“Sono uno straniero ed uno che risiede tra voi; concedetemi il possesso di un posto di sepoltura presso di voi sì che io possa seppellire il mio morto lontano dal mio sguardo.” (Genesi XXIII, 4)

Tutti noi sappiamo che quest’ultimo anno è stato estremamente difficile, le nostre strade e le nostre autostrade sono diventate zone di pericolo. Un pasto in pizzeria può trasformarsi in un incubo. È abbastanza strano che tre obiettivi di questa intifada siano stati dei luoghi di sepoltura, uno dei quali forma l’oggetto della Parashà di questa settimana.

All’inizio di questo susseguirsi di violenze, il sepolcro e Yeshivà di Yosef a Nablus fu la scena di una tragica sparatoria che reclamò la vita di un israeliano, dissanguato a morte perché i palestinesi non permisero che venisse evacuato. E dopo che il posto fu occupato e dissacrato dai palestinesi, un altro israeliano fu assassinato quando tentò di salvare alcuni libri sacri. E mentre sto scrivendo queste righe, la tomba di Rachele a Betlemme rimane uno dei punti caldi del fuoco palestinese. E Chevron, ed in particolare l’area che circonda la tomba dei Patriarchi, sono diventati un sito di violenza quasi costante.

Ironicamente una bella parte della Parashà di questa settimana tratta dell’acquisto dai Chittiti della grotta di Chevron da parte di Avraham per poter seppellire la sua amata moglie, Sarà. La Bibbia descrive in laborioso dettaglio come il patriarca chiede di comprare la tomba, come i Chittiti dapprima suggeriscono che se la prenda gratuitamente e, quando Efron, il Chittita, alla fine acconsente alla vendita, chiede la stravagante somma di quattrocento shekalim d’argento (che secondo alcuni archeologi equivalgono a duecentomila dollari di oggi).

Il Midrash sembra perplesso. Perché sprecare tanto inchiostro e pergamena e l’intero capitolo 23, per una vendita tipo mercato medio-orientale? In aggiunta, qual è il significato del fatto che la prima terra in Israele acquistata da un ebreo capiti essere una tomba? Ed alla fine come possiamo appoggiarci su un sepolcro per spiegare il conflitto attuale israelo-palestinese?

Per comprendere la nostra Parashà, è importante ricordare che in tutto il mondo antico, con la sola eccezione di Atene, il solo privilegio accordato ad un cittadino di uno stato straniero era la sepoltura; ogni individuo desiderava che il suo corpo fosse accolto nel suolo del suo luogo di nascita. Avraham insiste di essere sia straniero che residente (gher toshav) di Chet; vive tra i Chittiti, ma non è uno di loro.

Avraham è un ebreo orgoglioso; rifiuta una sepoltura a titolo gratuito per “diritto” e chiede invece di pagare, anche se il prezzo richiesto è esorbitante, allo scopo di poter creare un posto separato ebraico per la sepoltura. La tomba di Sarà in un luogo separato simbolizza la sua identità diversa e particolare; Sarà deve essere sepolta come ebrea e non come Chittita!

Quando ero un rabbino molto giovane, una delle prime richieste urgenti che mi fu posta, fu quella di una vecchia donna che si appoggiava per sostegno ad un giovane prete cattolico romano. Spiegò in lacrime che suo marito, morto solo qualche ora prima, aveva bisogno di un posto ebraico di sepoltura. Il marito si era convertito al cattolicesimo prima di averla sposata e aveva acconsentito che i loro figli fossero cresciuti come cattolici; il prete era il loro figlio. Essa non incontrò mai alcun membro della famiglia ebraica di lui per i trentacinque anni della loro vita matrimoniale assieme che entrambi vissero come cattolici ma, sul letto di morte, il marito espresse il desiderio di essere sepolto in un cimitero ebraico.

Permettetemi un’ulteriore storia. Quando era ancora in America e soltanto al principio del suo ritorno all’ebraismo, un mio buon amico, Zalman Bernstein, mi chiese di trovargli una tomba nel cimitero sul Monte degli Ulivi. Con l’aiuto delle Pompe Funebri (Chevrà Kadishà) di Gerusalemme, gli riservammo un posto. Tuttavia, quando egli lo visitò, ne fu molto deluso.

“Da qui non puoi vedere il Monte del Tempio”, gridò nel suo modo tipico.

Cercai di spiegargli che superati i centoventi anni non sarebbe stato comunque in grado di vedere alcunché.

“Non capisci”, ribatté. “Fino a questo momento non sono riuscito ancora a comunicare ai miei figli le glorie dell’ebraismo. La tomba è il mio futuro e la mia eternità. Forse, quando i miei figli verranno a visitarmi, se potranno vedere il posto più sacro del mondo, arriveranno ad apprezzare ciò che non potei trasmetter loro adeguatamente quando ero in vita.”

Per un individuo la tomba rappresenta il proprio futuro; rappresenta il posto dove uno può esser visitato dalla famiglia e dagli amici persino dopo la morte. Per una nazione i sepolcri dei suoi fondatori e capi rappresentano il passato, i punti chiave che rivelano gli alti e i bassi della sua storia. Ma entrambi questi principi valgono sia per gli individui che per le nazioni, una tomba rappresenta sia il passato che il futuro.

Dove e come gli individui scelgono di essere sepolti la dice lunga sul come ognuno di essi visse la sua vita e quali furono i suoi reali valori. Ed il modo in cui una nazione considera le sue tombe e rispetta la propria storia, determinerà la qualità del suo futuro.

Invero una nazione che sceglie di dimenticare il suo passato, ha abdicato al proprio futuro, perché ha cancellato la tradizione della continuità che avrebbe dovuto trasmettere al futuro; una nazione che non rispetta appropriatamente le sepolture dei propri antenati e dei propri fondatori non avrà il privilegio di ospitare le vite dei propri figli e nipoti.

C’è perciò da meravigliarsi che la prima piccola parte di terra in Israele, acquistata dal primo ebreo, fu un posto di sepoltura, e che le più feroci battaglie sulla proprietà della terra d’Israele abbiano luogo intorno alle tombe dei nostri padri e madri fondatori?


Questa derashà è tratta dal libro del Rav Shlomo Riskin, rabbino capo di Efrat e fondatore della Ohr Torah Stone Colleges and Graduate Programs, intitolato “Commenti alle Parashot della Torà”.

Nel 2007 Raffaele Levi z”l, lo tradusse e lo pubblicò con il permesso del Rav che lo incitò a diffondere quanto più possibile le sue derashot.

Il libro, dedicato da Raffaele Levi “ai suoi figli, nipoti e pronipoti, presenti e futuri”, è purtroppo esaurito da tempo.

Torah.it, con l’appoggio dei figli di Raffaele Levi, Gavriel, Michael e Laura ripropone settimanalmente on-line, in questo 5783, le relative derashot e si prepara, al termine del ciclo annuale della lettura della Torà, a lanciare una nuova edizione cartacea dell’apprezzatissimo libro.