La Aqedàt Yitzchaq, impropriamente tradotta con "sacrificio di Isacco" (in realtà significa "legatura di Isacco"), è uno dei passi più problematici del libro di Bereshit (Parashà di Vaierà, capitolo 22).
È un brano fondamentale per la concezione ebraica, e ciò è dimostrato dal fatto che i Maestri l'hanno scelto come lettura biblica per i due giorni di Rosh HaShanà, insieme al capitolo 21 che narra la separazione fra Avraham e il primo figlio, Yishmael (i due capitoli sono strettamente collegati anche concettualmente, non solo in quanto consecutivi).
Qualche giorno prima di Rosh HaShanà di quest'anno (2011) è andato in onda su Rai3, a Che tempo che fa, un colloquio fra il conduttore Fabio Fazio e l'ospite della trasmissione, Vito Mancuso, in occasione dell'uscita del suo ultimo libro Io e Dio. Una guida dei perplessi (Garzanti, 2011; il sottotitolo è esplicitamente ripreso dal titolo dell'opera del Maimonide).
Mancuso, un giovane e simpatico teologo che va per la maggiore, affronta nel libro, fra l'altro, il problema del "sacrificio di Isacco". Nel colloquio televisivo Fazio, con aria tremebonda e contrita, gli chiede di parlare di questo passo in cui Dio sembrerebbe chiedere ad Avraham di sacrificare il proprio figlio.
Mancuso racconta allora come sua figlia, ancora bambina, gli avesse domandato se anche lui l'avrebbe sacrificata qualora Dio glielo avesse chiesto. Dopo una breve pausa di riflessione, rispose di no, mai e poi mai.
Alla domanda di Fazio su come interpretare allora quel passo della Bibbia, Mancuso afferma che la Bibbia stessa supera la questione attraverso una sorta di evoluzione teologica. Richiama infatti il profeta Michà (6,6-8), secondo il quale Dio non gradisce i sacrifici umani (e neppure quelli animali), ma desidera che l'uomo persegua il diritto e l'amore per il bene.
Il messaggio trasmesso al pubblico televisivo sembrerebbe dunque essere che la Torà rappresenti uno stadio ancora primitivo, destinato a essere superato dalla predicazione profetica.
Le cose stanno veramente così?
In realtà, leggendo il libro di Mancuso, si vede che egli stesso sviluppa la questione in modo più complesso. Il passo di Michà viene presentato attraverso le parole del filosofo ebreo Martin Buber, nel libro Eclissi di Dio.
Ma non occorre arrivare fino a Michà.
La stessa Torà, in Devarim (12,29-31; 18,9-11), condanna esplicitamente i sacrifici umani, pratica diffusa presso i popoli vicini, definendoli un "abominio" agli occhi del Signore.
Qualcuno potrebbe obiettare che fra Bereshit e Devarim trascorrono circa quattrocento anni e che quindi si sia verificata un'evoluzione.
Non è così.
Nel racconto stesso della Aqedà, quando Avraham sta per colpire il figlio, l'angelo gli ordina:
«Non gettare la tua mano sul ragazzo e non fargli nulla.»
È dunque il libro stesso di Bereshit a insegnare che non si devono compiere sacrifici umani.
Le parole Al tishlach yadekhà el ha-na'ar sono rimaste profondamente impresse nella coscienza ebraica; Rav Israel Meir Lau le ha persino scelte come titolo della propria autobiografia.
Eliminata quindi questa interpretazione, rimane il vero problema: come comprendere l'inizio del racconto?
«Prendi tuo figlio, il tuo unico, quello che ami, Isacco, va' verso la terra di Morià e fallo salire là come 'olà sopra uno dei monti che ti dirò.»
Di quale prova si tratta?
Chi parla realmente ad Avraham?
Che cosa vuole insegnargli Dio?
Su queste domande si sono confrontati numerosi commentatori.
Ne prenderemo in considerazione due: Rambam e Don Yitzchaq Abrabanel, seguendo l'esposizione di Alexander Even Chen nel volume Aqedat Yitzchaq ba-parshanut ha-mistit ve-ha-filosofit shel ha-Miqrà.
Rambam (Rabbi Moshè ben Maimon, o Maimonide; Cordova, 1138 – Fostat, 1204) affronta il tema della Aqedà nel Morè Nevukhim (Guida dei Perplessi), la grande opera filosofica scritta per chiarire i dilemmi che possono sorgere nello studio della Torà quando esso è accompagnato dalla lettura dei filosofi.
Il racconto della Aqedà viene trattato soprattutto nella Parte III, capitolo 24, ma anche in altri passi dell'opera.
Secondo Rambam, la prova di Avraham va inserita nel più ampio contesto della rivelazione divina ai profeti, che si manifesta secondo modalità e livelli differenti.
Uno degli scopi del racconto è, scrive il Maimonide,
«farci conoscere fino a che punto i profeti avvertano come reale tutto ciò che viene comunicato, per rivelazione, da Dio [...]. In tale senso vanno interpretati i brani relativi alle "prove", dovendosi respingere l'idea che Dio voglia mettere alla prova una cosa per conoscere ciò che prima ignorava».
Dio, infatti, non ha bisogno di sperimentare nulla per conoscere ciò che accadrà.
Una concezione analoga compare anche nel Mishnè Torà, dove Rambam afferma che tutti i profeti ricevono la rivelazione soltanto in sogno o in una visione profetica.
In questa prospettiva, ciò che Avraham vede e vive durante la Aqedà appartiene alla dimensione della profezia.
Nella prima visione comprende che Dio gli chiederebbe di sacrificare il figlio; nella visione finale, di livello superiore, comprende invece che la volontà divina è esattamente l'opposto.
L'evoluzione riguarda quindi la coscienza religiosa del profeta, non un cambiamento nella volontà di Dio.
Secondo questa lettura, né la prima né l'ultima rivelazione avrebbero avuto luogo nella realtà materiale, ma soltanto nell'esperienza profetica di Avraham.
Vedremo però che non è affatto certo che questa sia l'interpretazione corretta del pensiero del Maimonide.
Don Yitzchaq Abrabanel, nato a Lisbona nel 1437 e morto a Venezia nel 1508, dedicò alla Aqedà un lungo commento strutturato, come d'abitudine, in venticinque domande e risposte.
Già nella prima risposta propone un'affermazione sorprendente: il vero padre del popolo ebraico è Yitzchaq, non Avraham, perché soltanto Yitzchaq è «un giusto figlio di un giusto», mentre Avraham è «un giusto figlio di un malvagio».
Pur nutrendo grande ammirazione per Rambam, Abrabanel non esita a criticarlo quando ritiene necessario.
La divergenza emerge soprattutto riguardo alla natura della profezia.
Commentando il capitolo 36 della seconda parte della Guida dei Perplessi, Abrabanel definisce falsa (shiqrutà) l'idea che la profezia sia soltanto un sogno o un'immaginazione del profeta.
Secondo lui, molti passi della Bibbia smentiscono apertamente questa interpretazione.
Nel commento alla Torà affronta direttamente la questione della Aqedà e osserva che alcuni lettori della Guida hanno attribuito a Rambam l'idea che tutto l'episodio fosse soltanto una visione.
Scrive:
«Sono rimasto sconvolto e sconcertato nel vedere persone fra i figli d'Israele scrivere queste parole eretiche e attribuire al Rav una concezione tanto lontana dalla sua vera opinione.»
Secondo Abrabanel, costoro hanno semplicemente frainteso il pensiero del Maimonide.
La corretta interpretazione sarebbe un'altra.
Solo le parole divine all'inizio del racconto e quelle dell'angelo alla fine appartengono alla dimensione della visione profetica.
Il viaggio di tre giorni, la costruzione dell'altare, la legatura di Yitzchaq e il gesto di Avraham che sta per abbassare il coltello avvennero realmente.
Anche la voce dell'angelo fu una voce reale.
Abramo la udì, comprese finalmente il significato dell'ordine ricevuto e sostituì il figlio con l'ariete.
Rimane però una domanda decisiva.
Dio aveva davvero ordinato ad Avraham di sacrificare il figlio?
Abrabanel risponde negativamente.
La parola ve-ha'alehu non significa necessariamente "sacrificarlo", bensì "fallo salire", come avevano già spiegato altri commentatori, fra cui Rabbì Yonà ibn Janach e Rabbì Levi ben Gershom.
L'ambiguità dell'espressione costituiva la vera prova.
Secondo Abrabanel, Avraham interpretò erroneamente l'ordine divino e proprio per questo fu necessario l'intervento dell'angelo, che riuscì a fermare la sua mano all'ultimo istante.
Abrabanel affronta poi molti altri aspetti del racconto — la figura di Yitzchaq, quella di Sarah e numerose altre questioni — sviluppandoli con grande profondità.
L'anno prossimo, se Dio vuole, affronteremo altri commenti alla Aqedà.
Già da questi primi due autori, Rambam e Abrabanel, possiamo comunque cogliere la straordinaria ricchezza di significati racchiusa nel racconto della legatura di Yitzchaq.
Derashà tenuta da Rav David Gianfranco Di Segni in occasione di Rosh HaShanà 5772, successivamente rielaborata per la pubblicazione su Torah.it