«E lo videro da lontano e prima che si avvicinasse loro tramarono contro di lui per ucciderlo».
(Bereshit 37,18)
La disputa tra Josef e i suoi fratelli, una delle fratture più profonde e significative della storia d'Israele, è una disputa di halachà. È di halachà che Josef parla con il padre circa le mancanze dei fratelli ed è di halachà che discutono i fratelli tra di loro. Anche tutte le decisioni che vengono prese in quei tragici momenti, giuste o sbagliate che siano, sono decisioni di halachà.
Quando i fratelli gettano Josef nel pozzo, non è un raptus di ira momentaneo ma un giudizio strutturato e ponderato. La tradizione rabbinica è piena di letture in questo senso per ogni aspetto dei nostri versi.
Sforno in loco applica il din rodef, l'azione preventiva di autodifesa. Altre letture sostengono invece che Josef venga condannato come zaken mamrè, come quel Saggio che non accetta l'autorità della maggioranza nel Sinedrio.
Proprio il concetto di zaken mamrè è alla base di un'interessante riflessione dello Shem MiShmuel sulla festa di Chanukà che ci apprestiamo ad accogliere, che spessissimo capita a ridosso della nostra Parashà.
Nel Talmud Babilonese, nel trattato di Shabbat a pagina 21b troviamo:
«Che cos'è Chanukà? [Rashì: per quale miracolo l'hanno stabilita?] È per quanto hanno insegnato i Maestri [in una Baraità, in Meghillat Taanit]: “Nel venticinque di Kislev si iniziano i giorni di Chanukà che sono otto, nei quali non si fanno discorsi funebri, nei quali non si digiuna. Giacché quando entrarono i greci nel Santuario, resero impuri tutti gli olii che erano nel Santuario, e quando ebbero la meglio la Casa Reale degli Asmonei e li vinsero, controllarono e non trovarono altro che una sola ampolla che era riposta con il sigillo del Sommo Sacerdote. E non c'era in essa che per accendere un solo giorno, e fu fatto un miracolo e fu acceso con essa per otto giorni. L'anno successivo li stabilirono e li fecero giorni di festa nei quali venisse detto l'Hallel ed il ringraziamento”».
Come mai aspettarono un anno per stabilire la festa e non decisero subito?
C'è poi un'altra interessante differenza rispetto all'altra festa di istituzione rabbinica, Purim. A Purim i Maestri inviarono lettere (la Meghillà) alle comunità di tutto il mondo ed è sempre sottolineato che accettarono gli ebrei, vekibel hajeudim, kijemù vekibekù etc. Quasi che a Purim ci sia un'accettazione popolare, mentre a Chanukà c'è una decisione d'ufficio che non necessita di alcun avallo da parte del pubblico.
A pagina 23a il Talmud si interroga:
«Che cosa benedice? Benedice “...che ci ha santificato con i Suoi precetti e ci ha comandato di accendere il lume di Chanukà”».
E chiede in maniera dirompente la Ghemarà: «E dov'è che ci ha comandato?». Ossia come facciamo a benedire Iddio che ci ha comandato di accendere la Chanukà quando questa è palesemente un'istituzione rabbinica molto posteriore alla Torà?!
«Rav Avià ha detto: “Non devierai da quanto ti diranno (i Maestri) a destra o a sinistra”» (Devarim 17,11).
Il Rambam (Hilkhot Berakhot) spiega:
«E così tutte le mizvot che sono di istituzione rabbinica, sia che si tratti di una mizvà che è obbligatoria secondo Essi come la lettura della Meghillà o l'accensione del lume dello Shabbat e l'accensione del lume di Chanukà, e sia che si tratti di una mizvà che non è obbligatoria come l'Eruv e la Netillat Yadaim (se non si mangia pane non ce n'è bisogno: si può non mangiare pane, viceversa non si può “saltare” Chanukà), su tutte queste benedice prima di farle: “che ci ha santificati con i Suoi precetti e ci ha comandato di fare...”. E dove ci ha comandato nella Torà? Giacché è scritto in essa “ciò che ti diranno, lo farai” (Devarim 17,11 – si tratta dell'inizio del verso “non deviare” citato in Shabbat da Rav Avià). Dunque il concetto delle cose ed il loro consiglio è così: “che ci ha santificato con i suoi precetti, tra i quali ci ha comandato di ascoltare coloro che ci hanno comandato di accendere il lume di Chanukà o di leggere la Meghillà e così tutte le altre mizvot di istituzione rabbinica”».
Il verso che cita Rav Avià è tratto proprio dal brano del zaken mamrè e sancisce l'autorità della maggioranza dei Saggi. Questo brano però sancisce un'altra questione fondamentale ed è il legame fortissimo che c'è tra il luogo geografico e la possibilità del Tribunale di prendere decisioni. Hamakom gorem, il luogo influisce. «E ti leverai e salirai verso il luogo etc.» e da qui dicono i Saggi (TB Sanhedrin 14b) che se i Maestri affrontano il Saggio ribelle dentro il perimetro di Gerusalemme ma fuori dalla Sala della Pietra Angolare sede del Sinedrio, non è giudicabile perché la Torà ha specificato che ciò deve avvenire nella Lishkat HaGazit.
Da qui che l'autorità del Sinedrio di prendere delle decisioni che possano rientrare nel «non deviare» il cui divieto sia vincolante a livello deoraità, dalla Torà stessa, è presente solo quando il Sinedrio si trova nella Sala della Pietra Angolare.
A Purim, in esilio, non c'è la possibilità di prendere la decisione d'ufficio e pertanto si è resa necessaria l'accettazione volontaria di Israele di cui spesso parliamo come accettazione assoluta e volontaria di tutta la Torà. Questo spiega però anche come mai non venga posta la domanda sulla berachà della Meghillà. Sulla questione del ricordo che è inerente alla Meghillà, c'è un preciso precetto della Torà circa il ricordo di Amalek ed in questo caso il «non deviare» non è la fonte della mizvà. Da qui anche secondo lo Shem MiShmuel il motivo per il quale non si benedice per il precetto di fare doni di Purim.
Con ciò capiamo perché aspettarono un anno. Perché nei giorni di Chanukà la Sala della Pietra Angolare era inagibile. Essi infatti erano tutti impuri e come tali non potevano entrarvi. (Nemmeno nella parte sconsacrata come si evince dal quinto capitolo della Mishnà in Middot e in TB Yevamot 7b.)
Solo l'anno dopo quando il Sinedrio era al suo posto poterono prendere la decisione che ci vincola fino ad oggi.
Questa riflessione dello Shem MiShmuel sottolinea il rapporto fortissimo che la festa di Chanukà ha con Eretz Israel. Rav Zvi Jeudà Kuk z״l la chiama la festa di Jerushalaim perché essa verte sulla liberazione di questa e la Chanukà, la reinaugurazione del Santuario che è il perno della Città.
Il senso di Chanukà e la sua redenzione è proprio nella rinnovata capacità del Sinedrio di prendere delle decisioni valide e vincolanti nella Sala della Pietra Angolare. Hamakom Gorem.
Nella nostra Parashà quest'idea del luogo come determinante degli eventi torna a iosa. Il suo stesso titolo Vayeshev, e risiedette, ci illumina il percorso. Jacov invia Josef dalla Valle di Chevron ed abbiamo visto in passato perché proprio Chevron e che importanza abbia. E poi Shechem, Dotan, Ghilad, Midian, l'Egitto, Adullam, Timnà etc. Ognuno dei luoghi della nostra Parashà ha un senso e delle implicazioni fortissime sugli eventi.
Mettendo tutto assieme potremmo dire che proprio nel momento dell'anno nel quale scendiamo in Egitto e lasciamo Eretz Israel (da qui in poi la Torà parlerà di eventi che si svolgono fuori da essa), troviamo la festa di Chanukà che ci riporta a Jerushalaim con tutta la forza del suo Sinedrio.
La vendita di Josef è per la tradizione uno dei motivi fondamentali della futura distruzione del Santuario. Chanukà è la reinaugurazione che prefigge ogni futura ricostruzione, compresa la prossima ventura che aspettiamo fiduciosi.
Capiamo allora ancora meglio l'uso che abbiamo tante volte ricordato degli ebrei romani che accendono la Chanukà usando come Shammash, il lume che resta di Tishà beAv.