Il matrimonio tra Itzchak e Rivkà che occupa gran parte della parashà di questa settimana è il primo vero matrimonio del quale la Torà si occupa e diviene per molti versi l’archetipo del matrimonio stesso.
Si impara da qui ad esempio la condizione imprescindibile del consenso della donna:
“E dissero: ‘Chiamiamo la ragazza e chiediamo il suo parere.’” (Genesi XXIV, 57).
Rashì commenta il nostro verso dicendo:
“Da qui che non si sposa una donna altro che con il suo consenso”.
Nel testo della Ketubà, il contratto nuziale, questo consenso viene sempre specificato.
Secondo il Midrash (Lekach Tov in loco) ripreso anche dal Chizkuni, quando il servo tira fuori i doni d’oro, argento e vesti per Rivkà sta compiendo l’atto dei Kiddushin, il nocciolo del matrimonio.
וַיּוֹצֵא הָעֶבֶד כְּלֵי־כֶסֶף וּכְלֵי זָהָב וּבְגָדִים וַיִּתֵּן לְרִבְקָה וּמִגְדָּנֹת נָתַן לְאָחִיהָ וּלְאִמָּהּ׃
E dice il Midrash אלו נתן להם לשם קדושין. כי הראשונים לשם מתנה היו questi li sta dando come Kiddushin, perché i primi oggetti che aveva dato a Rivkà erano dei semplici regali.
Anche l’uso di indicare il luogo di un matrimonio nella ketubà legato alla fonte d’acqua locale ricorda la fonte come luogo in cui si combinano i matrimoni. Tornerà spesso nella Torà con Jacov e Rachel e Moshè e Zipporà come esempi ma il primo caso è Eliezer con Rivkà.
E così, si potrebbe andare avanti: ci sono tanti altri dettagli delle regole del matrimonio che si imparano da questa parashà.
Per quanto parta in maniera strana con l’uso del servo come shaliach, inviato, questa unione sembra essere diversa da tutte le altre: rispetto alle altre coppie patriarcali questo è l’unico caso in cui non ci sono concubine in mezzo e forse proprio per questo è l’unico caso in cui l’amore è il verbo utilizzato per descrivere le nozze stesse.
וַיְבִאֶהָ יִצְחָק הָאֹהֱלָה שָׂרָה אִמּוֹ וַיִּקַּח אֶת־רִבְקָה וַתְּהִי־לוֹ לְאִשָּׁה וַיֶּאֱהָבֶהָ וַיִּנָּחֵם יִצְחָק אַחֲרֵי אִמּוֹ׃
“E la portò Itzchak nella tenda di Sarà sua madre, e prese Rivkà e fu per lui in moglie e la amò, e si consolò Itzchak dopo (la morte) di sua madre.” (Genesi XXIV, 67)
I Maestri nel Midrash individuano in questo verso il passaggio del testimone dell’ideale matriarcale tra Sarà e Rivkà e quest’ultima diviene in qualche modo Sarà entrando nella tenda della nostra prima madre.
Lo Tzror HaMor, Rabbì Avraham ben Jacov Sabà (Castiglia 1440–Verona 1508) interpreta il verso in maniera molto interessante.
וספר שהביאה אל אהל שרה אמו להיות במקומה. ואולי רמז שהביאה האהלה לעשות לה חופה. ויקח את רבקה בקיחת כסף שהיא קידושין. ותהי לו לאשה בכתובה. ויאהבה ויבא אליה וינחם יצחק אחרי אמו. להורות שאע"פ שנעצב מאד על אמו. בביאת רבקה ובאהבתה התנחם על אמו כאלו לא מתה:
“Ed ha raccontato che la portò nella tenda di Sarà sua madre per essere al suo posto. E forse c’è un allusione al fatto che la portò nella tenda per farle la Chuppà. ‘E prese Rivkà’ con l’acquisto pecuniario che sono i kiddushin. ‘E fu per lui in moglie’ per mezzo della ketubà. ‘E la amò’ ed ebbe con lei un rapporto. ‘E si consolò Itzchak dopo (la morte) di sua madre’, ad indicare che nonostante fosse molto triste per sua madre, nel rapporto con Rivkà e nel suo amore si consolò per sua madre come se non fosse morta.”
Lo Tzror HaMor introduce qui un idea molto significativa. La presenza della ketubà nel matrimonio di Itzchak e Rivkà. Questa idea è significativa perché in realtà c’è una grandissima discussione fin dai tempi del Talmud se la ketubà di una vergine sia un precetto della Torà o di istituzione rabbinica. La questione è ampiamente dibattuta in TB Ketubot 10a e in altri punti del Talmud con un intreccio di commenti dei rishonim molto complesso perché non tutti leggono allo stesso modo i diversi passi ed in alcuni casi le opinioni vengono attribuite a Maestri diversi.
Si arriva fino ai giorni nostri perché in effetti esistono due versioni ancora in uso per la ketubà: in una sono menzionati i duecento zuzim che ti spettano secondo la Torà, ed in un altra versione secondo la Torà non compare. Nelle Ketubot romane compare sempre il secondo la Torà e quindi sembrerebbero essere schierate su questa opinione. Ci sono poi persino delle opinioni che vogliono il secondo la Torà ad indicare solo il tipo di moneta e non il concetto stesso di ketubà, ma i più confutano questa idea.
Coloro che pensano che la mizvà sia della Torà la posano sui versi dell’Esodo che parlano del seduttore che poi deve sposare la ragazza sedotta.
וְכִי־יְפַתֶּה אִישׁ בְּתוּלָה אֲשֶׁר לֹא־אֹרָשָׂה וְשָׁכַב עִמָּהּ מָהֹר יִמְהָרֶנָּה לּוֹ לְאִשָּׁה׃ אִם־מָאֵן יְמָאֵן אָבִיהָ לְתִתָּהּ לוֹ כֶּסֶף יִשְׁקֹל כְּמֹהַר הַבְּתוּלֹת׃
(Shemot XXII, 15-16)
Rashì commenta מָהֹר יִמְהָרֶנָּה come ad indicare la ketubà. Rashì si basa sulla Mechilta.
ואין מהר אלא כתובה, שנאמר הרבו עלי מאד מהר ומתן ואתנה כאשר תאמרו אלי ותנו לי את הנערה לאשה (בראשית לד).
Il termine moar non indica altro che la ketubà come è detto:
“aumentate molto su di me moar e dote e la darò, così come mi direte, e datemi questa fanciulla in moglie” (Genesi XXXIV).
In un acrobazia che solo i nostri Maestri possono fare, la ketubà si impara dalla Torà da un verso su un caso limite del seduttore ebreo, ma questa stessa esegesi viene derivata dal caso di una proposta di matrimonio e di ketubà che fa un non ebreo, Shechem, pur di sposare Dinà dopo averla violentata.
E se questo ci stupisce dobbiamo pensare poi che in realtà i Maestri usano il termine ketubà anche per descrivere cose ancora più estreme. In TB Chulin 92b viene detto che persino i Noachidi sono comandati di non scrivere ketubot per due uomini, ovvero che gli è proibita l’omosessualità. In Vaikrà Rabbà 23, 9 Rav Hunnà a nome di Rabbì Josè dice che la generazione del diluvio è stata cancellata proprio per questa trasgressione.
Per via di tutto ciò c’è chi dice che il concetto di ketubà precede la Torà ed era in uso anche in altre nazioni. La Torà la trasforma in oggetto di mizvà e questo sempre per coloro che sostengono che sia una mizvà della Torà.
L’innovazione dello Tzror HaMor sembrerebbe essere quella di individuare le fasi chiave del matrimonio così come le prevede la halachà e di calarle nella storia di Rivkà.
Il caso di Rivkà diventa uno spartiacque. Per Rabbì Jochannan nel Midrash Rabbà la novità di Rivkà è che è la prima donna ad avere un rapporto con una persona, Itzchak, che è stata circoncisa ad otto giorni. La sfera sessuale di Itzchak e Rivkà è quindi integra in una misura che era sconosciuta al mondo fino ad oggi: è la prima volta che un rapporto è oggetto di mizvà.
Da questo momento in poi la ketubà smette di essere una pura transazione economica e diventa un oggetto di mizvà. Non si capirebbe altrimenti come le nostre ketubot vengano adornate e decorate con quel concetto di abbellimento della mizvà, che è riservato agli oggetti di mizvà. Non si è mai visto un contratto decorato, un assegno decorato o una cambiale decorata. La Ketubà con Rivkà smette di essere una mera transazione e diventa un oggetto di mizvà.
C’è un dettaglio molto curioso nelle ketubot romane. In tutte le ketubot, alla fine del testo viene specificato che il contratto è vincolante così come tutti i contratti di ketubà che si usano per le figlie d’Israele, altri scrivono che si usano in Israele. A Roma si scrive invece:
דנהיגי בבנות ישראל הבתולות והכבודות והצנועות והכשרות
“che si usano per le figlie d’Israele vergini, onorate, pudiche e per bene”

In altre comunità italiane si usano solo alcuni di questi quattro aggettivi in altre nessuno.
Mi sembra molto interessante che questi quattro aggettivi si addicono proprio a Rivkà.
La verginità di Rivkà viene sancita dal testo stesso, ed è la prima volta che se ne parla nella Torà, la prima volta e la sola volta in cui il termine betulà compare in Bereshit.
וְהַנַּעֲרָ טֹבַת מַרְאֶה מְאֹד בְּתוּלָה וְאִישׁ לֹא יְדָעָהּ וַתֵּרֶד הָעַיְנָה וַתְּמַלֵּא כַדָּהּ וַתָּעַל׃
Si parla in Lech Lechà del fatto che le figlie di Lot non avevano avuto conosciuto uomo ma i Maestri sostengono dalla grammatica del verso che erano tutt’altro che pudiche. Interessante che in una delle letture del midrash Rivkà perde la verginità a causa della caduta dal cammello e questo scatena la discussione rabbinica se questo tipo di incidente è da considerarsi o meno una perdita di verginità. In ogni modo per Rashì invece la verginità di Rivkà è completa ed è lo specchio di un altra qualità, la pudicizia. Il verso infatti dice che: “Si alzò Rivkà e le sue fanciulle e cavalcarono i cammelli ed andarono appresso all’uomo” (ivi, 61). Da qui i Saggi imparano che la donna pudica non cammina davanti all’uomo e che l’uomo pudico non cammina dietro alla donna. In Chidushè Hagadot è detto che il metro della pudicizia delle nostre madri è nel fatto che avevano una tenda a parte e che quindi i rapporti che avevano erano nella assoluta privacy della loro tenda. Per Rivkà lo si impara proprio dal nostro verso che descrive come Itzchak la porti nella tenda di Sarà.
La terza qualità è l’onorabilità. Kevudot. Rabbenu Bechajè ragiona sul fatto che Elizer è chiamato uomo nella prima parte del racconto, poi torna ad essere servo. Il criterio è che nella parte critica della missione è accompagnato dall’angelo Divino, chiamato uomo. L’eccezione è quando viene chiesto a Rivkà se vuole andare con lui. Improvvisamente torna ad essere uomo.
התלכי עם האיש הזה. כי אינו דברי התורה רק דברי אחיה ואמה, ולא יתכן להם לומר התלכי עם העבד הזה, שאינו דרך מוסר ואין כבודה בכך. ומה שכתוב ותלכנה אחרי האיש והם דברי תורה, זה היה לכבוד רבקה שאין לומר ותלכנה אחרי העבד כי התורה חששה לכבוד רבקה ונערותיה
Rabbenu Bechajè spiega che questo è per salvaguardare il kavod di Rivkà che non va con un servo ma con un uomo. Questa attenzione per il kavod, Rivkà la ripaga ad Itzchak.
“Ed alzò Rivkà i suoi occhi e vide Itzchak, e cadde dal cammello.” (Genesi XXIV, 64)
“e cadde dal cammello: e piegò la sua testa, essendo lei sul cammello, in rispetto ad Itzchak” (Rabbì Ovadià Sforno in loco)
L’ultimo aggettivo è kesherot. Quando Jacov incontrerà Rachel gli dirà che è parente del padre. Letteralmente fratello del padre. Rashì in loco commenta che Jacov è pronto ad affrontare Lavan, se questi si comporta da truffatore anche io so essere un fratello truffatore - con evidente riferimento ad Esav - e se invece ואם אדם כשר הוא, גם אני בן רבקה אחותו הכשרה e se questi è kasher, anche io sono figlio di Rivkà la sua sorella kesherà.
Rivkà diventa quindi un vero modello di virtù che concentra in se tutte quelle qualità che diverranno poi la bandiera del ideale femminile ebraico.