«E questa è la benedizione con la quale benedì Moshè, l’uomo di D., i figli d’Israele prima della sua morte.» (Deuteronomio XXXIII, 1)

La parashà di questa settimana abbraccia gli ultimissimi momenti della vita terrena di Moshè nostro Maestro. Lo stesso primo verso introduce l’imminente dipartita di Moshè, lifnè motò, prima della sua morte, ma anche dinnanzi alla sua morte.

Rashì sottolinea nel suo commento:

«Appena prima della sua morte, perché se non ora quando?»

Lo Shem MiShmuel ragiona su Rashì: se non ci fosse stata l’urgenza dettata dalla morte imminente, sì da fargli dire «se non ora quando?», Moshè avrebbe aspettato ancora.

Il Rabbi di Sochatchov non si riferisce qui alla naturale ricerca di qualche altro attimo di vita, quanto ad una tempistica legata strettamente al concetto stesso di benedizione. Se avesse potuto, Moshè avrebbe aspettato ancora un po’ prima di benedire. Ma che significa?

Significa che la vera misura di una benedizione dipende dal livello di colui che la riceve. Maggiore è il livello del ricevente migliore e maggiore è la benedizione stessa. Israele ha certamente fatto una crescita enorme nei quaranta anni passati nel deserto ed il Signore stesso lo sancisce più volte. Ma c’è ancora spazio per crescere, per migliorarsi. Moshè preferirebbe ancora qualche altro momento perché Israele potrebbe ancora crescere un pochino, e la sua sarebbe allora una benedizione ancora migliore.

«E sembra che queste benedizioni sono eterne, perché sono Torà del Nome Benedetto. E così come la Torà è eterna, così lo sono le benedizioni e fino ad oggi è come se Moshè stesse lì a benedire Israele oggi, ed ognuno ancora le riceve secondo il [livello che ha raggiunto] come contenitore.»

Per questo, aggiunge lo Shem MiShmuel, il momento di queste benedizioni è Sheminì Atzeret, perché dopo esserci purificati con Rosh HaShanà, Kippur e Succot, ci siamo migliorati in modo da ricevere le benedizioni in maniera ottimale.

La benedizione allora ci chiama ad essere migliori, a continuare, ci proietta nel nostro futuro.

Per il nonno dello Shem MiShmuel, il mitico Rabbì Menachem Mendel di Kotzk, questo è il senso profondo della gioia della Torà. La Simchat Torà è per ciò che studieremo, non per ciò che abbiamo studiato, «perché per il passato, chi può dire di aver già studiato?»

In questo incredibile periodo che va da Rosh Chodesh Elul fino a tutto Succot noi abbiamo cercato di fare teshuvà, di tornare, di migliorarci. Di riparare il torto fatto, certo, di sanare le fratture. Di fare un bilancio di ciò che è stato. Tutto questo però scompare dinanzi al vero cuore del processo della teshuvà: la kabalà al leabà, ciò che ci si ripromette per il futuro. La teshuvà non è una terapia di gruppo per mettere in pace la propria coscienza, senza per questo nulla togliere all’analisi del passato. La teshuvà è un percorso continuo, è ciò che noi vogliamo essere, è un divenire.

Se si esce dalle feste con la psicanalisi di ciò che è stato, ma nessuna idea per il futuro, non si è fatto nulla. La vera gioia è nel sapere che domani sarò una persona migliore, la gioia è nel sapere che è vero, quest’anno non ho studiato un gran che, ma da oggi in avanti c’è un mare di pagine di Ghemarà che mi attendono!

Per lo Shem MiShmuel c’è un'allusione a ciò in quanto è detto in TB Pesachim 117b: non si interrompe tra il terzo ed il quarto bicchiere del Seder. L’Avnè Nezer spiega che sono i bicchieri che si riferiscono a «e vi redimerò» e «e vi prenderò», e cioè alla liberazione ed al dono della Torà. Non si interrompe perché per noi la libertà non ha senso se non è proiettata in un futuro di Torà.

Essere stati perdonati non ci basta, noi vogliamo essere migliori, vogliamo crescere nella Torà.

C’è un modo molto semplice, dice lo Shem MiShmuel, per controllare se i nostri propositi per l’anno entrante sono sinceri: se ci provocano gioia. Se proviamo gioia vuol dire che genuinamente abbiamo trovato un percorso di salita. È una gioia completamente proiettata al futuro.

Hoshanà Rabbà, è noto, rappresenta la conclusione del giudizio. Con le hakafot di Hoshanà Rabbà noi facciamo cadere ogni barriera tra noi ed il Signore. Sono quelle barriere che impediscono alla santità di penetrare nel nostro io. Ogni interposizione, ogni negatività, ogni depressione, ogni sfiducia, crolla con i sette giri come crollarono le mura di Gerico.

Con le hakafot di Simchat Torà, con i Sefarim e la gioia, dice lo Shem MiShmuel, noi facciamo un passo ulteriore. Noi edifichiamo delle mura di fuoco, di pura gioia di mizvà, che impediranno ad ogni negatività di penetrare in noi.

La gioia della mizvà è l’antidoto provato contro ogni male, ogni depressione e tristezza che porta al peccato. Gioia, prendere la Torà e ballare. Trovare la gioia nella Torà, in quella Torà che ancora non ho studiato, in quelle mizvot che ancora non ho messo in pratica ma alle quali, con l’aiuto di D., mi ripropongo di adempiere.

In questa incomparabile cerniera della vita ebraica che è la conclusione e la riapertura del ciclo di studio della Torà noi, senza rendercene conto, facciamo un’operazione stupefacente.

Prendiamo una persona e gli diamo l’onore di completare lo studio collettivo, lo studio passato. Immediatamente però la proiettiamo, e proiettiamo noi stessi con lei, nel futuro, in un futuro neanche scritto. Il Chatan Torà legge infatti al pè, a memoria, i primi versi di Bereshit. (Oggi si usa un libro stampato che, come noto, non ha valenza sacra.)

Carichiamo una persona di tutto quanto si è studiato e gli diciamo: ora ricomincia, ma a memoria. In quel al pè che è il nocciolo della Torà orale. È un momento di trasformazione dello scritto in orale, del passato in futuro.

E forse questa è l’ultima grande lezione di Moshè nostro Maestro, che avrebbe aspettato ancora qualche minuto: non si sa mai quanto può crescere Israele!