Questa settimana ho fatto avanti e indietro tra due Mediterranei.

Ero appena arrivato a Cipro per qualche giorno di vacanza, in un piccolo villaggio fuori Paphos. Mare, ulivi, strade quasi vuote, ritmi molto lenti. Poi sono ripartito per Roma, ventiquattr’ore, per il funerale di mia nonna Gemma. Il giorno dopo ero di nuovo qui.

Il contrasto era fortissimo. Dal lutto, dalla famiglia, da una giornata carica di memoria e di storia, nuovamente al mare, agli ulivi e a quella sensazione molto cipriota che nulla abbia particolare urgenza.

Mi è venuta in mente la berachà che Noach dà a Yefet:

יַפְתְּ אֱלֹהִים לְיֶפֶת וְיִשְׁכֹּן בְּאָהֳלֵי שֵׁם

«Dio dia ampiezza a Yefet, ed egli dimori nelle tende di Shem» (Bereshit 9,27).

La Ghemarà legge in יַפְתְּ, oltre all’idea dell’ampiezza, anche quella della bellezza:

יַפְיוּתוֹ שֶׁל יֶפֶת יְהֵא בְּאָהֳלֵי שֵׁם

«La bellezza di Yefet sia nelle tende di Shem» (Meghillà 9b).

Da Cipro è difficile non capire di che cosa parlino.

E il collegamento con Yefet non è soltanto suggestivo. Tra i discendenti di Yavan, figlio di Yefet, la Torah nomina i Kittim:

וּבְנֵי יָוָן אֱלִישָׁה וְתַרְשִׁישׁ כִּתִּים וְדֹדָנִים

«I figli di Yavan: Elishà, Tarshish, Kittim e Dodanim» (Bereshit 10,4).

I Kittim sono tradizionalmente identificati con Cipro e il loro nome viene collegato all’antica Kition, nell’area dell’odierna Larnaca. Quindi, mentre scrivo da qui delle tende di Yefet, il riferimento è meno figurato di quanto possa sembrare.

Qui la bellezza non è particolarmente sofisticata. È il mare dietro una curva, un ulivo, una casa bianca, una taverna, un pomeriggio nel quale non succede niente. È soprattutto una certa ampiezza, dello spazio e del tempo.

Anche la pubblicità immobiliare sembra averlo capito. È ovunque: appartamenti sul mare, ville, relocation, residenza fiscale, una nuova vita al sole. Naturalmente c’è la fiscalità, ci sono i prezzi e ci sono ragioni economiche molto concrete per trasferirsi a Cipro.

Ma penso che ci sia dell’altro.

Una parte dell’Europa sta cercando Yefet. Persone che lasciano città fredde, care e congestionate alla ricerca di sole, mare, spazio e di una vita che proceda un po’ più lentamente.

E non sono soltanto europei.

Ci sono molti israeliani che negli ultimi anni si sono trasferiti qui, o che stanno pensando di farlo. Credo che vadano capiti.

È troppo facile guardare da Israele chi si trasferisce a Cipro e spiegare tutto con le tasse o con il prezzo degli appartamenti. Chi vive in Israele sa quanto questo Paese possa essere straordinario e, contemporaneamente, quanto possa essere faticoso.

Tutto avviene a volume alto: il traffico, i prezzi, la politica, le discussioni. Negli ultimi anni naturalmente anche la guerra, la miluim, l’esercito che entra continuamente nella vita delle famiglie. La storia non è qualcosa che si studia: spesso telefona direttamente a casa.

A Cipro basta meno di un’ora di volo per trovarsi in un posto che sembra aver deciso di non partecipare al turbine.

Ed è piacevole. Sarebbe piuttosto ipocrita negarlo mentre scrivo guardando gli ulivi.

Capisco benissimo chi arriva qui e pensa: vorrei vivere così. Vorrei avere più tempo, una casa più grande, il mare vicino, meno aggressività quotidiana, meno bisogno di combattere per qualsiasi cosa. Magari una sera nella quale le notizie non siano la cosa più importante che sta succedendo.

Non credo che ci sia nulla di poco ebraico in questo desiderio.

Noach benedice Yefet. I Chachamim parlano esplicitamente della יפיותו של יפת, della bellezza di Yefet.

Forse abbiamo talvolta sviluppato una strana idea secondo la quale una vita ebraica autentica debba necessariamente essere scomoda, come se il sacrificio fosse una prova di verità e la qualità della vita nascondesse sempre qualche cedimento.

Non è ciò che dice il versetto.

Il versetto però non finisce con la bellezza di Yefet:

וְיִשְׁכֹּן בְּאָהֳלֵי שֵׁם

«E dimori nelle tende di Shem».

La formulazione dei Chachamim è ancora più esplicita. Non dicono che bisogna scegliere tra la bellezza di Yefet e le tende di Shem. Dicono:

יַפְיוּתוֹ שֶׁל יֶפֶת יְהֵא בְּאָהֳלֵי שֵׁם

La bellezza di Yefet sia dentro le tende di Shem.

Ed è questa forse la domanda interessante.

Perché dobbiamo così spesso uscire dalle tende di Shem per cercare Yefet? Perché un israeliano deve prendere un aereo per trovare spazio, silenzio, gentilezza, una strada meno aggressiva o semplicemente una giornata più lenta?

Una parte della risposta è ovvia. Israele non sarà mai Cipro. È un Paese piccolo, densamente popolato, con problemi di sicurezza enormi e una storia che non concede facilmente periodi sabbatici.

E in fondo non vorrei neppure che diventasse Cipro.

C’è qualcosa nel turbine di Eretz Israel che non cambierei con nessuna vista sul Mediterraneo. Vivere lì significa anche vivere dentro un progetto, una lingua, una storia e una responsabilità collettiva che difficilmente si possono riprodurre altrove.

Ma questo non significa che dobbiamo rassegnarci all’idea che tutto ciò che appartiene a Shem debba essere necessariamente più brutto, più nervoso o più faticoso.

Forse la sfida è esattamente quella indicata dalla Ghemarà: portare Yefet dentro le tende di Shem.

Più bellezza, più spazio, più attenzione a come costruiamo le nostre città e le nostre case. Un po’ meno aggressività. La possibilità di rallentare senza sentirsi colpevoli di non stare risolvendo un problema nazionale.

E magari anche la capacità di accettare che chi cerca queste cose altrove non stia necessariamente fuggendo da qualcosa. A volte sta semplicemente cercando una forma di bellezza e di respiro che noi non siamo riusciti a offrirgli.

Sono tornato da Roma e, poche ore dopo, ero nuovamente davanti al mare. Il contrasto mi è sembrato inizialmente quasi indecente. Poi ho pensato che forse non c’è niente di sbagliato.

Mi piace questo silenzio. Mi piace questa lentezza. Mi piace Yefet.

La domanda non è come convincerci che non ne abbiamo bisogno.

La domanda è come fare perché, per trovarlo, non sia sempre necessario uscire dalle tende di Shem.

יַפְיוּתוֹ שֶׁל יֶפֶת יְהֵא בְּאָהֳלֵי שֵׁם

«La bellezza di Yefet sia nelle tende di Shem».