«E ti disperderà il Signore fra tutte le genti, da un estremo all'altro della terra... e in mezzo a quelle genti non avrai requie, e non avrà riposo la pianta del tuo piede e là il Signore ti darà cuore tremante, struggimento d'occhi e languore d'anima ecc...» (Deut. XXIX, 24 e segg.).
La Parashà di questa settimana è una Parashà tremenda.
Essa contiene una dettagliatissima descrizione delle tragedie e delle sciagure che si verificheranno sul popolo d'Israele se questi trasgredirà il suo mandato.
Tragedie che si sono puntualmente verificate.
È un'anticipazione terrificante della storia del popolo ebraico e delle sue tribolazioni.
Mio zio Rav Reuven Riccardo Pacifici zz"l, pochi mesi prima che si abbattesse anche su di lui la più terribile di queste sciagure, commentava:
«Due vie sono innanzi ad Israele, due vie sono a lui chiaramente tracciate: la via del bene e del male, della benedizione e della maledizione, della vita e della morte. Israele è libero di scegliere, ma sappia fin da ora che cosa l'attende nel futuro. Ciò che egli ha impegnato in questo patto non è cosa che si riferisce alla vita di ogni giorno, è cosa che trascende il mondo e investe l'avvenire dell'umanità. Israele ha impegnato sé stesso per essere popolo sacerdote, popolo profeta per le genti: "E il Signore t'ha fatto oggi dichiarare che gli sarai un popolo possesso speciale" (Deut. XXVI, 18). Israele ha impegnato se stesso per essere - ad ogni costo - paladino del verbo di Dio in mezzo ai popoli. Se egli verrà meno a questo suo compito, la sua esistenza terrena quasi non ha più valore, perché viene a mancare il motivo per la vita di questo popolo e quindi le più gravi sciagure si abbatteranno su questo popolo ribelle, recalcitrante ad adempiere la volontà del Signore. Queste sciagure, qui contenute in forma di profezia, comprendono il popolo e la terra, come i due elementi per la realizzazione dell'Idea Divina: queste sciagure si abbatteranno sulla gente ebraica a gradi, ma con un inesorabile crescendo, finché il popolo sarà colpito dalla suprema punizione: l'esilio, l'allontanamento dalla terra di D-o.»
Con una lucidità straordinaria nel pieno della persecuzione nazi-fascista Rav Pacifici ci ricorda che siamo liberi di scegliere ma questa scelta non è priva di ripercussioni.
La lucidità non intorpidisce certo i sentimenti.
«Viene da piangere, cari fratelli, a rileggere queste parole, viene da piangere quando si pensa alla realtà della vita di Israele e che è in così impressionante coincidenza con la parola biblica. Quasi una superiore prova di questa divina verità della Torà, che resta incisa, oltre che sulle pagine, sui cuori e sulle carni doloranti del popolo. Viene da piangere, dicevo, e da meditare e forse perciò la Torà ha voluto preannunciare tutto quello che poi si sarebbe avverato, perché, dalla più dura verità della vita e dal pianto di essa, Israele potesse risorgere all'altra verità più alta e sublime, a quella nuova vita che ogni giorno, ogni ora egli può instaurare nel mondo.»
Rav Pacifici introduce qui un concetto straordinario.
L'antitesi della tragedia e della persecuzione non è tanto un'epoca di felicità e letizia quanto piuttosto il contenuto di ogni momento in cui siamo fedeli al nostro mandato.
Ogni giorno, ogni ora, noi possiamo essere noi stessi e questo è il motivo per il quale la Torà ci preannuncia tutto il male che subiremo, per insegnarci l'importanza del momento.
E se a Rav Pacifici viene da piangere, a noi vengono i brividi a pensare al modo esemplare nel quale lui e gli altri eroi del popolo ebraico hanno saputo affrontare i momenti più bui della Shoà.
Questa attenzione al momento è nel pieno solco della tradizione rabbinica.
«Ciò che è storto e non può essere raddrizzato» ossia la cosa insanabile per definizione è colui che non ha recitato lo Shemà della sera o della mattina» dicono i Saggi nel trattato di Chagghigà (9b) (passato l'orario non si può più recuperare...).
E si chiede il Siftè Chajm come sia possibile!
Se non ha detto una volta lo Shemà... vuol dire che proclamerà Iddio re la prossima mattina o la prossima sera?!
No.
Ogni recitazione, ogni istante della nostra vita rappresenta un dono unico ed irripetibile.
Rabbi Menachem Mendel di Kozk così leggeva il divieto di rubare.
Non rubare a te stesso.
Non ti privare delle tue potenzialità, non rinunciare.
Non perdere un'occasione per essere te stesso e servire Iddio.
Ogni istante perso è un furto a se stessi e dunque a D-o.
Ed allora capiamo che se non ho recitato lo Shemà mi sono contestualmente inflitto la peggiore delle punizioni: il non aver proclamato la regalità di D-o.
Forse in questo modo dobbiamo leggere il verso:
«La mattina dirai: "Fosse sera!" e la sera dirai: "Fosse mattina!"» (Deuteronomio XXVIII, 67).
Rashì dice che il verso si riferisce sempre alla sera o alla mattina precedente.
La maledizione e la punizione espressa in questo verso potrebbero allora riferirsi proprio al concetto della charatà, il rincrescimento.
I Maestri del Mussar insistono sul fatto che è proprio il rincrescimento ciò che figurativamente viene chiamato il fuoco del gheinom.
Il rincrescimento brucia dentro le nostre anime quando abbiamo fatto qualcosa che ci rende tristi, che non avremmo voluto fare e d'altra parte ci rendiamo conto che il danno è fatto.
Dicendo «Fosse (ieri) sera!» non sto solo lamentando il fatto che va peggio di prima, quanto soprattutto che vorrei fosse ieri sera per dire quello Shemà che non ho detto.
La charatà è un sentimento doloroso: è una pena.
Proprio per questo è ciò che permette di porre fine alla discesa perché se comincio a ragionare in termini che ogni occasione persa è fonte di rincrescimento allora ci sono buone possibilità che da ora in avanti io non rinunci più a nessuna occasione di bene.
E questa occasione da sfruttare non è solo personale, ma può e deve essere anche rivolta verso il prossimo.
«Maledetto colui che non manterrà (costruisce) le parole di questa Torà per farle, e tutto il popolo risponderà: "Amen!"». (Deuteronomio XXVII, 26).
«Qui ha aggiunto tutta la Torà intera, ed essi la hanno accettata con impegno e con giuramento.» (Rashì in loco).
Chiede lo Jerushalmi a proposito di colui che non costruisce-mantiene la Torà:
«C'è forse una Torà che è caduta? Rabbi Shimon ben Jakim dice: "Questo è il Chazan", Rabbi Shimon ben Chalaftà dice "Questo è il Tribunale terrestre".... Ha detto Rabbi Assi a nome di Rabbi Tanchum figlio di Chjà: "Ha studiato ed ha insegnato, ha osservato ed ha fatto ed avrebbe potuto rafforzare gli altri e non ha rafforzato: ciò rientra in questa maledizione...."»
Rabbi Shimon ben Jakim si riferisce al Chazan che non mostra chiaramente il Sefer al pubblico in modo che possa vedere la scrittura.
Gli altri si riferiscono comunque ai rapporti tra l'uomo ed il prossimo.
Anzi tra colui che può aiutare e non aiuta.
Quello che questi tre momenti hanno è anche la loro marginalità.
La hagbaà, il momento nel quale si mostra il Sefer, è veramente un attimo.
Il tribunale lo si incontra per un breve momento ed anche il rafforzare il prossimo sembra una piccola parentesi tra il «Ha studiato ed ha insegnato, ha osservato ed ha fatto».
Eppure è proprio questo il punto: a volte è un piccolo momento di teshuvà, una piccola buona azione, un sorriso, una buona parola che cambiano tutto.
La Parashà di questa settimana nella sua drammaticità ci insegna che noi non capiamo tutto.
Non possiamo capire tutto.
Ci insegna che il male c'è e si manifesta, che è il risultato del nostro comportamento anche se noi non capiamo il perché e le modalità.
Ma soprattutto ci insegna che noi abbiamo la capacità di redimere ogni momento riempendolo del contenuto eterno della Torà e del popolo ebraico.