I suoni dello shofar sono, come è noto, di tre tipi: teqi'à, il suono «piano»; shevarim, il suono interrotto in tre parti; e teru'à, il suono interrotto in nove piccole frazioni.

Questi suoni si succedono in sequenze ben precise e ordinate, che vengono riassunte in formule mnemoniche semplici da ricordare.

Ogni toqea', suonatore esperto, le conosce benissimo. Malgrado questo, la tradizione prescrive che accanto al suonatore vi sia qualcuno che suggerisca il nome del suono ogni volta, prima di emetterlo.

Su come questo avvenga vi sono vari usi. C’è chi lo fa sottovoce, c’è chi lo fa ad alta voce; in alcune sinagoghe si sente il suggeritore dire teqi'à, e poi parte il suono, shevarim e quindi il suono, e così via.

Il motivo per cui ci debba essere un suggeritore sembra essere, a prima vista, quello di aiutare il suonatore, che potrebbe fare degli errori per l’emozione e la tensione.

A proposito di questo uso, si segnala una discussione su una questione di dettaglio, che potrebbe stupire chi non è addetto ai lavori.

La questione riguarda il suggerimento del primo suono.

Perché il suonatore recita prima di suonare la benedizione «che ci hai comandato di ascoltare la voce dello shofar», poi Shehecheyanu, il primo giorno, e poi dovrebbe partire subito con il suono; se si sente invece la voce del suggeritore che gli dice teqi'à, non si ascolta lo shofar ma una voce umana.

In altri termini, è o non è un’interruzione?

La risposta univoca non c’è e molti non la considerano un’interruzione.

Ma per capire meglio cosa si nasconde dietro a questa discussione si può citare un caso, per alcuni aspetti analogo, che si verifica proprio nella stessa mattina in cui si suona lo shofar: è la benedizione sacerdotale.

Anche il kohen riceve un suggerimento, parola per parola, della formula che deve recitare. Il chazan che gliela suggerisce, in questo caso, la dice a voce alta e subito dopo il kohen ripete la parola.

Anche in questo caso la spiegazione razionale di questo uso è la necessità di aiutare il kohen, che, anche se molto esperto, potrebbe per qualche motivo confondersi, tanto più perché sta recitando una formula a memoria.

I Maestri hanno voluto però trovare un preciso riferimento scritto a questo comportamento.

«Così benedirete i figli di Israele, dite loro (emor lahem).» (Bemidbar 6:23)

«Dite loro» appare come un’espressione ridondante, inutile, ma i Maestri spiegano che serve a prescrivere che dobbiamo «noi», i non sacerdoti, dire «loro», ai kohanim, le parole della benedizione.

Ora, come esiste un’analogia tra il suggerimento dello shofar e quello della benedizione, così esiste un’analogia per la questione della prima parola o del primo suono, se possano o debbano essere suggeriti.

Yevarekhekha deve essere suggerita oppure il kohen la dice subito, appena si volta verso il pubblico?

Le due risposte sono entrambe legittime e ogni luogo si comporta secondo la propria tradizione (nelle sinagoghe romane il kohen dice Yevarekhekha senza suggerimento).

Questa serie di analogie solleva un problema più generale: che cosa possono avere in comune shofar e benedizione?

Prima di qualsiasi risposta intellettuale bisogna notare che questa analogia il pubblico la conosce benissimo.

Perché, più di ogni altra cosa, ciò che lo attira e gli interessa di tutta la tefillà è lo shofar e la berakhà.

La gente non chiede a che ora c’è Musaf o quando si legge il Sefer Torah; chiede a che ora suona lo shofar e a che ora c’è la berakhà. E finita la berakhà comincia a svuotare il Tempio.

Evidentemente questo significa che le due cose sono speciali, perché parlano direttamente alla mente e al cuore, senza mediazione; sono l’aspetto di una religiosità immediata, un legame del tutto particolare tra l’Alto e la comunità.

Lo shofar è un suono che si irradia dal toqea' verso il pubblico, ma che sale anche verso l’Alto, perché deve suscitare il ricordo nei nostri confronti.

La berakhà si irradia verso il pubblico ma richiede la voce di una persona speciale, erede di una tradizione sacra, che deve seguire una formula che non può cambiare.

Ma allora che ci sta a fare il suggeritore?

Non è solo la persona che impedisce errori e disattenzioni.

È l’inviato e il rappresentante del pubblico.

È la persona che sta a indicare che, nel momento dell’effusione di sacro dall’Alto verso il basso e dal basso verso l’Alto, il pubblico non deve essere un recettore passivo, ma deve interloquire, chiedere ed avere risposta.

Benedizione e ricordo non si suscitano se il pubblico, coralmente, non li invoca.


Derashà pronunciata da Rav Riccardo Di Segni, Rabbino Capo di Roma, nel secondo giorno di Rosh HaShanà 5774.