«E fu in quel tempo, e discese Jeudà dai suoi fratelli e stette presso un uomo di Adullam, ed il suo nome era Chirà. E vide lì Jeudà la figlia di un uomo canaaneo ed il suo nome era Shua, la prese e la sposò».

(Bereshit 38,1–2)

Spesso il Midrash utilizza il termine patach, aprì. Rav tal dei tali patach. Si tratta dell'apertura di un discorso rabbinico, certo, ma anche in maniera più profonda della proposta di un petach, di una porta, di una via interpretativa per capire una Parashà, un brano. In genere il Maestro usa come apertura per un verso o un brano, un altro verso tratto spesso dai profeti. E da lì sviluppa il suo discorso. Quando un Tannà, un Maestro della Mishnà o un Amorà, un Maestro del Talmud, apre, bisogna stare molto attenti e cercare di capire che cos'è che veramente ci vuole dire sul brano in questione.

I versi di cui ci occupiamo questa settimana si intercalano in maniera curiosa tra la vendita di Josef e la storia della sua discesa in Egitto. Il «frame» diremmo oggi, si sposta da Josef a Jeudà il quale si distacca dai fratelli dopo i tragici eventi e si sposa. È un brano strano che dimostra il terremoto generato dalla vendita di Josef.

In Bereshit Rabbà (85,1) è riportata una famosissima apertura in proposito di Rabbì Shemuel bar Nachman.

«Ha aperto Rabbì Shemuel bar Nachman: “Poiché Io ho conosciuto i pensieri” (Geremia 29,11). Le tribù erano occupate dalla vendita di Josef, e Josef era occupato dal suo sacco e dal suo digiuno; Reuven era occupato dal suo sacco e dal suo digiuno e Jacov era occupato dal suo sacco e dal suo digiuno, Jeudà era occupato a prendersi una moglie, ed il Santo Benedetto Egli Sia era occupato a creare la luce del Messia».

Il senso immediato del Midrash è che mentre tutti si strappavano i capelli per l'avvenuto e Jeudà si sposava, Iddio gettava i presupposti per la redenzione finale, poiché gli eventi di Jeudà portano alla generazione di Peretz, progenitore di Re David e del Messia.

Lo Shem MiShmuel riflette su questo Midrash partendo da un insegnamento di Rabbì Bunam di Preshischa. Questi sottolinea come l'atteggiamento di Jeudà stoni. Tutti vestiti di sacco e a digiuno, lui si sposa! Egli spiega che Jeudà si dava per spacciato: se avesse insistito avrebbe potuto riportare Josef dal padre. Egli si colpevolizza e pensa di non aver spazio per fare teshuvà. Forse però, ragiona Jeudà, i meriti di un eventuale figlio l'avrebbero potuto riscattare.

Il Rabbi di Sochatchov dice però che suo nonno, il mitico Rabbì Menachem Mendel di Kozck, quando gli raccontarono questa interpretazione la rigettò veementemente dicendo che non era possibile che il Rabbi di Preshischa avesse detto una cosa simile; che Jeudà rinunciasse a tal punto da doversi affidare ai meriti del figlio. Egli spiega la cosa in un altro modo: Jeudà pensa che la sua trasgressione è talmente grave da aver cancellato tutto il servizio Divino fatto fin qui. Se così è, non c'è alternativa che ricominciare da capo, dalla prima mizvà, perù urvù, crescete e moltiplicatevi. Per il Rabbi di Kozck cioè, Jeudà nello sposarsi ricomincia da capo. Rinasce quasi.

Lo Shem MiShmuel propone una sua lettura del pensiero di Rabbì Bunam di Preshischa.

È noto che la differenza fondamentale tra Avraham nostro padre e gli altri giusti delle prime generazioni è nel suo relazionarsi con gli altri. Noach e poi Shem, Ever & Co. sono giusti leatzmam, per conto loro. Avraham è il primo che introduce il concetto di una nazione sotto il segno del servizio Divino. Una nazione che si basa sull'idea stessa della continuità tra una generazione e l'altra, sulla proiezione del giogo della Torà su chi verrà dopo di noi.

Ebbene Josef, Reuven e persino Jacov sono occupati dal loro sacco e dal loro digiuno. Sono in fase introspettiva. Stanno guardando dentro di loro per capire cosa non abbia funzionato. Jeudà introduce un approccio completamente diverso:

«In ogni caso noi dobbiamo innanzitutto vedere che sia fatta la necessità del Cielo, ed anche se non sia mai noi non abbiamo possibilità di essere aggiustati in ogni modo, non sia mai che venissimo meno alla necessità di edificare una congrega di chiamati nel Nome del Signore, poiché noi siamo servi del Nome Benedetto Sia, ed è lo stesso se ci aggiustiamo oppure no, ciò che conta è che non ci perda il Nome Benedetto».

Ma come è lo stesso? Passiamo la vita a cercare di migliorarci! L'ebraismo è tutto una scalata al proprio io!?

Lo Shem MiShmuel lo spiega con un bellissimo insegnamento di Rabbì Avraham «HaMalach», l'Angelo (1739–1776), figlio del mitico Maggid di Mezritch su un noto passo talmudico che si trova in TB Berachot 28b.

Rabbì Jochannan ben Zakai, uno dei più grandi leader della storia ebraica, il traghettatore dell'ebraismo nei turbolenti momenti della distruzione del Tempio, in punto di morte piangeva. I discepoli si stupiscono che il lume d'Israele pianga. Un giusto come lui che ha da piangere? Il Rabbi spiega la differenza che c'è tra il giudizio di un re umano e quello del Re dei re e poi dice una cosa strana: ci sono due strade, una per il giardino dell'Eden ed una per il Gheinnom ed io non so per quale mi condurranno, non dovrei piangere?

Ma come? Un giusto come Rabbì Jochannan ben Zakai?

Spiega Rabbì Avraham «HaMalach» che ci sono due tipi di giusti. C'è un giusto che se ha una mancanza non si muove di lì finché non l'ha riparata. Ovvero uno che ripara seduta stante ogni trasgressione o manchevolezza. C'è poi un giusto però che è ancora superiore. Ed è quel giusto che è talmente immerso nel suo servizio Divino che non lo interrompe nemmeno per riparare sé stesso.

«Poiché nel momento in cui ripara sé stesso, ecco che egli serve sé stesso, mentre lui procede e serve il Nome Benedetto e non si occupa affatto di sé stesso...»

Intendiamoci, non si fanno sconti a nessuno. Quello che non viene riparato in questo mondo dovrà essere riparato nel periodo di gheinnom, anche per questi giusti eccelsi. Ma a loro non importa! Questo è il senso profondo della Mishnà in Avot che ci chiama a servire il Padrone senza nesso con la ricompensa. Rabbì Jochannan ben Zakai apparteneva proprio a questo gruppo. Egli non sa come verranno giudicate le sue mancanze, delle sue mancanze non si è occupato proprio perché era troppo occupato a servire il Signore.

Così per Jeudà. Tutti erano presi dall'introspezione, dall'aggiustare il loro io. E va benissimo. Jeudà è però su un altro livello: se io mi aggiusto o no, conta fino ad un certo punto. Quello che conta è la continuità d'Israele. Che Iddio non ci perda. Mentre tutti sono lì bloccati, Jeudà va avanti e si sposa, si fa carico delle sue responsabilità, non le dimentica certo. Non è sicuro di poterle espiare e comunque non ha tempo di metabolizzarle. Ha un compito: deve servire il Signore e generare Israele. Se ci sarà un prezzo da pagare lo pagherà: si serve il Signore senza lo scopo di ricevere un premio!

Così per lo Shem MiShmuel non è necessariamente male attribuito l'insegnamento di Rabbì Bunam di Preshischa come sosteneva il nonno. Forse Rabbì Bunam voleva dire proprio questo. Che il focus di Jeudà è proiettato sul figlio a prescindere dalla propria possibilità o meno di aggiustarsi.

È una vera e propria acrobazia esegetica dei Maestri della Chassidut, ma questa è la chiave per capire il senso del Mashiach. La caratteristica fondamentale di David HaMelech, infatti, è la capacità di sottomettersi al Signore. Di essere re ed al contempo servo. Il re, ed il re Messia in particolare, non si sofferma sull'aggiustare sé stesso. Si occupa del tikun di Israele. David (Samuele II, cap. 24) chiede di risparmiare gli altri e di punire lui e la sua casa.

Attenzione: ad una lettura superficiale può sembrare una sorta di immunità del giusto. Niente di tutto ciò. Il giusto in questione paga un prezzo altissimo per le sue mancanze — ma non se ne cura non perché non interessato ma perché ciò è secondario rispetto alle priorità Divine: Israele popolo.

Questa è la chiave del Regno in Israele: rinunciare scientemente al proprio livello spirituale per beneficiare la collettività e soprattutto le generazioni che verranno. È da questo approccio che nasce il Re Messia.

«Ha aperto Rabbì Shemuel bar Nachman: “Poiché Io ho conosciuto i pensieri”» (Geremia 29,11).

Solo il Signore conosce i pensieri e le intenzioni. Solo Lui sa con che intenzione Jeudà si sposa. E solo Lui può trasformare il tirare dritto di Jeudà, a scapito della sua stessa teshuvà, nella luce del Messia. «...ed il Santo Benedetto Egli Sia era occupato a creare la luce del Messia». È un approccio molto poco «religioso» per usare un termine che cerchiamo sempre di evitare. È un approccio che lascia da parte il rapporto uomo-D. perché c'è un rapporto uomo-uomo, o anzi uomo-figlio, uomo-discepolo che ha la precedenza, come Avraham con gli angeli.

Forse è proprio questo che la Ghemarà intende nella conclusione del racconto della morte di Rabbì Jochannan ben Zakai.

«Gli dissero (i discepoli): “Nostro Maestro, dacci una benedizione!”. Disse loro: “Sia la Volontà che abbiate timore del Cielo come il timore (che si ha) per le persone”. Gli dissero: “Tutto qua?”. Disse loro: “E magari fosse! Sappiate che quando un uomo compie una trasgressione dice ‘che non mi veda un altro uomo’”».

Il Grande Rabbì Jochannan ben Zakai insegna in punto di morte a dei discepoli stupiti che dinanzi all'immensità Divina noi dovremmo aspirare ad un livello nel quale il metro da cercare nel Divino è il rapporto con il prossimo. Dicendo quasi: magari riusciste ad avere per D. la considerazione che si ha per il prossimo. Magari riusciste a trovare nel rapporto orizzontale la chiave per la comprensione di quello verticale.

«Nell'ora della sua dipartita disse loro: rimuovete gli oggetti dalla casa per via dell'impurità e preparate una sedia per Chizkiau re di Jeudà che viene».

Ed è veramente incredibile: le ultime parole di colui che ha chiesto Javne ed i suoi Maestri, che ha salvato con le sue stesse mani la continuità della stirpe Davidica, sono rivolte al prossimo. Levate gli oggetti, sicché morendo io non li renda impuri e non li possiate usare. E poi l'apoteosi, il richiamo del concetto stesso di essere jehudiim, giudei al re Chizkià (che era progenitore del Maestro) che avrebbe dovuto essere Messia e non lo è stato (Sanhedrin 94) proprio come re di Jeudà. Del saper leodot, ringraziare. Del saper sottomettersi. Del saper farsi carico di un popolo non semplice a scapito del proprio livello spirituale.

Rabbì Jochannan ben Zakai, salvatosi dalla Gerusalemme assediata, trafugato fuori dentro una bara, colui che chiude l'epoca del Tempio, che ci insegna a preparare una sedia non per un Messia mitico di chissà quando, ma per Chizkiau, per il Messia che è nella nostra generazione e che può arrivare in ogni momento, se la Sua Voce ascolterete.