Ieri sera abbiamo avuto ospiti a cena.

Sono arrivati dalla Francia il cugino di mia moglie, sua moglie e i loro cinque figli. Uno di loro è affetto dalla sindrome di Down. Erano a Gerusalemme per qualche giorno di vacanza, ma, osservandoli, ho avuto l'impressione che non fossero semplicemente in vacanza. Sembravano in decompressione.

La figlia maggiore, che frequenta il liceo, ci ha raccontato di un clima diventato ormai irrespirabile nella sua scuola. L'altra, alle medie, ha raccontato un episodio che mi è rimasto impresso nella sua semplicità: una compagna le ha detto che non poteva invitarla a una festa perché era ebrea.

Nessun gesto clamoroso. Nessuna aggressione. Solo quella lenta normalizzazione dell'esclusione che negli ultimi mesi è diventata familiare a troppi ebrei europei.

Dopo due giorni trascorsi a Gerusalemme sembravano respirare di nuovo. Li vedevi camminare per strada cantando in ebraico a squarciagola, ballare, ridere. Non era l'entusiasmo di chi è semplicemente in vacanza. Era qualcosa di più profondo. Sembravano aver ritrovato la leggerezza di poter essere se stessi, senza doversi chiedere continuamente come sarebbero stati guardati.

Non so se faranno mai la Aliyah. Mi hanno detto che ci pensano sempre più spesso, ma hanno oggettive difficoltà familiari e professionali. Non è una decisione semplice e non spetta a me suggerirla.

Quella conversazione, però, mi ha lasciato una domanda che va oltre la loro storia.

a group of people holding flags
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Siamo nel pieno di un'ondata di antisemitismo che sembra non conoscere soste. Ogni settimana un nuovo episodio. Ogni settimana nuove dichiarazioni, nuove manifestazioni, nuovi appelli. L'indignazione è doverosa. Contrastare l'antisemitismo è un dovere morale e civile. Nessuno mette in discussione tutto questo.

Eppure continuo a chiedermi se non ci sia un'altra domanda che dovremmo avere il coraggio di porci.

Le risorse di una persona, di una comunità e perfino di un popolo non sono infinite.

Tempo, energie, attenzione, leadership: tutto ciò che investiamo in una direzione lo sottraiamo inevitabilmente a un'altra.

E allora mi domando: quanta parte della nostra vita ebraica viene ormai assorbita dal tentativo di svuotare con un cucchiaino l'oceano dell'antisemitismo?

La tradizione ebraica offre, quasi di sfuggita, un'immagine sorprendente.

Il Talmud osserva che Golia usciva a provocare Israele dalla mattina alla sera. Non sceglieva quegli orari a caso. Lo faceva, spiegano i Maestri, per impedire agli ebrei di recitare lo Shemà del mattino e quello della sera.

È un'osservazione che va ben oltre il campo di battaglia.

Golia non voleva soltanto intimorire Israele. Voleva occupare la sua agenda. Voleva costringerlo a vivere in funzione delle sue provocazioni. Voleva interrompere il ritmo normale della sua vita spirituale.

In altre parole, voleva impedirgli di essere se stesso.

Forse è una chiave di lettura anche per il nostro tempo.

L'antisemitismo ottiene una vittoria non solo quando un ebreo viene insultato o discriminato. La ottiene anche quando riesce a monopolizzare tutta la nostra attenzione, quando ogni nostra energia è spesa per reagire, denunciare, spiegare, convincere.

Sono battaglie necessarie. Ma diventano un problema se finiscono per essere l'unica cosa che facciamo.

Perché mentre discutiamo incessantemente degli antisemiti, rischiamo di avere sempre meno tempo per discutere di Torah, di educazione, di comunità, di famiglie, di Israele, di come costruire una vita ebraica più ricca e più forte.

Forse la risposta più profonda all'antisemitismo non consiste soltanto nel denunciarlo.

Consiste nel rifiutare che siano gli antisemiti a dettare le priorità della nostra vita.

Ripensando ai nostri ospiti, mi torna in mente soprattutto quell'immagine: una famiglia che, dopo appena quarantotto ore a Gerusalemme, cantava e ballava per strada con una naturalezza quasi dimenticata. Non stavano facendo nulla di straordinario. Stavano semplicemente vivendo da ebrei.

Forse arriva un momento nella storia personale di ciascuno in cui ci si accorge che poter essere semplicemente se stessi non ha prezzo.

E che nessuna società dovrebbe costringere qualcuno a considerarlo un privilegio.