Il Talmud, nel trattato di Meghillà (10b-11a), riferisce che due importanti Maestri, rabbì Eliezer e rabbì Yehoshua, discutevano sulle date in cui sarebbero avvenuti eventi fondanti della storia biblica, se a Tishrì o a Nisan.

La divergenza riguardava la stessa creazione del mondo: se avvenuta a Tishrì, o solo concepita a Tishrì per realizzarsi a Nisan. In conseguenza di questa discussione, nelle nostre preghiere a Rosh HaShanà diciamo con precisione: Hayom harat olam, «oggi Tu hai concepito il mondo», accogliendo una delle due posizioni.

Su altri avvenimenti che sarebbero accaduti proprio a Rosh HaShanà i due Maestri non erano però in disaccordo. Questi avvenimenti sono: il concepimento di Sarà, Rachel e Channà (la madre di Samuele); l’uscita di Yosef dal carcere e la fine del lavoro di schiavitù degli ebrei in Egitto, che precedette di qualche mese la loro uscita.

Il Talmud spiega come si arriva a questa lista di eventi, le cui date non sono affatto indicate nel testo biblico. La dimostrazione proposta lascia in realtà un po’ spiazzati, per la fragilità delle prove portate.

Si comincia con Rachel, di cui la Torà dice che il Signore la ricordò (waizkor, Bereshit 30:22); e siccome Rosh HaShanà è il giorno del ricordo per eccellenza (zikhron teru'à, Waiqrà 23:24), si conclude che è nel giorno del ricordo che Rachel è stata ricordata.

Si passa poi con lo stesso sistema a Channà, per la quale è usato lo stesso verbo zakhar (I Shemuel 1:19). Ma siccome per Channà i verbi usati per indicare il ricordo sono due, zakhar e paqad (I Shemuel 2:21), e quest’ultimo viene impiegato per il concepimento di Sarà (Bereshit 21:1), si conclude che anche Sarà fu miracolata in quel giorno.

Quanto a Yosef e alla schiavitù egiziana, la fonte è il Salmo 81, dove, dopo aver detto al verso 4: «Suonate nel capo mese lo shofar…», si parla al verso 6 di Yosef: «Lo pose come testimonianza in Yosef, quando uscì verso la terra d’Egitto»; quindi Yosef uscì dal carcere in concomitanza con il momento in cui si suona lo shofar.

E ancora, prosegue il Salmo al verso 7: «Ho tolto alla sua spalla la sopportazione», che viene riferito alla fine dei lavori forzati, anch’essi cessati in Rosh HaShanà.

Dal punto di vista rituale, due di queste circostanze hanno riscontro nella lettura biblica della Torà e della Haftarà del primo giorno di Rosh HaShanà.

Il brano della Torà è quello della nascita di Izchaq e della sua legatura (perché vi si parla dell’ariete impigliato per le corna, per cui lo shofar ricorda la storia di Izchaq), mentre la Haftarà, che parla della nascita di Samuele, è collegata al brano della Torà per le analogie delle due storie di concepimento.

Ma non vi sono riferimenti a date e tutto si basa sulle flebili prove sopra indicate.

Con queste premesse, è evidente che le apparenti forzature nascondono dei messaggi che bisogna andare a cercare.

Cominciando con le tre donne citate, bisogna capire che cosa hanno in comune.

Una risposta possibile la si ricava considerando che la lista biblica delle donne sterili miracolate è più lunga e qua c’è un’omissione stridente: Rivkà.

Che cosa aveva Rivkà che le altre tre non avevano?

Emergono due differenze.

Rivkà era moglie unica, mentre le altre tre condividevano il marito con un’altra donna rivale (rispettivamente Hagar, Leà e Peninnà) che, a differenza di loro, era prolifica.

E il loro marito, alle proteste per la loro sterilità, reagiva passivamente: Abramo accettava la sua condizione, Ya'aqov diceva che non era al posto di Dio (Bereshit 30:2) ed Elqanà diceva che lui era per la moglie meglio di dieci figli.

Il marito di Rivkà, Izchaq, è invece l’unico che pregò per la moglie (Bereshit 25:21) e venne subito esaudito.

Le altre donne dovettero pensarci direttamente, in solitudine.

Il messaggio sarebbe allora quello di un intervento divino quasi a dispetto dell’indifferenza umana, o perlomeno dell’indifferenza e della passività maschile, in sostegno di chi è rimasto solo.

Poi c’è Yosef, anche lui rimasto solo e abbandonato.

Qui ci viene in soccorso un Midrash che spiega perché Yosef venne liberato due anni dopo i sogni del coppiere e del panettiere.

Due anni di punizione, perché, dopo aver spiegato i sogni al coppiere, gli chiede per due volte di ricordarsi di lui (Bereshit 40:14).

Invece di chiedere al Signore di aiutarlo, Yosef si rimette alla memoria umana e per questo paga.

Scaduta l’espiazione di Yosef per questo errore di preghiera, la lezione è che il vero ricordo liberatore è quello del Signore.

Appunto quello di Rosh HaShanà.

A questo punto, mettendo insieme i vari fatti che secondo i Maestri sarebbero avvenuti a Rosh HaShanà, avremmo che in questo giorno è il Signore che si ricorda di noi, anche se siamo soli e trascurati, ma che bisogna essere attivi a suscitare questo ricordo, direttamente e senza «sbagliare indirizzo».

Quanto al risultato di questi ricordi, dai concepimenti alla sospensione dei lavori forzati, emerge un altro dato comune: non c’è nascita senza concepimento, non c’è nomina a ministro senza uscita dal carcere, non c’è libertà senza sospensione dei lavori, ma ognuna di queste cose è la premessa, l’inizio, e il risultato non è scontato.

Chissà se il parto sarà normale e il figlio sano; chissà se Yosef sarà in grado di svolgere il suo incarico; e chissà se il popolo uscirà dall’Egitto, non preferendo piuttosto di adagiarsi nella condizione di emancipato, libero cittadino di quel Paese, senza capire cosa ci si aspetta da lui.

Rosh HaShanà è il giorno del concepimento, dell’inizio, ma è ancora lontano il giorno del compimento.

È appunto il giorno in cui «Tu hai concepito il mondo».

Per iniziare bene bisogna essere in due: noi e Chi, dall’Alto, ci ricorda.

E per arrivare a buon fine bisogna continuare a essere in due.


Derashà pronunciata da Rav Riccardo Di Segni, Rabbino Capo di Roma, nel secondo giorno di Rosh HaShanà 5774.