C'è una frase che mi torna spesso in mente. Soprattutto negli ultimi anni, nei quali sembra essere diventato praticamente impossibile non avere un’opinione su qualcosa.

H. L. Mencken scrisse che per ogni problema complesso esiste una soluzione chiara, semplice e sbagliata.

Succede un fatto, magari dall’altra parte del mondo, e nel giro di qualche ora tutti sappiamo esattamente cosa è successo, perché è successo, chi ha ragione e cosa bisognerebbe fare. Il fatto che fino a quella mattina non sapessimo praticamente nulla dell’argomento sembra essere un dettaglio. Non è solo colpa dei social. Certamente aiutano. Una posizione netta funziona meglio di un ragionamento complesso, e «non lo so» difficilmente diventa virale. Ma credo che ci sia qualcosa di più profondo. Abbiamo cominciato a considerare il non avere un’opinione quasi come un difetto.

Eppure il Talmud dice una cosa molto semplice:

למד לשונך לומר איני יודע שמא תתבדה ותאחז
«Abitua la tua lingua a dire: “Non lo so”, perché potresti essere smentito e restare preso nelle tue parole» (Berachot 4a).

Mi colpisce soprattutto il verbo: למד, impara, abitua. Dire «non lo so» non viene spontaneo. Va imparato. Del resto basta aprire una pagina di Ghemarà per rendersi conto di quanto questo atteggiamento sia parte integrante del modo ebraico di studiare.

Una questione apparentemente semplice viene posta. Arriva una risposta. La risposta sembra funzionare, finché qualcuno porta una fonte che la contraddice. Si prova allora a distinguere tra due casi. La distinzione crea un altro problema. Arriva una Baraità. Poi un’altra obiezione. E non è affatto detto che alla fine ci sia una risposta. Qualche volta la Ghemarà conclude semplicemente:

תיקו.
La questione rimane aperta.

Non succede perché ai Maestri sia mancato il tempo di pensarci. Hanno semplicemente portato il ragionamento fino al punto al quale potevano portarlo. Oltre, non sanno.

Anche Moshè, del resto, non sa sempre. Quando le figlie di Zelofchad gli presentano il loro caso — il padre è morto senza figli maschi e loro chiedono di poter ereditare — la Torà non racconta di un Moshè che sente il dovere di dare immediatamente una risposta.

Dice:

וַיַּקְרֵב מֹשֶׁה אֶת מִשְׁפָּטָן לִפְנֵי ה׳
«Mosè portò la loro causa davanti al Signore» (Bemidbar 27,5).

Non sa, e chiede.

Non mi pare un dettaglio secondario. Stiamo parlando di Moshè nosro maestro. Se c’è qualcuno dal quale sarebbe ragionevole aspettarsi una risposta sulla Torà, è lui. Eppure il fatto di non averla non gli impone di inventarne una.

C'è un episodio talmudico che porta questa idea ancora più lontano.

Shimon HaAmsonì aveva dedicato anni a un particolare metodo di interpretazione della Torà. Ogni volta che incontrava la particella את, apparentemente superflua, riteneva che venisse a includere qualcosa che il testo non aveva nominato esplicitamente.

Procedette così interpretando uno dopo l'altro gli את della Torà, finché arrivò al versetto:
אֶת ה׳ אֱלֹהֶיךָ תִּירָא
«Temerai il Signore tuo Dio».

E lì si fermò.

Perché se את serve ad aggiungere qualcosa, che cosa si può aggiungere al Signore? Chi altro potrebbe essere incluso nel timore che dobbiamo a Dio? Shimon HaAmsonì preferì allora mettere in discussione l'intero metodo che aveva seguito fino a quel momento. I suoi studenti gli fecero la domanda inevitabile: che ne sarà di tutti gli את che hai interpretato fino ad oggi?

La sua risposta è una delle frasi più belle del Talmud:

כשם שקבלתי שכר על הדרישה כך אני מקבל שכר על הפרישה
«Come ho ricevuto ricompensa per l'interpretazione, così riceverò ricompensa per avervi rinunciato» (Pesachim 22b).

Successivamente arrivò Rabbì Akivà e trovò una soluzione anche per quell'את: viene a includere i talmidè chakhamim, i Maestri della Torà, ai quali è dovuto rispetto.

Ma quasi duemila anni dopo, ciò che mi impressiona non è soltanto la soluzione di Rabbì Akivà. È la disponibilità di Shimon HaAmsonì a fermarsi.

Aveva investito anni in un'idea. Aveva costruito su di essa interpretazioni e insegnamenti. Quando arrivò al punto in cui non riusciva più a sostenerla, non cercò una soluzione di comodo per salvare ciò che aveva fatto fino a quel momento.

Rinunciò.

Forse esiste qualcosa di ancora più difficile del dire «non lo so». È dire: pensavo di sapere, ma forse mi sbagliavo.

C’è un’altra cosa che mi ha sempre affascinato nello studio della Mishnà e della Ghemarà. Noi continuiamo a studiare anche le opinioni "che hanno perso". Sappiamo che la Halachà è come Bet Hillel, e continuiamo a studiare Bet Shammai. Una Mishnà può riportare un’opinione, quella dei Chachamim, quella di Rabbì Meir, quella di Rabbì Yehudà, e alla fine la Halachà seguirne soltanto una. Ma le altre non vengono cancellate.

A pensarci è piuttosto strano. Se lo scopo fosse semplicemente sapere cosa fare, basterebbe stampare la conclusione. Invece studiamo anche le strade che non abbiamo preso e quando per ovvi motivi di praticità i Rishonim - a cominciare dal Rambam - hanno iniziato a codificare la conclusione saltando il dibattito, sono stati accusati di "lesa Maestà".

Forse perché arrivare alla verità è più complicato che trovare la risposta giusta. Chi studia Daf Yomi lo sperimenta continuamente. Ci sono mattine nelle quali apro la Ghemarà pensando di avere davanti una questione abbastanza semplice e quaranta minuti dopo ho capito che esistono quattro modi diversi di leggerla.

Non sempre è una sensazione rassicurante. Ma è studio. E forse è proprio questo che stona così tanto con il mondo nel quale viviamo.

Oggi la risposta costa pochissimo. Basta un motore di ricerca. Adesso basta anche fare una domanda a un’intelligenza artificiale. In pochi secondi abbiamo una spiegazione ordinata, plausibile, spesso anche molto ben scritta.

Mencken probabilmente si sarebbe divertito da morire.

Il problema è che una risposta non è necessariamente conoscenza. E soprattutto la disponibilità immediata di una risposta non ci rende necessariamente più capaci di capire quanto sia complessa la domanda.

Naturalmente non possiamo vivere di tequ.

Bisogna decidere. La stessa Halachà, alla fine, decide. Bisogna votare, investire, educare i figli, scegliere un medico, prendere posizione. Il dubbio non può diventare una scusa per non fare nulla.

Ma tra il non decidere mai e avere una risposta pronta su tutto c’è uno spazio enorme. È lo spazio dello studio. Forse dovremmo ricominciare a difenderlo.

Abbiamo giustamente rivendicato il diritto di avere un’opinione. Forse dovremmo rivendicare anche quello di non averne una. O almeno di non averla ancora.

E imparare di nuovo una frase che il Talmud considerava abbastanza importante da insegnarci ad allenare la lingua a pronunciarla:

איני יודע.
Non lo so.