Nel daf di oggi (Chullin 91a) si racconta la lotta tra Yaakov e l’angelo. I Maestri discutono quale fosse il suo aspetto: secondo Rav Shmuel bar Nachmani appariva come un idolatra, mentre secondo Rav Acha, a nome di Raba bar Ulla, come un talmid chacham.

Rashi concilia le due opinioni: l’angelo aveva l’aspetto di un idolatra, ma parlava come uno studioso della Torà. Un’immagine volutamente disorientante.

Questo dettaglio richiama un episodio precedente della vita di Yaakov. Quando si presenta davanti a suo padre Yitzchak per ricevere la benedizione, la sua voce è quella di Yaakov, ma i suoi abiti sono quelli di Esav. Anche allora i messaggi sono contrastanti.

Secondo questa lettura, Yaakov si trova ora a vivere dall’altra parte la stessa esperienza che aveva fatto vivere a suo padre. Solo affrontando quella tensione e confrontandosi con il proprio passato può meritare pienamente la benedizione ricevuta.

Per questo, al termine della lotta, dice all’angelo: «Non ti lascerò andare se prima non mi avrai benedetto». Comprende che quel combattimento non è un ostacolo, ma la conferma definitiva della benedizione di Yitzchak e della propria identità di Israele.

È un insegnamento di grande forza. Solo quando siamo chiamati a lottare per ciò che siamo, possiamo diventare davvero ciò che siamo destinati a essere.