שָׁלשׁ אַבְעָיוֹת בַּיּוֹם, בַּשַּׁחַר וּבַחֲצוֹת וּבַמִּנְחָה.
«Tre richieste al giorno: al mattino, a mezzogiorno e a Minchà.»
(Mishnà Peà 4:5)
La Peà, l’angolo del campo che la Torah ordina di lasciare ai poveri, non poteva essere raccolta in qualsiasi momento della giornata. La Mishnà stabilisce tre momenti nei quali i poveri possono presentarsi per raccoglierla e li chiama avayot.
È una parola insolita. Il Rambam, nel suo commento alla Mishnà, la spiega nel senso di «richieste», collegandola a un versetto di Isaia (21:12):
אִם תִּבְעָיוּן בְּעָיוּ
«Se volete domandare, domandate.»
Tre avayot, dunque: tre momenti della giornata nei quali i poveri possono venire a chiedere e raccogliere la Peà.
Perché proprio tre?
Il Talmud Yerushalmi spiega che dietro quelle tre ore ci sono tre diversi tipi di persone.
E improvvisamente una norma apparentemente tecnica diventa una successione di tre scene.
La prima è una donna che allatta.
È mattina presto. Ha trascorso la notte con un bambino piccolo. Secondo una spiegazione riportata da Rav Adin Steinsaltz, quello è finalmente il momento nel quale il bambino si è addormentato. Lei è stanca, probabilmente esausta. Ma quelle poche ore sono anche il momento nel quale può uscire di casa.
E allora va al campo a raccogliere la Peà.
Il Rambam spiega:
נותנין הפאה בשחר בשביל המניקות
«Si lascia raccogliere la Peà al mattino per le donne che allattano.»
La seconda scena è a mezzogiorno.
Arrivano quelli che al mattino non erano riusciti ad arrivare. Il Rambam parla dei nearim ketannim, i ragazzi più piccoli: dormono al mattino e poi si mettono in cammino lentamente, fino a raggiungere il campo verso mezzogiorno.
ובחצות בשביל הנערים הקטנים שהם ישנים בבקר ויתהלכו לאטם עד חצות היום
«A mezzogiorno, per i ragazzi piccoli, che dormono al mattino e procedono lentamente fino a mezzogiorno.»
Sono bambini poveri che vanno a raccogliere quello che mangeranno.
Poi passa ancora qualche ora.
Ed ecco la terza scena.
I vecchi.
Non possono correre. Non possono competere con chi è arrivato prima. Si incamminano e avanzano lentamente, forse appoggiandosi a un bastone. Quando finalmente raggiungono il campo è già pomeriggio.
Per loro c’è il terzo momento della Peà.
במנחה בשביל הזקנים שלא יגיעו לשדה אלא עד אותה השעה
«A Minchà, per gli anziani, che non riescono ad arrivare al campo prima di quell’ora.»
Tre orari. Ma soprattutto tre persone.
Una madre esausta che approfitta del sonno del proprio bambino. Dei bambini poveri che arrivano a mezzogiorno. Un vecchio che cammina lentamente verso il campo.
La cosa straordinaria è che la Mishnà avrebbe potuto limitarsi a stabilire il diritto del povero alla Peà. La Torah, del resto, aveva già imposto al proprietario di lasciare una parte del raccolto agli indigenti.
Ma avere un diritto non significa necessariamente essere nelle condizioni di esercitarlo.
Se il campo fosse semplicemente aperto a tutti nello stesso momento, vincerebbe inevitabilmente chi può arrivare prima, chi può muoversi più velocemente, chi non deve occuparsi di un bambino, chi ha gambe giovani e forti.
Formalmente tutti avrebbero lo stesso diritto.
Nella realtà, qualcuno avrebbe molte più possibilità degli altri.
La Mishnà sembra accorgersi proprio di questo. Non vede davanti a sé una categoria astratta chiamata «i poveri». Vede persone diverse, con esigenze diverse e soprattutto con debolezze diverse.
Persino tra gli indigenti c’è chi è più vulnerabile.
La donna che allatta non ha lo stesso tempo degli altri. Il bambino non ha il passo dell’adulto. Il vecchio non ha le gambe del giovane.
Per questo non basta lasciare il campo aperto.
Bisogna aspettarli.
C’è qualcosa di profondamente umano in questa piccola Mishnà. La giustizia non consiste soltanto nel dare a tutti la stessa possibilità. A volte significa organizzare quella possibilità in modo che possa raggiungerla anche chi arriva più tardi.
Perché non tutti i poveri arrivano alla stessa ora.