Questo Shabbat leggiamo la Parashà di Vaetchannan insieme alla Haftarà di "Nachamù, Nachamù Ammì" – "Consolate, consolate il Mio popolo" (Isaia 40,1).
A prima vista non sembra esserci un collegamento evidente tra l'inizio della Parashà, in cui Mosè supplica il Santo Benedetto Egli Sia di permettergli di entrare nella Terra d'Israele, e il messaggio di consolazione che emerge dalla Haftarà.
Eppure, come osserva il Rav Yehuda Brandes nel suo libro Torat Imekha, una lettura più attenta rivela che, nonostante la profonda delusione, Mosè riesce comunque a trovare una forma di consolazione. Ma da dove nasce questa consolazione?
Rav Brandes spiega che alcuni commentatori la individuano nelle parole che D-o rivolge a Mosè:
«Da' i tuoi ordini a Yehoshua, rafforzalo e incoraggialo, perché sarà lui ad attraversare il Giordano alla testa di questo popolo e a far loro ereditare la terra che tu vedrai soltanto.» (Devarim 3,28)
È l'ultima cosa che D-o dice a Mosè su questo argomento, e dopo queste parole Mosè non insiste più.
Secondo alcuni, questo versetto rende ancora più dolorosa la situazione di Mosè: dovrà vedere il suo discepolo entrare nella Terra Promessa mentre lui ne resterà escluso. Altri, invece, vi leggono il contrario. La consolazione di Mosè consiste nel vedere il proprio allievo portare a compimento la missione che egli aveva iniziato, con la certezza, data da D-o stesso, che quell'opera sarebbe stata portata a termine.
Rav Brandes aggiunge che questo è l'insegnamento duraturo della nostra Parashà. Persino per Mosè vale il principio espresso nei Pirkè Avot (2,16): "Non spetta a te completare l'opera." Non tutto dipende da un singolo individuo, né da una sola generazione. La redenzione arriverà e l'eredità della Terra sarà realizzata, anche se i tempi potranno essere più lunghi di quanto immaginiamo.
Per questo D-o ordina a Mosè:
«Sali sulla cima del Pisgà e guarda verso occidente, verso settentrione, verso mezzogiorno e verso oriente; contemplala con i tuoi occhi...» (Devarim 3,27)
Secondo Rav Brandes, in quel momento D-o dona a Mosè una visione straordinaria: la capacità di vedere non solo la Terra, ma anche il suo futuro e le generazioni che verranno. Se fosse entrato in Eretz Israel, Mosè sarebbe stato assorbito dalle difficoltà quotidiane della conquista, dell'insediamento e della guida del popolo. Invece lascia questo mondo con davanti agli occhi la prospettiva della redenzione finale. Ed è proprio questa visione a diventare la sua consolazione.
Trovo questo commento particolarmente toccante. Ci insegna che può esistere consolazione anche nella delusione e conforto anche quando i nostri sogni non si realizzano pienamente. Se abbiamo saputo preparare il terreno per ciò che verrà dopo di noi, allora anche noi facciamo parte di quel futuro.