A Rosh HaShanà, in genere, si fa il consuntivo dell'anno appena trascorso. Una delle caratteristiche di quest'anno (5770) è stato il dibattito che ha animato la comunità ebraica italiana riguardo al ruolo dei rabbini, con accese discussioni sui rabbini e fra i rabbini stessi.

Ricordiamone qualcuna: la visita del Papa alla Sinagoga di Roma, con rabbini che hanno partecipato e altri che si sono astenuti dal farlo; la vicenda delle ciambellette nella Comunità di Roma, che è finita addirittura sulle pagine della stampa nazionale; la revoca del Rabbino Capo di Torino; lo stato della kashrut a Roma. La lista non è affatto esaustiva.

Qualcuno si stupisce delle discussioni fra i rabbini.

In realtà, non si capisce perché le divergenze di opinioni fra il presidente (a livello locale o nazionale) e il capo dell'opposizione siano viste come normali e, anzi, ci si meraviglierebbe se non fosse così, mentre quando i rabbini discutono fra di loro ciò è visto come qualcosa di inusuale.

Invece, è proprio vero il contrario: fra i rabbini ci sono sempre state diverse opinioni.

Senza risalire troppo indietro nel passato, limitiamoci all'Ottocento.

In quel secolo, solo due rabbini italiani sono tuttora conosciuti a livello internazionale: Shadal (Shemuel David Luzzatto; Trieste 1800 – Padova 1865) ed Elia Benamozegh (Livorno 1823–1900).

Su di loro si organizzano convegni, si scrivono articoli e libri, si fanno tesi di laurea. I loro lavori sono pubblicati o ripubblicati e tradotti in diverse lingue.

Ebbene, questi due grandi rabbini se ne dicevano di tutti i colori.

Uno dei maggiori punti di discussione fra Shadal e Benamozegh era il valore da attribuire alla Kabbalà.

Benamozegh ne era un appassionato sostenitore; Shadal, d'altro canto, vedeva in essa soltanto «vaneggiamenti metafisici [...] e i nostri Maestri ne conobbero la futilità e le ree conseguenze».

Connessa con la polemica sulla Kabbalà era quella sul valore da attribuire al cristianesimo e ai rapporti interreligiosi.

Shadal scriveva a Benamozegh, l'8 settembre 1863:

«... i nuovi Cabbalisti, novelli gesucristi, tendono ad abbattere la Sinagoga...»

In una lettera del mese precedente, Shadal gli scriveva ancora:

«Recentemente ho veduto il Suo opuscolo sui Missionarii, e v'osservai una pagina, scagliata contro di me senz'alcun bisogno, e con insinuazioni calunniose, quasi io mi fossi un ipocrita. Qui io avrei dovuto rispondere. Ma Dio mi fe' forte, e dissi, e scrissi in lettera confidenziale: "Penso lasciarlo ragliare"...»

E proseguiva:

«Ella non fu mai un miccio agli occhi miei, ma usato ho il verbo ragliare per similitudine... Perocché i ragli asinini sono sempre sinceri... Al contrario le parole da Lei pubblicate contro di me esprimono falsità e calunnie...»

Rav Benamozegh rispose immediatamente, il 12 settembre 1863, con una lunga lettera, nella quale usava toni meno pungenti.

Riguardo all'asino replicava:

«Io credo che possiamo ancora intenderci, che ci possiamo far delle reciproche concessioni... e mi parrà di sentire in lontananza un raglio diverso... il raglio del miccio di Mélech ha-Mashiach.»

Sulla Kabbalà ricordava invece a Shadal l'autorità di Rav Hai Gaon, Raavad, Ramban, Rashbà, Cordovero, Rav Yosef Caro, Abrabanel e molti altri, concludendo:

«Dirà che anche questi sono Misticisti e Gesucristi? ... Per me tengo i nominati più autorevoli maestri di ciò che sia Mosaismo.»

Fra il Nachmanide e Shadal, Benamozegh non aveva dubbi su chi scegliere.

Uno dei temi affrontati nel loro scambio epistolare, avvenuto proprio nei giorni precedenti Rosh HaShanà, riguardava il significato del suono dello shofar.

Benamozegh scriveva:

«Domani ella udrà il Sciofar ed io lo udirò... Ogni nota ha la sua importanza, come ogni atomo della materia è un mistero... Per me la Torà è il tipo del mondo... E quando udirò dimani il Sciofar dirò anch'io: viva S. D. L. molti e molti anni felici...»

Shadal rispondeva il 18 settembre 1863:

«Le dirò che i trilli del Sciofar furono, a mio credere, da Dio comandati per porre a pubblica notizia il principio dell'anno... Quella buccina è per me il tamburo della nazionalità, dell'esistenza d'un popolo che fu nazione e che oggi vive in Dio.»

E aggiungeva:

«Per semplice e materiale Mosaismo intendo suonare il Sciofar, o udirne le sonate, senza Cavanot misteriose, ma colla sola cavanà di eseguire un divino precetto...»

Shadal sosteneva inoltre che il misticismo fosse ormai contrario allo spirito del suo tempo e destinato a perdere seguaci.

Su questo punto Benamozegh gli dava ragione, pur aggiungendo di sentirsi naturalmente attratto dalle cause dimenticate e bisognose di difesa.

C'è da dire che Benamozegh si prese cura molto bene di quel "morto": oggi la Kabbalà è più viva che mai e l'interesse storico e scientifico nei suoi confronti è enorme.

Vorrei concludere riportando quanto ha scritto sullo shofar Rav Sergio Sierra z.l., scomparso da meno di un anno.

Romano di nascita, Rabbino Capo di Bologna e poi di Torino, presidente dell'Assemblea dei Rabbini d'Italia e autore di opere fondamentali, Rav Sierra scrive:

«Lo Shofar è considerato, per il suo originario valore storico e per il suono caratteristico che esso emette, come un coefficiente valido ad influire notevolmente sull'animo del credente, affinché questi sia stimolato a compiere quella indispensabile opera di introspezione e di valutazione sincera ed obiettiva della sua condotta morale...»

E ancora:

«Lo Shofar viene suonato pure a conclusione della giornata del Kippur quale auspicio di conseguita redenzione... Secondo la tradizione ebraica, inoltre, lo Shofar farà risuonare le sue note gravi e solenni nel giorno della completa resurrezione nazionale ebraica... Una voce antica destinata all'introspezione per il rinnovamento della nostra vita spirituale.»

Rav Sierra assume così una posizione in parte vicina a quella di Shadal, attribuendo allo shofar un significato storico rivolto non soltanto al passato, ma anche al futuro.

Al tempo stesso si avvicina a Benamozegh, riconoscendo la straordinaria capacità dello shofar di far risuonare le corde più profonde dell'animo umano.

Alla fine della derashà, alcuni frequentatori del Tempio di via Balbo mi si avvicinarono.

Alessandro Venezia mi disse che lo shofar è l'unico capace di far stare zitto il pubblico.

E, se è detto da lui, che di corde vocali se ne intende anche professionalmente, c'è davvero da credergli.

Aveva colto perfettamente la forza materiale e spirituale della voce dello shofar, capace di ammutolire tutto e tutti.


Derashà tenuta da Rav Gianfranco Di Segni il primo giorno di Rosh HaShanà 5770 presso l'Oratorio "Di Castro" di via Balbo, Roma