Il mese di Elul è uno dei pochi mesi dell'anno privi di festività proprie. Proprio questa apparente assenza gli conferisce però una fisionomia unica: non è un singolo giorno a distinguerlo, ma l'intero mese, con il suo clima spirituale e la sua funzione nella preparazione al nuovo anno.
Si possono individuare tre aspetti fondamentali che caratterizzano Elul.
Il primo, il più noto e visibile, è quello della teshuvà. La tradizione d'Israele ha sviluppato numerose usanze che sottolineano questo carattere del mese. Fra queste spicca il suono quotidiano dello shofar, che, come scrive il Rambam (Hilchot Teshuvà 3,4), richiama l'uomo a destarsi dal torpore spirituale e a risvegliarsi interiormente. Accanto allo shofar esistono molti altri usi, grandi e piccoli, che mettono in evidenza il tema del ritorno a D-o.
Un secondo aspetto è la particolare vicinanza tra il Santo Benedetto Egli sia e il popolo d'Israele. Nei testi chassidici Elul è descritto come il tempo del «Re nel campo»: il re lascia il proprio palazzo e passeggia nei campi. In questo momento vengono meno molte delle barriere che normalmente separano il sovrano dai suoi sudditi e diventa più facile avvicinarsi a lui. Il re appare più accessibile e benevolo, e la distinzione tra chi è degno della sua vicinanza e chi non lo è si attenua.
Il terzo aspetto deriva dalla collocazione di Elul come ultimo mese dell'anno. In quanto tale esso offre sia l'occasione di tracciare un bilancio sia la possibilità di completare ciò che è rimasto incompiuto.
Sebbene questi tre aspetti siano differenti tra loro e non sia facile ricondurli a un'unica definizione, essi condividono una radice comune e si completano reciprocamente. La tradizione ha posto soprattutto l'accento sulla teshuvà: numerosi testi, dai libri delle usanze alle opere di pensiero dedicate a questo mese, sviluppano il tema del ritorno a D-o. Più raramente, invece, vengono approfonditi il significato della speciale vicinanza divina e quello del completamento che caratterizza Elul.
Teshuvà
Per quanto i temi della teshuvà e del completamento possano sembrare vicini, essi hanno natura diversa. La teshuvà guarda principalmente al passato: cerca di correggere errori, colmare mancanze e rimediare a ciò che è stato compiuto o trascurato. Per questo motivo è orientata soprattutto verso Rosh HaShanà e Yom Kippur, ai quali Elul funge da preparazione.
Il completamento (hashlamà), invece, non riguarda un singolo errore o un determinato momento del passato. Esso consiste nel guardare all'intero anno come a un insieme e nel chiedersi non tanto quali colpe siano state commesse, quanto quali aspetti della propria persona siano rimasti incompiuti. L'attenzione si sposta così dalle mancanze del passato allo stato presente dell'uomo e alle possibilità concrete di crescita che ancora gli sono offerte.
Per molti peccati esistono vie di riparazione. Vi sono però mancanze che non possono essere cancellate. Chi, ad esempio, non ha recitato lo Shemà in un determinato giorno non potrà recuperare quella precisa occasione ripetendolo in seguito. Quel momento è perduto. Eppure resta possibile una diversa forma di riparazione: non quella dell'atto mancato, ma quella della persona stessa. Anche se il vuoto del passato non può essere eliminato, l'uomo può trasformarsi e non rimanere più incompleto a causa di quella mancanza.
Il «Re nel campo»
La spiegazione più profonda di ciò che accade nel mese di Elul è quella dell'illuminazione interiore, della luce del Volto divino che si manifesta in questo periodo. Normalmente un riflesso di questa luce raggiunge soltanto alcune persone, suscitando in loro il desiderio di fare teshuvà e di correggere il passato. L'illuminazione propria di Elul, invece, pur non manifestandosi con la stessa intensità in tutti, diffonde una luce che risveglia il cuore e dona all'uomo la forza di cambiare.
L'immagine del «Re nel campo» esprime proprio questa vicinanza. Quando il re è nel suo palazzo, raggiungerlo è difficile; quando invece si trova nel campo, gli ostacoli diminuiscono e l'incontro diventa possibile.
Questa sensazione di prossimità può spingere l'uomo a domandarsi se sia davvero degno di presentarsi davanti al Re. Da qui nasce il desiderio di ripulire ciò che è sporco, di ricucire ciò che è lacerato e di correggere ciò che è rimasto incompiuto. Proprio perché il Re è vicino, cresce anche il coraggio di avvicinarsi a Lui e di portare finalmente a compimento ciò che non si era riusciti a realizzare in precedenza.
Completamento
Poiché Elul è l'ultimo mese dell'anno e non impone particolari obblighi o festività, esso invita naturalmente a farne un tempo di completamento. Quasi ogni persona immagina, in un modo o nell'altro, ciò che vorrebbe diventare durante l'anno successivo. Ognuno possiede compiti e responsabilità propri, ma soprattutto ciascuno porta dentro di sé un potenziale di bene che attende di essere realizzato.
Come un albero racchiude in sé la possibilità di raggiungere una determinata altezza e una piena maturità senza che ciò si realizzi necessariamente, così anche l'uomo spesso non conosce fino in fondo le proprie possibilità oppure si lascia trascinare in direzioni che lo allontanano dalla propria autentica vocazione. Talvolta non è nemmeno consapevole che il suo sviluppo personale rappresenta un dovere nei confronti di sé stesso, prima ancora che della società o della famiglia.
Le domande fondamentali che una persona dovrebbe rivolgere ai propri maestri non sono quindi soltanto: «In cosa ho sbagliato?» oppure «Quale debito devo ancora saldare?», ma soprattutto: «Che cosa devo fare? Qual è la direzione verso cui devo orientare la mia vita?». Tra tutte le responsabilità dell'uomo, la più importante è infatti quella di realizzare il compito particolare che gli appartiene.
In passato, quando gran parte del popolo d'Israele viveva già in esilio, Elul era uno dei tradizionali Yarchè Kallà, i mesi dedicati allo studio collettivo della Torà. In quelle settimane si delineava il programma di studio dell'anno successivo e, nello stesso tempo, si cercava di completare quanto non era stato possibile approfondire durante l'anno appena trascorso.
Elul era quindi il momento ideale sia per concludere ciò che era rimasto incompiuto sia per gettare le basi del cammino futuro. Proprio perché non vi sono feste che distolgano l'attenzione, il mese offre lo spazio necessario per dedicarsi all'opera più importante: quella di tutta una vita.
Accanto a questo lavoro interiore risuona ogni giorno lo shofar. Il suo suono è, talvolta, un segnale d'allarme che richiama l'uomo a prendere coscienza della propria condizione; altre volte è semplicemente una sveglia, un invito a destarsi e a fare ciò che deve essere fatto.
Infine Elul porta con sé un dono particolare: l'illuminazione del Volto divino. Il Salmo 27, tradizionalmente recitato durante questo mese, non esprime soltanto il desiderio di avvicinarsi a D-o, ma anche la fiducia profonda che, anche quando all'uomo sembra di non avere più alcun sostegno, il Santo Benedetto Egli sia è sempre presente e continua ad attenderlo con il Suo sorriso.