Viviamo in un tempo nel quale siamo abituati a trovare quasi tutto già pronto. Se voglio vedere un film apro Netflix; se voglio mangiare ordino; se voglio ascoltare una lezione clicco. Tra il desiderio e il risultato c’è sempre meno preparazione visibile e, soprattutto, vediamo sempre meno il lavoro che sta dietro a ciò che consumiamo.

È inevitabile che questo modo di vivere entri anche nelle nostre comunità.

Ci avviciniamo ai Yamim Noraim e cominciano le domande: che cosa avete organizzato? A che ora suona lo shofar? Chi fa la Tefillà? Ci sarà qualcosa per i bambini? C'è il kiddush?

Sono domande perfettamente legittime. Il punto è che dietro ciascuna delle risposte c’è quasi sempre qualcuno che ha lavorato.

La derashà qualcuno l’ha preparata. La Parashà qualcuno l’ha studiata. Qualcuno ha cercato un chazan, qualcuno ha preparato una sala, qualcuno ha controllato che ci fossero abbastanza machzorim. Qualcuno ha pensato alle persone sole e ha fatto degli inviti. Qualcuno ha raccolto soldi per chi ne aveva bisogno. Qualcuno ha telefonato a una persona che non si vedeva da qualche tempo. Qualcuno arriverà prima di noi e qualcun altro rimarrà quando saremo già andati via.

Molto di questo lavoro, quando è fatto bene, non si vede affatto. Anzi, spesso il segno che è stato fatto bene è proprio che tutto sembra essere accaduto da solo.

Il Pirquè Avot insegna:

אַל תִּפְרוֹשׁ מִן הַצִּבּוּר

«Non separarti dalla comunità» (Avot 2,4).

Ci si può separare dal tzibbur anche continuando a frequentarlo. Succede quando la comunità diventa sempre «loro»: loro organizzano, loro decidono, loro devono trovare una soluzione; noi arriviamo e valutiamo il risultato.

La quota associativa non è il prezzo di un servizio religioso e una donazione non compra un pacchetto di Tefillot, lezioni, posti e attività. Una kehillà esiste perché abbastanza persone considerano almeno una parte dei suoi problemi anche problemi propri.

Nella Diaspora c’è un esempio particolarmente evidente: la sicurezza. In molte comunità una parte importante della sicurezza delle sinagoghe continua a basarsi anche su volontari. Sono persone che arrivano prima, rimangono fuori mentre gli altri pregano, controllano un ingresso o fanno un turno durante una Tefillà alla quale avrebbero voluto partecipare.

È facilissimo abituarsi a questa presenza. Entriamo, vediamo qualcuno alla porta e andiamo verso il nostro posto. Ma quella persona non è un elemento del funzionamento automatico della sinagoga. È un altro membro della comunità che, perché noi possiamo pregare con maggiore tranquillità, sta rinunciando in quel momento almeno a una parte della propria Tefillà.

Naturalmente non tutti possono fare sicurezza, non tutti possono leggere la Torah o guidare una Tefillà. Ma la partecipazione non comincia necessariamente dall’assumere un grande incarico. Comincia anche dall’accorgersi di chi sta facendo qualcosa e dal non considerarlo scontato. La riconoscenza è una parte della vita comunitaria molto più importante di quanto sembri.

Poi viene la domanda successiva: posso fare qualcosa anch’io?

Se gli incarichi ricadono sempre sulle stesse persone, prima o poi nasce una divisione poco sana tra chi vive la comunità come qualcosa da far funzionare e chi la vive soltanto come qualcosa che deve funzionare.

Esiste però anche il problema opposto. Chi ha lavorato per anni in una comunità può comprensibilmente sviluppare un senso di appartenenza molto forte a un incarico: questa cosa l’ho sempre fatta io, questo è il mio posto, questo è il modo in cui si fa.

Proprio nelle feste questi equilibri tendono a saltare. Arrivano più persone, servono più mani, compaiono volontari nuovi, cambiano le esigenze e qualcuno farà inevitabilmente una cosa in modo diverso da come è stata fatta durante tutto l’anno. Anche questo richiede generosità: non soltanto quella di chi deve farsi avanti, ma quella di chi deve saper lasciare entrare altri.

Una comunità non è fatta di clienti, ma neppure di proprietari. Chi riceve deve ricordarsi che ciò che trova pronto è stato preparato da qualcuno; chi serve la comunità deve ricordarsi che il servizio non gli attribuisce il possesso di ciò che ha costruito.

Forse non è casuale che proprio nei giorni più solenni dell’anno la confessione sia al plurale:

אָשַׁמְנוּ, בָּגַדְנוּ, גָּזַלְנוּ

«Abbiamo peccato, abbiamo tradito, abbiamo rubato».

Non diciamo «hanno peccato» e non diciamo neppure soltanto «ho peccato». Entriamo nei Yamim Noraim come tzibbur.

Nelle prossime settimane entreremo nelle nostre sinagoghe e, speriamo, troveremo molte cose già pronte. Vale la pena ricordare che quasi nulla di tutto questo si prepara da solo. E forse, accanto a «che cosa avete organizzato?» e «a che ora suona lo shofar?», possiamo aggiungere ogni tanto una domanda altrettanto semplice:

«C’è qualcosa che posso fare?»

E, soprattutto, imparare a dire grazie a chi lo sta già facendo.