Qualche giorno fa ho scritto qui di due Mediterranei.

Da una parte Cipro, con il mare, gli ulivi, le strade vuote e una lentezza alla quale ci si abitua molto in fretta. Dall’altra Eretz Israel, a meno di un’ora di volo eppure lontanissima per ritmo, tensione, rumore, intensità. Scrivevo che capisco perfettamente chi cerca a Cipro un po’ della bellezza di Yefet, e che forse la sfida è riuscire a portare qualcosa di quella bellezza dentro le tende di Shem.

Durante queste vacanze mi ha accompagnato anche un libro che, senza che lo avessi programmato, ha finito per diventare quasi il seguito di quel ragionamento: Il sogno del Kuzari di Micah Goodman.

Il Kuzari di Rabbì Yehuda HaLevì è costruito come un dialogo. Un re, turbato da un sogno nel quale gli viene detto che le sue intenzioni sono gradite a Dio ma le sue azioni non lo sono, comincia una ricerca. Interroga un filosofo, un cristiano, un musulmano e infine un sapiente ebreo, il Chaver. Da quel momento il dialogo tra il re e il Chaver occupa quasi tutto il libro.

La lettura più immediata è anche la più comoda: Rabbì Yehuda HaLevì sarebbe il Chaver. Il Chaver sa, il re domanda. Il primo rappresenta il pensiero dell’autore, il secondo gli offre l’occasione per esporlo.

Goodman propone di prendere molto più sul serio la forma letteraria scelta da HaLevì. Il Kuzari non sarebbe un monologo travestito da dialogo. Anche il re porta una parte della voce dell’autore. Rabbì Yehuda HaLevì non coincide semplicemente con il Chaver: il suo pensiero emerge dal confronto fra i due.

È una lettura che cambia parecchio il libro.

Perché il re non è affatto soltanto l’allievo che deve essere convinto. A volte vede qualcosa che il Chaver non vuole vedere. Lo mette in difficoltà, lo costringe a correggersi e, in almeno un punto decisivo, gli fa ammettere:

מָצָאתָ מְקוֹם חֶרְפָּתִי מֶלֶךְ כּוּזָר

«Hai trovato il punto della mia vergogna, re dei Khazari».

Il tema è proprio Eretz Israel.

Il Chaver ha spiegato a lungo la centralità della terra, la sua particolare relazione con la profezia e con la vita ebraica. Il re a un certo punto gli pone però la domanda più ovvia: se tutto questo è vero, perché voi ebrei continuate a pregare rivolti verso Zion e poi rimanete tranquillamente altrove?

Il Chaver non trova una scappatoia.

Ammette che il re ha ragione. Se diciamo המחזיר שכינתו לציון, se chiediamo continuamente il ritorno a Zion, ma questa richiesta non modifica in alcun modo le nostre scelte, rischiamo di pronunciare parole svuotate dalla loro conseguenza.

La cosa straordinaria è che il libro non finisce lì.

Alla fine del Kuzari è il Chaver a decidere di partire per Jerushalaim.

E ancora una volta il re lo mette alla prova. Perché andarci proprio adesso? La Shechinà visibile non c’è più. Ci si può avvicinare a Dio anche altrove. Il viaggio è pericoloso. In Eretz Israel, oltretutto, il Chaver assumerà obblighi che fuori dalla terra non ha.

È una domanda tutt’altro che stupida.

Anzi, dopo qualche settimana a Cipro, forse la capisco ancora meglio.

Perché scegliere il posto più complicato?

Perché lasciare una vita che funziona, magari bella, sicura e tranquilla, per andare verso una terra che aggiunge obblighi, rischi e difficoltà?

Il Chaver parte lo stesso.

Ed è qui che la lettura di Goodman mi è sembrata particolarmente bella. Se Rabbì Yehuda HaLevì fosse semplicemente il Chaver, avremmo davanti un maestro che lungo i cinque maamarim del Kuzari insegna al re che cosa deve pensare.

Se invece HaLevì è anche nel re, succede qualcosa di molto più interessante.

Il dialogo cambia entrambi.

Il re si avvicina alla Torah del Chaver. Ma anche il Chaver deve fare i conti con le domande del re. All’inizio parla di Eretz Israel. Alla fine parte per Eretz Israel.

Forse Rabbì Yehuda HaLevì è precisamente ciò che rimane dopo che quelle due voci si sono parlate abbastanza a lungo.

Questa lettura mi ha fatto tornare anche alle sue poesie.

È curioso accorgersi che Rabbì Yehuda HaLevì non è affatto soltanto l’autore medievale di un grande libro di filosofia ebraica. Continua a entrare nelle nostre Tefillot quasi senza che ce ne rendiamo conto.

Nelle Selichot incontriamo יָשֵׁן אַל תֵּרָדַם, «Tu che dormi, non addormentarti», e יְעִירוּנִי רַעְיוֹנַי, «I miei pensieri mi risvegliano». Nei piyyutim delle feste incontriamo ancora le sue parole. Nel rito italiano, come in molti altri riti ebraici, una parte della sua poesia è sopravvissuta per quasi mille anni nella bocca di persone che magari non hanno mai aperto il Kuzari.

E poi naturalmente c’è il verso che probabilmente più di ogni altro è diventato inseparabile dal suo nome:

לִבִּי בְמִזְרָח וְאָנֹכִי בְּסוֹף מַעֲרָב

«Il mio cuore è a Oriente, mentre io sono all’estremo Occidente».

È facile trasformare una frase così in uno slogan.

Molto meno facile viverla.

Rabbì Yehuda HaLevì conosceva bene il suo Occidente. Viveva nella Spagna ebraica del suo tempo, dentro una civiltà raffinatissima, in un mondo di poesia, filosofia, cultura e bellezza. Non era un uomo che desiderava Eretz Israel perché non conosceva niente di meglio.

Forse è proprio questo a rendere interessante la sua scelta.

Alla fine della sua vita lasciò quel mondo e si mise in viaggio verso Eretz Israel.

Non sappiamo tutto del suo ultimo viaggio, e intorno alla sua morte sono nate anche leggende. Ma per ciò che mi interessa qui basta il movimento: l’uomo che aveva scritto per anni di Zion, a un certo punto decide che le parole devono diventare geografia.

Rileggere tutto questo da Cipro produce un effetto particolare.

Sono circondato esattamente da ciò che nell’editoriale precedente chiamavo la bellezza di Yefet. E continuo a non avere alcuna intenzione di rinnegarla. Mi piace la lentezza di questi giorni. Mi piace il mare. Mi piace una giornata che può passare senza che accada nulla di importante. Capisco gli europei che vengono a cercarla e capisco anche gli israeliani che decidono di fermarsi qui.

La domanda del re dei Khazari rimane quindi molto seria.

Perché andare?

Non penso che la risposta sia che altrove non si possa vivere una vita ebraica vera. Sarebbe difficile sostenerlo dopo duemila anni di storia ebraica, e lo stesso Kuzari non sostiene una cosa così semplice.

Credo che il punto sia un altro.

A un certo momento bisogna chiedersi che rapporto esiste tra ciò che diciamo di desiderare e le scelte che compiamo davvero.

È questo che il re riesce a fare al Chaver. Lo costringe a guardare la distanza tra la sua teologia e la sua vita.

E forse è questo che rende così contemporaneo un dialogo scritto quasi novecento anni fa.

Possiamo amare Eretz Israel e contemporaneamente lamentarci di quanto sia difficile viverci. Possiamo capire perfettamente il fascino di un altro Mediterraneo. Possiamo desiderare più spazio, più bellezza, più tranquillità e una vita quotidiana meno aggressiva.

Non c’è bisogno di mentire su nessuna di queste cose.

Il Chaver stesso non parte perché il re abbia torto. Parte dopo aver ascoltato fino in fondo le sue ragioni.

Ed è forse questo che porto con me tornando da queste vacanze.

Qualche giorno fa mi chiedevo come portare un po’ della bellezza di Yefet nelle tende di Shem. Rabbì Yehuda HaLevì aggiunge un’altra domanda, più scomoda: dopo aver riconosciuto tutta quella bellezza, dove voglio che siano le mie tende?

Non è una domanda che abbia una risposta uguale per tutti.

Ma per me la risposta, nonostante tutto, continua a essere a Oriente.

לִבִּי בְמִזְרָח.