolo d'Israele deve chiarire, correggere ed elevare il mondo a un livello mai raggiunto prima. Il Messia sarà più grande dei Patriarchi, e perfino più grande di Mosè nostro maestro (Yalqut Shim'oni, §176).

La Halakhà è dunque dinamica e progressiva. Tuttavia, a causa di una comprensione insufficiente della sua natura, si è diffusa l'idea che essa rappresenti soprattutto la conservazione del passato, anziché il suo sviluppo.

La struttura autentica della Halakhà è stata così alterata e fraintesa.

Poiché la Halakhà trae nutrimento dal passato, è naturale che l'ebreo debba essere profondamente legato alla propria storia – così come al proprio futuro. Tuttavia, con il passare del tempo e sotto l'influenza di molteplici fattori, interni ed esterni, questo saldo radicamento nel passato si è trasformato in un progressivo rifugiarsi in esso, fino quasi a esserne assorbiti.

L'attenzione costante rivolta al passato, in assenza di un autentico spirito di rinnovamento, ha fatto sì che il passato iniziasse lentamente a divorare il presente, fino quasi a cancellarlo del tutto.

L'ebraismo ha finito così per vivere in una sorta di stato onirico, nel quale le trasformazioni del presente non sembravano più lasciare alcuna traccia.

Non ci si limitava più a studiare le parole dei Maestri delle generazioni precedenti: si arrivava a vivere anche il loro mondo esteriore.

Non soltanto Abbayè e Ravà erano percepiti come vivi e reali; sembravano altrettanto vivi perfino i pagani e i maiali che popolavano il loro ambiente. Le strade di Babilonia apparivano più familiari e più concrete delle vie dei Paesi reali nei quali gli ebrei vivevano effettivamente.

Allo stesso modo, nel mondo ebraico non era presente soltanto il Rambam: insieme a lui continuavano ad abitare, per così dire, anche Aristotele e Averroè. I Maestri delle diverse epoche e il mondo nel quale avevano vissuto finirono per fondersi nella coscienza successiva fino a essere percepiti come un'unica realtà, inseparabile.

Tutti gli ebrei osservanti – compresi perfino i Neturei Karta – si sono, in una certa misura, adattati al mondo moderno. Ma questo adattamento è rimasto puramente esteriore, quasi imposto con la forza.

Interiormente, il contenuto spirituale è rimasto sostanzialmente immutato. Lo spirito conservatore, pur avendo dovuto rinunciare al proprio dominio assoluto nella vita pratica, continua ancora oggi a governare lo spirito.

L'uomo religioso si sente a disagio nel mondo contemporaneo e cerca di rifugiarsi nuovamente nel "buon passato": se non attraverso il proprio stile di vita, almeno attraverso la nostalgia.

Questa sensazione è considerata caratteristica tanto dagli osservanti quanto da coloro che non lo sono. È proprio essa che ha generato la superficiale identificazione tra "religioso" e "tradizionalista", un'identificazione che costituisce un'offesa all'ebraismo.

È certamente vero che nell'ebraismo esiste una dimensione della tradizione. Ma questo non basta a identificare l'ebraismo con il tradizionalismo.

Anche le scienze naturali si fondano sulle esperienze accumulate nel passato, cioè sulla tradizione; eppure nessuno le definisce, per questo motivo, "tradizionaliste".

L'ebraismo è, e sarà sempre, qualcosa di nuovo.

«Ogni giorno siano ai tuoi occhi come nuovi.»

E, in verità, essi sono davvero nuovi.

Tuttavia, quando al posto dell'ebraismo autentico rimane soltanto una sua ombra, che trae la propria fragile sopravvivenza dal conservatorismo e dalla pigrizia del pensiero, non c'è da stupirsi se appare naturale identificare il «tradizionale» con il «religioso».

Ma questa situazione innaturale non durerà per sempre.

Quando sorgerà un autentico desiderio di rinnovamento religioso, uno dei primi compiti sarà sradicare fino alle fondamenta il presunto «principio» del conservatorismo.

Una volta per tutte dovrà essere chiarita la differenza – anzi, il contrasto – tra una vita religiosa viva, dinamica e creativa, e l'immobilità mortifera del conservatorismo.

Occorre tracciare una linea di demarcazione netta.

Da una parte stanno i metodi attraverso i quali la Halakhà viene dedotta: essi devono continuare a fondarsi costantemente sulla tradizione e sul patrimonio del passato, perché queste sono, per così dire, le «regole del calcolo» del rapporto tra l'uomo e Dio.

Dall'altra parte, però, bisogna ricordare che tali regole non determinano automaticamente i contenuti della vita religiosa.

L'ebraismo dovrà imparare a confrontarsi con il mondo e a vivere al suo interno, non al di fuori di esso.

Ciò non significa un adattamento superficiale al mondo moderno, che in realtà sarebbe soltanto una resa.

Questa resa è stata, in larga misura, la sorte di molti ebrei religiosi: essi vivono esteriormente come tutti gli altri, ma con la sensazione di sacrificare la propria religiosità, perché continuano a percepire un'incompatibilità necessaria tra il proprio modo di vivere e la religione stessa.

In realtà, ciò che essi avvertono è soprattutto il conflitto tra un antico stile di vita e uno nuovo, mentre nel profondo del cuore continuano a ritenere che quello antico sia l'unico veramente giusto.

Un cambiamento di prospettiva porterà inevitabilmente con sé trasformazioni profonde.

Ma quando saranno rimossi tutti i rivestimenti esteriori, brutti e vuoti, che oggi nascondono il vero volto dell'ebraismo, allora potrà avvenire anche un rinnovamento interiore.

Sarà un rinnovamento che interesserà anzitutto gli ambienti religiosi, i quali comprenderanno finalmente con chiarezza la propria strada; ma raggiungerà anche coloro che oggi si trovano ancora all'esterno, perché vedranno che quel sentiero, ormai ricoperto di rovi e sterpaglie, è in realtà una via nuova, una via destinata a rimanere nuova per sempre.