Desidero innanzitutto ringraziare il Vaad del Bet haKeneset per il grande onore che mi ha riservato nominandomi Hatan Torà. È una nomina che apprezzo profondamente e che mi riempie di gioia. A tutti i membri il mio grazie.

Questo momento è una bella opportunità per rivolgere il ringraziamento mio e di mia moglie Patrizia a tutta questa magnifica Kehillà italiana di Gerusalemme per la calda ed amichevole accoglienza che ci ha riservato fin dal momento della nostra alià.

Un grazie particolare ad Andreina Contessa, la curatrice del nostro museo, ed a Shoshanna Mendes, restauratrice dei tessuti antichi, per aver aderito con entusiasmo e dedizione alla mia proposta di segnare il giorno speciale di Simchat Torà rivestendo sia il Tempio che i due Sefarim su cui si conclude e si inizia di nuovo la lettura della Torà con splendidi tessuti ed argenti dalle collezioni del museo. In bacheca sono state poste le schede di tutti gli oggetti sacri utilizzati.

Ventotto anni fa, in questo stesso giorno, gli ebrei di Roma sono stati assaliti da terroristi palestinesi mentre uscivano dal Tempio. Il talled che indosso oggi porta ancora macchie di sangue. Stefano Tachè Gaj, bimbo delizioso, figlio di amici carissimi, perse la vita. Permettetemi di dedicare questa derashà le'ilui nishmatò.

Col permesso dei rabbanim presenti.

Fu chiesto a Rabbì Levi Isacco:

«Perché in tutti i trattati del Talmud Babilonese manca la prima pagina e ognuno comincia con la seconda?»

Egli rispose:

«Per quanto un uomo abbia studiato, deve sempre ricordarsi che non è ancora arrivato alla prima pagina.»

Non è male ricordarsene il giorno in cui concludiamo un ciclo annuale di studio della Torà e ne apriamo uno nuovo.

Malgrado io sia certamente tra coloro che sono ancora molto lontani dalla prima pagina, raccoglierò alcuni insegnamenti sulla parashà odierna, l'ultima della Torà.

Parleremo della morte di Moshè ma prima, per non concentrarci solo su argomenti tristi in questo giorno di festa, alcune considerazioni su un verso che ha attirato la mia attenzione.

Si tratta del secondo verso della parashà odierna:

«Il Signore è venuto dal Sinai, è apparso loro da Se'ir, ha rifulso dal monte Paran ed è giunto dalle miriadi sante; dalla Sua destra una legge di fuoco per loro.» (Deuteronomio 33,2; traduzione di Samuel David Luzzatto)

Questo è il verso su cui poggia la tradizione secondo la quale il Signore, prima di proporre il dono della Torà agli ebrei, la propose a tutti i popoli che la rifiutarono e agli angeli.

Il verso cita il Sinai dove, nella terra di nessuno del deserto, tutti avrebbero potuto accettare la Legge e poi menziona specificatamente Se'ir, residenza di Esaù/Edom, progenitore dei Romani, e Paran, residenza di Ismaele e quindi delle nazioni arabe; e le "miriadi" sono un riferimento agli angeli in quanto una traduzione alternativa può essere: «si avvicinò con alcune delle sante miriadi (di angeli); dalla Sua destra presentò ad essi (Israele) la Sua fiammeggiante Torà».

Ciò che mi è sembrato curioso è che proprio il verso che ci insegna che i popoli non hanno accettato la Torà è per quei popoli del tutto incomprensibile: si tratta infatti di uno di quei versi pieni di nomi e di località che, se letto senza l'accostamento della Torà Orale, della tradizione e degli insegnamenti dei Maestri, resta muto.

È uno di quei versi che, letto frettolosamente dai popoli, un po' come abbiamo visto fare recentemente in televisione in Italia, passa senza lasciare traccia.

Porterò invece alcuni dei molteplici insegnamenti che ne trae un solo Maestro, lo Sfat Emet, cioè Yehudah Aryeh Leib Alter (1847-1905).

Ebbene, lo Sfat Emet fa notare che sembrerebbe logico che per ogni popolo ci fosse stata una versione diversa della Torà, rapportata alle sue specifiche caratteristiche.

Probabilmente più semplice per Esaù/Edom e Paran/Ismaele ed una altamente spirituale per gli angeli.

Israele avrebbe ricevuto in questo caso una versione intermedia.

Il rifiuto degli altri ha portato ad Israele la Torà che conosciamo.

E proprio oggi, nel giorno di Simchat Torà, possiamo gioire per come sono andate le cose...

Una seconda proposta dello Sfat Emet consiste nel leggere Sinai, Se'ir, Paran e le miriadi di angeli come un'allusione ai quattro livelli di lettura della Torà: letterale (Peshat), omiletico (Derash), allusivo (Remez) ed infine quello più nascosto e segreto (Sod): i primi tre in qualche modo raggiungibili da tutti ma il quarto dominio esclusivo di Israele.

Con un'altra lettura trova nel verso il ciclo delle feste di Tishrì: il Sinai, dove il dono della Torà avvenne con il suono dello shofar, allude a Rosh haShanà; Se'ir, che in ebraico vuol dire anche capro, allude a Kippur caratterizzato dal capro espiatorio; il monte Paran si collega a Succot, un momento di divino amore per tutta l'umanità, Ismaele compreso; ed infine le miriadi di angeli segnano Sheminì Atzeret e Simchat Torà, in cui Israele celebra il suo speciale legame con il Creatore.

Come abbiamo detto, il nostro verso può anche tradursi:

«...dalla Sua destra presentò ad essi (Israele) la Sua fiammeggiante Torà.»

E come sappiamo Rashì ne deriva che la Torà era scritta con fuoco nero su fuoco bianco.

Lo Sfat Emet vi vede una metafora del cuore puro: se un ebreo ha studiato la Torà con buona intenzione essa resterà sempre scolpita nel suo cuore; dopo la teshuvà di Rosh haShanà e Yom Kippur il cuore e le anime degli ebrei sono puri come il fuoco bianco e lì è incisa la Torà, con fuoco nero, oggi, giorno di Simchat Torà.

Veniamo ora alla morte di Moshè Rabbenu.

Quando nella parashà di Vaetchannan Moshè prova a chiedere al Signore di consentirgli l'ingresso in Eretz Israel, riceve un netto rifiuto.

La cosa sembrerebbe risolta e nella nostra parashà Moshè sembrerebbe accettare passivamente il decreto divino che pone fine alla sua vita davanti ad Eretz Israel ma fuori di essa.

Mi ha sorpreso quindi trovare nel Midrash una visione dei fatti completamente diversa: di fronte all'annuncio:

«I tuoi giorni sono ormai vicini al momento in cui devi morire.» (Deuteronomio 31,14)

egli fa di tutto per convincere il Kadosh Barukh Hu a rescindere la sentenza punitiva (testo originale del Midrash).

Come prima cosa traccia un cerchio per terra, vi si pone dentro vestito a lutto e coperto di cenere, annunciando che non si muoverà di lì se il decreto non verrà ritirato.

E prega.

Una incredibile, illuminante coincidenza con l'episodio di Honì haMe'aghel che si chiude nel cerchio minacciando di non uscire finché le sue preghiere per la pioggia non saranno accolte.

Il Midrash ci sta insegnando come si chiede l'acqua con la forza della preghiera, cosa che Moshè non ha saputo fare ricorrendo alla verga e per questo è stato punito, proprio nel giorno di Simchat Torà, il giorno in cui noi cominciamo a pregare per le piogge su Eretz Israel?

Affascinante.

Le preghiere di Moshè, prosegue il lungo Midrash, scuotono il creato al punto che il Signore fa chiudere le porte dei cieli per fermarle.

Moshè allora Lo rimprovera:

«Quanto ho lavorato per Te? Non è scritto: "Entro la giornata lo remunererai" (Deuteronomio 24,15)? Questo è il mio compenso?»

Inutilmente.

Chiede allora di passare il Giordano da morto, come Giuseppe.

Gli viene risposto che Giuseppe non nascose in Egitto di essere ebreo ma Moshè lo fece in Midian.

Chiede di potervi volare sopra, come un uccello, senza posarsi.

«Ti basti» (Deuteronomio 3,26), gli risponde il Signore.

Si rivolge allora, perché intercedano, al cielo ed alla terra, al Sole ed alla Luna, alle stelle ed agli astri: tutti, citando Isaia 51,6; 24,23 e 34,4, spiegano di non poterlo fare.

Chiama in causa il Mare che gli rimprovera di averlo colpito con la verga.

Prova con l'angelo che è alla presenza di D-o, ma quello gli spiega che il verdetto è definitivo.

A questo punto sorprendentemente prova ancora.

Si rivolge a D-o clemente e misericordioso (Esodo 34,6) che gli risponde:

«Ho pronunciato due decreti, uno per lo sterminio di Israele colpevole per il vitello d'oro ed uno contro di te. Solo uno dei due può essere ritirato: scegli.»

Moshè non ha esitazioni:

«Muoia Moshè.»

Lo consola il Signore:

«Ogni generazione ha le sue guide, ora tocca a Giosuè.»

Incredibilmente Moshè riprende coraggio e, accettando che Giosuè gli subentri, chiede però di restare in vita come discepolo di Giosuè.

Incredibilmente gli viene concesso, ma subito, entrato nella tenda dove Giosuè insegnava, si rende conto che è una situazione insostenibile.

Accetta finalmente di morire.

Iddio invia l'angelo Gabriel a raccogliere la sua anima ma questi due volte si rifiuta.

Invia allora il capo dei Satanim ma Moshè lo confonde con argomentazioni teologiche:

«Io non voglio morire ma vivere e narrare le gesta del Signore.» (Salmi 118,17)

A questo punto D-o gli annuncia che lo raccoglierà personalmente.

Moshè chiede di poter prima benedire Israele e con Israele si chiedono e concedono reciproco perdono.

Iddio scende con tre angeli e chiama l'anima di Moshè.

Ora è l'anima che non vuol lasciare «il corpo più puro del mondo».

«Esci» replicò il Santo, benedetto Egli sia, «e Io ti farò salire ai cieli più alti e porrò la tua sede sotto il Trono della mia Maestà, accanto ai Cherubini e ai Serafini.»

In quell'istante il Santo, benedetto Egli sia, baciò Moshè e gli raccolse l'anima in un bacio.

Un Midrash che ho dovuto rileggere più volte per il suo fascino e per la luce nuova che getta su passi della Torà apparentemente semplici.

Nel corso dell'ultimo ciclo di lettura e studio della Torà che ho avuto l'onore di concludere, per iniziarne subito uno nuovo, pochi minuti fa in questo Bet haKeneset, ho studiato settimanalmente insieme ai lettori del sito Torah.it le lezioni del mio zio, il Rav Riccardo Pacifici זצ"ל, raccolte nel libro Discorsi sulla Torà.

Non posso fare a meno di riportare le sue parole sulla morte di Moshè Rabbenu:

«Mosè si allontana da questa terra e nel momento del suo distacco, nessuno gli è vicino, nessuno né dei familiari, né dei discepoli, né del popolo; egli è solo come tutti i grandi spiriti, egli è solo al cospetto di Dio.

Egli si diparte, ma i resti mortali del suo corpo non sono raccolti e composti nella pace del sepolcro: non una tomba, non un mausoleo, perché nessun monumento terreno sarebbe stato degno di lui.

Solo Iddio assiste al suo trapasso, solo Iddio si interessa della sepoltura di Mosè...

...Questo è l'uomo Mosè che non ha lasciato monumenti di marmo o di bronzo, questo è l'uomo di cui Israele non conobbe la sepoltura, perché egli non è morto, ma è vivo in mezzo al suo popolo, attraverso la sua parola, il suo insegnamento eterno di verità, attraverso la sua legge che non sul marmo o sul bronzo, ma sui cuori nostri sta scritta e non è destinata a scomparire, come i monumenti terreni...»

Pochi mesi dopo Rav Riccardo fu ucciso ad Auschwitz.

Sappiamo che aveva il libro della Torà in mano.

Come Moshè morì solo, lontano da familiari o discepoli.

Le sue spoglie non furono raccolte, né sappiamo dove esse siano.

Solo il suo insegnamento rimane ed è nei nostri cuori.

Lo Sfat Emet ci ha spiegato come le lettere fiammeggianti della Torà siano incise nei nostri cuori.

Rav Pacifici, dissertando sulla morte del più grande dei nostri Maestri nell'ultima pagina della Torà, ci mostra come siano i Maestri ad inciderle sui nostri cuori.

Non ci sorprende allora quando, nel nostro apparente concludere lo studio della Torà e nella sua immediata ripresa, quando portiamo a contatto l'ultima parola della Torà, ישראל, con la prima, בראשית, facciamo comparire una piccola parola, nascosta ma significativa:

לב — cuore.