Mi spiace dover tornare su concetti che da qualche anno mi trovo costretto, a malincuore per diversi motivi, a ribadire, e mi spiace ancora di più che quest'anno il tono debba farsi meno indulgente del solito.
Siamo a ridosso di Rosh ha-Shanà, le selichot sono iniziate da circa tre settimane, ed è possibile tracciare un primo bilancio: è deficitario, e non di poco, sul piano della partecipazione.
Quest'anno i moadim bassi hanno comportato che due settimane si svolgessero al Tempio Maggiore alle 6, anziché allo Spagnolo alle 5, come vuole una tradizione inveterata. Queste due settimane, nonostante l'atmosfera e le temperature da pieno agosto, hanno retto. Non per merito, per lo più, degli ebrei romani.
Una relativa novità degli ultimi anni è infatti la partecipazione di stranieri, che per ovvi motivi non possono garantire continuità nelle presenze, e ai quali va riconosciuto un apporto che non gli era dovuto.
Con il primo settembre siamo passati alle 5 allo Spagnolo, e la situazione è precipitata: l'apporto degli stranieri, che non credo abbiano alcuna responsabilità riguardo alla salvaguardia delle nostre tradizioni, essendo la responsabilità nostra e non loro, è per lo più venuto meno, lasciandoci di fronte alla nostra inadeguatezza.
Quelli che hanno sempre garantito il minian, venendo quasi tutte le notti per anni, sono mancati o non hanno più le forze per assicurare quella continuità, e non me la sento in alcun modo di incolparli: hanno dato più del dovuto, per decenni, spesso in silenzio.
Il problema non è dunque di chi si è defilato per primo, ma di chi resta e continua a delegare ad altri, agli anziani che non ce la fanno più, o a chi viene da fuori e non ha con questa città alcun legame di appartenenza, un dovere che è, prima di ogni altra cosa, nostro.
Non si tratta di un servizio reso alla comunità da chi ne ha voglia o tempo di avanzo: il minian per le selichot è la condizione stessa perché le selichot si possano dire come vanno dette. Chi ne è consapevole e sceglie comunque di non esserci sta, di fatto, scaricando su altri un peso che gli spetta.
La mia domanda è semplice: che vogliamo fare?
La risposta altrettanto: assumersi un minimo di responsabilità, una o due notti, vigilie escluse, fino a Kippur.
Non è molto.