Nella Parashà di Shofetim la Torah parla del Coen che arriva al Bet HaMikdash e stabilisce:

חֵלֶק כְּחֵלֶק יֹאכֵלוּ לְבַד מִמְכָּרָיו עַל־הָאָבוֹת

«Una parte uguale all’altra mangeranno, salvo ciò che deriva dagli accordi dei padri» (Devarim 18,8).

Non è certamente uno dei versi più immediati della Torah.

Che cosa significa חֵלֶק כְּחֵלֶק, «parte come parte»? E soprattutto, che cosa sono questi misteriosi מִמְכָּרָיו עַל הָאָבוֹת, gli «accordi», letteralmente quasi le «vendite», dei padri?

Il Sifrè e la Ghemarà, quasi alla fine del trattato di Succà (56a), spiegano che il versetto parla dei mishmarot, i turni nei quali era organizzato il servizio dei Coanim nel Bet HaMikdash. È questa la spiegazione ripresa da Rashì.

Durante l’anno non tutti i Coanim prestavano servizio contemporaneamente. Erano divisi in gruppi, ciascuno con la propria settimana. La formulazione dei Maestri è quasi quella di un contratto:

טֹל אַתָּה שַׁבַּתְּךָ וַאֲנִי אֶטֹּל שַׁבַּתִּי

«Prendi tu la tua settimana e io prenderò la mia».

Da qui il curioso linguaggio di ממכריו, come se i padri si fossero reciprocamente ceduti i diritti: questa settimana è tua, la prossima sarà mia.

Durante i regalim, però, qualcosa cambia.

Per le Avodot legate alla festa i Coanim che arrivano a Jerushalaim non devono aspettare il proprio turno. Possono partecipare al servizio e, nei casi stabiliti dalla Halachà, alla distribuzione delle parti spettanti ai Coanim.

חֵלֶק כְּחֵלֶק יֹאכֵלוּ

«In parti uguali».

A prima vista può sembrare semplicemente una buona soluzione organizzativa. Il Bet HaMikdash aveva bisogno di turni; durante le grandi feste, quando arrivavano tutti, si allargava il servizio.

Ma per il Rambam non è soltanto una cosa ben organizzata. È una delle 613 mitzvot.

Nel suo elenco delle mitzvot positive, la numero 36 è:

לִהְיוֹת הַכֹּהֲנִים עוֹבְדִין בַּמִּקְדָּשׁ מִשְׁמָרוֹת מִשְׁמָרוֹת, וּבַמּוֹעֲדִים עוֹבְדִין כְּאֶחָד

«Che i Coanim prestino servizio nel Bet HaMikdash divisi in turni, e durante le feste servano insieme».

È interessante che una cosa apparentemente tanto amministrativa entri nel conto delle mitzvot. Il Sefer HaChinuch prova a spiegarne la ragione e lo fa con un’osservazione che non ha perso molto della sua attualità.

Quando un lavoro è affidato a persone determinate, scrive, normalmente viene fatto bene. Quando invece è genericamente responsabilità di tutti, succede qualcosa che conosciamo abbastanza bene:

פְּעָמִים יַטִּילוּ אוֹתָהּ קְצָתָן עַל קְצָתָן

«A volte gli uni lo scaricheranno sugli altri».

E non solo. Nascono pigrizia, frustrazione e discussioni. Il Bet HaMikdash non funziona sulla base del principio: siamo tutti Coanim, qualcuno ci penserà. Bisogna sapere chi è responsabile. Questa settimana tocca a te. La prossima a me. La santità non sostituisce l’organizzazione, semmai la richiede.

Poi però il Chinuch aggiunge poche parole che cambiano completamente il quadro:

אֲבָל בָּרֶגֶל מִפְּנֵי הַשִּׂמְחָה נִצְטַוּוּ לִהְיוֹת יַד הַכֹּל שָׁוָה בָּהֶם

«Durante il reghel, invece, a causa della gioia, ci è stato comandato che tutti abbiano uguale diritto».

Durante tutto l’anno abbiamo appena costruito confini, ruoli, responsabilità e turni. Arriva il reghel, la festa e, מִפְּנֵי הַשִּׂמְחָה, a causa della gioia, quei confini si aprono.

Non scompaiono del tutto. I korbanot e le Avodot che non derivano dalla festa rimangono di competenza del mishmar di quella settimana. Ma ciò che appartiene al reghel diventa di tutti. Qui la lettura di Rav Saadia Gaon è particolarmente interessante.

Nel suo conteggio, come viene spiegato nel commento al suo Sefer HaMitzvot, in questo versetto compaiono addirittura due mitzvot.

Una nasce dalle parole:

חֵלֶק כְּחֵלֶק יֹאכֵלוּ

Durante i regalim tutti i mishmarot hanno uguale diritto.

L’altra dalle parole:

לְבַד מִמְכָּרָיו עַל הָאָבוֹת

Durante il resto dell’anno ciascuno rispetta il turno che gli è stato assegnato.

Quasi due mitzvot opposte. Una ci ordina di dividerci. L’altra di essere tutti uguali.

Il Rambam le raccoglie in una stessa mitzvà. Rav Saadia le distingue. Il Nachmanide, a sua volta, contesta che il comando di organizzare i mishmarot derivi realmente da questo versetto e ritiene che la loro divisione sia una Halachà leMoshè miSinai. Ma al di là della discussione sul conteggio delle mitzvot rimane una struttura affascinante.

L’Avodà ha bisogno contemporaneamente di ordine e apertura.

E forse è proprio per questo che il commento di Rabbenu Bechayè porta la questione su un piano completamente diverso.

Il Chinuch ci aveva dato una spiegazione molto terrena dei mishmarot: bisogna organizzare bene il lavoro, altrimenti tutti pensano che lo farà qualcun altro.

Rabbenu Bechayè si domanda anche lui perché i grandi Maestri delle generazioni precedenti abbiano sentito la necessità di organizzare i Coanim in turni. Perché proprio ventiquattro? Perché chiamarli mishmarot? Perché questa struttura doveva rimanere così stabile?

La sua risposta non parla affatto di efficienza.

הַכֹּהֲנִים מְשָׁרְתֵי הַמִּקְדָּשׁ עֲבוֹדָתָם לְמַטָּה דֻּגְמַת הָעֲבוֹדָה שֶׁל מַעְלָה

«I Coanim, servitori del Bet HaMikdash, compiono quaggiù un’Avodà modellata sull’Avodà di sopra».

Anche gli angeli, spiega Rabbenu Bechayè, servono attraverso ordini e mishmarot. Le ventiquattro divisioni dei Coanim riflettono una struttura che esiste nel mondo superiore.

Il Bet HaMikdash riproduce in basso un ordine che esiste in alto. E c’è un particolare bellissimo. Quando terminava la propria settimana, il mishmar uscente benediceva quello che entrava:

מִי שֶׁשִּׁכֵּן שְׁמוֹ בַּבַּיִת הַזֶּה הוּא יַשְׁכִּין בֵּינֵיכֶם שָׁלוֹם וְרֵעוּת

«Colui che ha fatto risiedere il Suo Nome in questa Casa faccia risiedere tra voi pace e amicizia».

Perché proprio questa berachà?

Rabbenu Bechayè risponde che anche nei mishmarot celesti non esistono rivalità e gelosia, ma:

אַהֲבָה שָׁלוֹם וְרֵעוּת

«Amore, pace e amicizia».

Il Ramà, nel Torat HaOlah, riprende esplicitamente questa spiegazione di Rabbenu Bechayè.

E allora le due letture, quella molto concreta del Chinuch e quella quasi cosmica di Rabbenu Bechayè, forse non sono poi così lontane.

Il Chinuch guarda i mishmarot dal basso: uomini che devono organizzare il proprio lavoro senza scaricarlo gli uni sugli altri.

Rabbenu Bechayè li guarda dall’alto: il servizio dei Coanim come riflesso del servizio degli angeli.

È difficile non sentire dietro queste due letture l’eco di una domanda che la Ghemarà pone in un altro contesto:

הָנֵי כֹּהֲנֵי שְׁלוּחֵי דִידַן הָווּ אוֹ שְׁלוּחֵי דְרַחֲמָנָא הָווּ

«Questi Coanim sono nostri inviati oppure sono inviati del Misericordioso?» (Nedarim 35b).

La questione halachica discussa lì è diversa, ma la domanda di fondo è sorprendentemente vicina.

Da che parte bisogna guardare il Coen mentre compie l’Avodà?

Dal basso verso l’alto, come rappresentante di Israele che porta il suo servizio davanti a Dio?

Oppure dall’alto verso il basso, come שְׁלוּחָא דְרַחֲמָנָא, un inviato del Cielo che compie sulla terra un’Avodà che ha il proprio modello in alto?

Il Chinuch parte dalle necessità degli uomini, Rabbenu Bechayè parte dall’ordine degli angeli.

Ma entrambi arrivano allo Shalom.

Forse l’ordine dei mishmarot non serve soltanto a far funzionare bene il Bet HaMikdash. Serve a permettere a ciascuno di svolgere la propria Avodà senza dover continuamente contendersi lo spazio con gli altri.

Io conosco il mio posto. Tu conosci il tuo.

טֹל אַתָּה שַׁבַּתְּךָ וַאֲנִי אֶטֹּל שַׁבַּתִּי

«Tu prendi la tua settimana e io prenderò la mia».

Siamo ormai vicini alle feste.

Nelle nostre sinagoghe questo significa anche una quantità enorme di lavoro. Preparare le Tefillot, organizzare gli orari, distribuire gli incarichi, trovare chi legge, chi suona lo shofar, chi apre, chi chiude, chi sistema una sala, chi pensa ai bambini, chi si occupa di tutto quello a cui normalmente ci si accorge di dover pensare soltanto quando nessuno lo ha fatto.

Per buona parte dell’anno ogni comunità trova, meglio o peggio, i propri equilibri. Ci sono persone che hanno un incarico, persone che fanno sempre le stesse cose, abitudini che diventano quasi delle mishmarot.

Poi arrivano le feste.

Arrivano più persone, più esigenze, più volontari, più idee. E inevitabilmente gli schemi che hanno funzionato durante l’anno cominciano a saltare.

È precisamente lì che la Torah cambia registro:

חֵלֶק כְּחֵלֶק יֹאכֵלוּ

«Parte come parte mangeranno».

Nel reghel non basta più dire: questo è il mio turno, questo è il mio posto, questa cosa l’ho sempre fatta io. Serve una mano da parte di tutti.

Ma serve anche qualcosa di forse più difficile da parte di chi quella mano l’ha data per tutto l’anno: la capacità di non sentirsi messo da parte quando, proprio nei giorni più affollati, qualcun altro entra nel suo spazio.

Il Chinuch direbbe che senza ruoli precisi il lavoro non funziona.

Rabbenu Bechayè ricorderebbe che quei ruoli devono assomigliare alle mishmarot degli angeli, nei quali non vi sono rivalità e gelosia, ma:

אַהֲבָה שָׁלוֹם וְרֵעוּת

«Amore, pace e amicizia».

Abbiamo bisogno di entrambe le cose.

Di persone che si assumano responsabilità e non aspettino che il lavoro venga fatto da qualcun altro. E di persone capaci, quando arriva il reghel, di aprire il proprio spazio agli altri.

Forse per questo il mishmar che terminava il proprio servizio non usciva semplicemente dal Bet HaMikdash. Prima benediceva quello che sarebbe entrato:

מִי שֶׁשִּׁכֵּן שְׁמוֹ בַּבַּיִת הַזֶּה הוּא יַשְׁכִּין בֵּינֵיכֶם שָׁלוֹם וְרֵעוּת

«Colui che ha fatto risiedere il Suo Nome in questa Casa faccia risiedere tra voi pace e amicizia».

Probabilmente è una berachà di cui, avvicinandoci alle feste, abbiamo ancora molto bisogno.